diari di un hamburger

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sono un hamburger. tanto piacere!
l’altro ieri ho cominciato a lavorare in un fast food. durante il colloquio mi hanno chiesto perché volessi lavorare lì.
“credo di essere sempre stata un hamburger. cerco di compormi in fretta in modo da piacere agli altri. a volte però non va come previsto, e vengo buttata via. inoltre posso cambiare ricetta a seconda dei gusti di chi ho davanti. per esempio, se adesso non le piaccio, mi dia un po’ di tempo mi trasformerò in un delizioso hamburger… tutto per lei.”
— posso svolgere qualunque compito, — ho risposto.
 
2
 
un hamburger può desiderare molte cose. proprio come le persone comuni. potrebbe voler essere accettato. o sentirsi insicuro. ci sono diversi tipi di hamburger. qualche hamburger potrebbe voler addirittura raggiungere la luna.
ma non questo hamburger.
 
3
 
preparare i miei simili.
c’è un tipo di hamburger che tutti sembrano apprezzare, va per la maggiore da quando il fast food ha aperto: si chiama big classic. è semplice da preparare. a volte qualcuno chiede modifiche agli ingredienti, ma quasi tutti apprezzano la ricetta originale.
ingredienti della ricetta originale:
carne
panino
lattuga
cetriolini
salsa segreta
 
ingredienti della salsa segreta:
è un segreto
 
4
 
in una giornata ci sono quattro ore di punta: colazione, pranzo, cena e discoteca.
devi essere pronta ad affrontare ciascuna di queste con la mente lucida.
è fondamentale evitare distrazioni e concentrarsi sul lavoro
durate l’orario discoteca la gente si spintona oltre un nastro di sicurezza. tutti rumoreggiano affamati. gli hamburger scorrono sul nastro trasportatore come tanti prigionieri diretti al patibolo.
mi fanno un po’ pena.
 
5
 
l’altro giorno un uomo mi ha detto: — sei carina. ti mangerei in un sol boccone.
non sapevo cosa rispondere. ho interrotto le pulizie del tavolo e ho fatto per allontanarmi.
— dove vai? fermati, sto solo parlando!
— lasciala in pace razza di porco.
rebecca mi ha presa per mano e siamo corse giù dalle scale fino in cucina.
— stai bene? — mi ha chiesto con il fiatone.
— per favore, non provare a proteggermi, — ho risposto.
 
6
 
sono un hamburger.
in quanto tale il mio compito è quello di essere mangiata dalle altre persone. voglio che mi trovino deliziosa e appetibile. desidero essere apprezzata. per il mio umorismo, la mia intelligenza, il mio aspetto fisico, qualunque cosa va bene.
per questo l’altro giorno ho risposto a rebecca in modo brusco. magari le sue intenzioni erano anche buone, ma a mio parere quell’uomo non stava facendo nulla di male. mangiare gli hamburger è un processo naturale. in definitiva è quello che voglio.
 
7
 
rebecca lavora qui da più tempo di me. non saprei esattamente quanto, visto che a parte l’episodio dell’altro giorno non ci siamo mai parlate.
frequentiamo il fast food più o meno agli stessi orari. da questo ho capito che dev’essere una liceale come me.
viene al lavoro indossando felpe più grandi della sua misura e un paio di pesanti scarpe da skater. inoltre ascolta sempre la musica con gli auricolari, a volte anche quando lavora. è davvero abile a non farsi beccare dal manager.
mi fa pensare che non desideri il contatto con le altre persone.
l’esatto opposto di me.
 
8
 
la città è un eterno cantiere.
di notte mi piace osservare le luci che svettano in cima alle gru, i pannelli di compensato che sbarrano le strade, i teloni che si gonfiano al vento.
mi fa pensare che tutto è in costante cambiamento. anche io fra non molto sarò diversa dalla persona che sono abituata a chiamare “me”, e il mondo stesso continuerà a cambiare anche dopo che me ne sarò andata.
ho l’impressione però che il big classic resterà per sempre nei cuori delle persone. forse per merito della sua salsa segreta.
 
9
 
voglio scusarmi con rebecca.
senza pensarci ho reagito in modo brusco e ho detto delle cose che l’hanno ferita. a volte non mi rendo conto dei danni che causo alle altre persone.
devo fare più attenzione a come mi comporto.
ne va della mia reputazione da hamburger.
 
10
 
ho approfittato della pausa pranzo.
l’ho seguita giù per le scale interne fino alla break room degli impiegati. volevo subito attaccare bottone, ma un groppo alla gola mi ha impedito di parlare.
per lei era stato facile rispondere per le rime a quell’uomo, prendermi per mano e portarmi in salvo, ma io avevo difficoltà a porgere delle semplici scuse.
alla fine abbiamo consumato il pranzo in silenzio, sedute ai capi opposti della stanza.
 
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nonostante al colloquio abbia espresso il desiderio di stare in cucina, per ora lavoro alla cassa. mi sa però che non sono molto brava.
l’altro giorno ho sbagliato a dare il resto.
— pensi che i soldi caschino dal cielo? — mi ha rimproverata il cliente, un uomo dal fisico massiccio.
ero mortificata. mi venivano le lacrime agli occhi.
ho cercato di osservare i miei colleghi. portano avanti i compiti con gesti esperti e precisi, senza farsi prendere dal panico.
— buongiorno. posso prendere l’ordine? — dicono con professionalità.
vorrei essere come loro…
 
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oggi piove.
tutti entrano con impermeabili lucidi di pioggia. alcuni sistemano gli ombrelli nella rastrelliera. i miei colleghi fanno a turno per asciugare il pavimento in sala.
io, in piedi alla cassa, prendo gli ordini.
in questo momento vorrei camminare sotto la pioggia.
 
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vorrei tanto scoprire la ricetta della salsa segreta.
a volte sogno addirittura di impossessarmene. si trova oltre una pesante porta di sicurezza, che apro inserendo una combinazione. muri, soffitto e pavimento sono rivestiti d’acciaio. a parte quel foglio arrotolato in cima a un piedistallo, non c’è altro.
“mi trovo qui per questo. finalmente sono arrivata a destinazione.” penso.
ma ogni volta che allungo la mano per afferrarla, mi sveglio.
 
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mi hanno incaricata di pulire la sala.
mi sono armata di uno scopettino con tanto di paletta. ho pulito sotto tavoli e sedie avvitati al pavimento. ho vuotato i cestini dell’immondizia sollevando i pesanti sacchi neri e li ho portati nel piccolo cortile sul retro, dove ci sono i cassoni.
solo quando ho fatto per rientrare mi sono accorta che in un angolo, con la schiena appoggiata al muro, c’era rebecca.
 
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fumava una sigaretta. come al solito indossava un paio di cuffie per ascoltare la musica. non dava l’impressione di avermi vista. guardava un punto sospeso sopra i cassonetti, dove i lampioni galleggiavano al buio.
chissà cosa stava pensando? davvero non mi aveva proprio vista?
alla fine ho raccolto tutto il coraggio in una frase: — possiamo parlare?
— niente da fare, — ha risposto lei. ha gettato la sigaretta lontano ed è rientrata.
chissà come ha fatto a sentirmi se stava ascoltando la musica?
 
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a volte non posso fare a meno di chiedermi cosa provino gli altri nei miei confronti. ormai sono due settimane che lavoro al fast food. com’è cambiata la mia vita? e in che rapporti sono con le persone che ho incontrato? vorrei tanto darmi una risposta. ma ho l’impressione che potrei andare avanti a cercare all’infinito.
l’unica soluzione è impossessarmi della salsa segreta, che rende il big classic un panino dal gusto unico.
quando arriverà quel giorno tutti penseranno a me con affetto.
 
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— bel lavoro. mi raccomando, continua a impegnarti così.
l’altro giorno un manager mi ha fatto i complimenti. stavo sistemando le varie salse e non mi ero accorta di essere osservata.
non ho fatto tempo a rispondere che lui si era già allontanato.
mi batteva forte il cuore.
 
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— ti sei ambientata in fretta. è naturale che succeda, — mi ha detto il giorno dopo una collega più anziana.
— non stavo facendo niente di speciale…
— non importa. quello che conta è impegnarsi. dopo un po’ diventa difficile.
— cioè? — ho chiesto spiegazioni.
— lo capirai…
detto questo, finito di allacciarsi la scarpa, è tornata al lavoro.
lasciandomi con quella domanda.
 
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il giorno dopo lo stesso manager ha rimproverato rebecca.
— se vai avanti così ci metti tutti in difficoltà.
— posso andare? — ha risposto lei. era impassibile, quasi annoiata.
— sto solo cercando di dirti…
— ho capito.
rebecca ha tagliato corto ed è tornata al lavoro. il manager ha sospirato, scosso il capo due volte ed è andato via.
 
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dopo il turno ho aspettato rebecca.
“voglio piacere anche a lei. sarà difficile, ma m’impegnerò con tutta me stessa.”
le persone facevano avanti e indietro dal ristorante. anche a quell’ora era in piena attività. mi ricordava uno squalo, che nuota anche mentre dorme.
alla fine rebecca è uscita. indossava una felpa e un paio di jeans molto larghi.
due passi fuori dal ristorante, ha avvicinato le mani alla bocca per accendersi una sigaretta.
“posso riuscirci”, ho pensato, e mi sono diretta verso di lei.
 
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— vorrei sistemare le cose.
— sistemare le cose? — ha fatto rebecca.
io ho annuito. ma poi sono rimasta in silenzio. avevo pensato un sacco a come continuare quel discorso, ma adesso non mi veniva in mente niente.
rebecca non ha risposto. sembrava imbarazzata.
quella reazione mi ha sollevato il morale. perché almeno non le risultavo indifferente come il manager.
— puoi accompagnarmi alla metro? — mi ha chiesto.
 
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ho fatto la strada assieme a rebecca. siccome non era molto tardi la maggior parte dei negozi era ancora aperta.
“voglio parlare a rebecca. una volta che avrò scoperto che tipo è faremo amicizia”, ho pensato.
abbiamo superato un incrocio dove camminavano molte persone. poi ci siamo dirette alla fermata della metro.
— sono arrivata. grazie per avermi accompagnata.
— non c’è di che…
pensavo di avere a disposizione più tempo.
invece senza che me ne accorgessi, lei era già sparita.
 
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anche il giorno dopo abbiamo finito il turno insieme.
— ti spiace se ti accompagno fino alla metro? — le ho chiesto. poi ho aggiunto: — casa mia è da quella parte.
— se non ti secca… — ha risposto lei.
 
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ho preso l’abitudine di accompagnarla dopo il lavoro. senza parlare, però. lei cammina in silenzio. mentre io non trovo l’occasione adatta per rivolgerle la parola.
più che altro non so proprio cosa dire.
finisco per pensare a un sacco di cose. con il risultato che quando provo a farmi coraggio mi accorgo che siamo già arrivate.
— grazie per avermi accompagnata, — mi dice di solito.
— figurati, — le rispondo io.
magari la prossima volta.
 
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mi chiedo che tipo di persona frequenti rebecca. se lo sapessi riusciremmo a fare conversazione normalmente.
a lavoro però non rivolge la parola a nessuno. se ne sta sempre per conto suo, e non dà confidenze nemmeno ai colleghi più anziani.
ci stavo riflettendo su durante la pausa pranzo, sorseggiando una coca, quando a un tratto ho pensato: e se provassi a scoprire che musica le piace?
 
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forse potevo farmi un’idea grazie alla playlist che mettono al fast food. in base alla sua reazione avrei capito che genere le piaceva e mi sarei regolata di conseguenza.
l’idea mi ha fatto venir subito voglia di mettermi all’opera.
avere un piano d’azione mi tranquillizza.
 
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c’è un solo problema: lavorando in ambienti separati non ci incrociamo quasi mai.
rebecca trascorre il tempo in cucina a preparare i “miei simili”, mentre io di solito sto ferma alla cassa.
quando mi aveva tratta in salvo era solo perché eravamo state assegnate entrambe a pulire la sala. ma chissà quando si sarebbe ripresentata un’occasione del genere?
 
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ho cambiato strategia.
mi basterà dare un’occhiata al suo telefono e scoprire un titolo della sua playlist.
immagino che da una sola canzone si possano scoprire molte cose di una persona.
proprio come è lecito farsi un’idea di chi si ha davanti osservando che scarpe indossa.
“ora serve solo l’occasione giusta”, ho pensato.
 
29
 
non mi va di parlare.
è questo quello che ho letto sul telefono di rebecca.
non ho idea di chi sia il mittente del messaggio. solo il contenuto mi è rimasto impresso.
 
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stavamo pranzando nella break room, ognuna immersa nei propri pensieri. lei come al solito ascoltava la musica dal telefono.
a un certo punto il manager le ha chiesto di raggiungerla. rebecca si è alzata lasciando il telefono in carica sul divanetto.
“un’occasione del genere non mi capiterà mai più”, ho pensato.
ho avuto a disposizione solo qualche secondo.
alla fine non sono riuscita a scoprire che genere di musica ascolta.
 
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come al solito abbiamo fatto la strada assieme.
con la differenza che adesso non pensavo a un argomento per fare conversazione. continuava a tornarmi in mente il messaggio che avevo letto.
non mi va di parlare.
era stato inviato a rebecca da un’altra persona, ma per qualche motivo sembrava che lei l’avesse spedito a me. in modo che lo leggessi.
anche se non ne ero proprio sicura.
 
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siamo arrivate alla fermata della metro. le luci della città galleggiavano tutte attorno a noi. un altro giorno era trascorso così.
— grazie per avermi accompagnata.
io però non sono riuscita a risponderle come al solito. avevo un groppo alla gola.
— se ti va di parlare…
niente, non sono riuscita a continuare.
se non fossi stata un hamburger forse sarei riuscita a ridurre la mia distanza dalle persone.
è stata rebecca a interrompere il silenzio. per qualche motivo.
— d’accordo. parliamo, — ha detto.
 
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avevo preso la metropolitana poche volte in vita mia.
fino a pochi mesi prima abitavo in una cittadina in riva al mare, dove mi spostavo a piedi, o al massimo prendevo l’autobus: quel mezzo era una vera novità.
abbiamo superato i tornelli, poi abbiamo sceso le scale fino alle piattaforme. rebecca camminava davanti a me senza controllare le indicazioni.
le luci sul soffitto mi ricordavano quelle del fast food.
 
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abbiamo aspettato il treno.
quando è arrivato anche il pavimento ha tremato leggermente. il vagone era tirato a lucido, sembrava nuovo. forse era l’effetto che davano i finestrini, dal cui interno proveniva un’illuminazione bianca.
ricordava il guscio di un insetto.
 
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chissà se i treni si sentono mai tristi. è una cosa su cui non ho mai riflettuto.
avrei voluto provare a chiederglielo. forse se fossi stata un treno in qualche modo avremmo potuto comunicare. magari sarei riuscita a percepire le differenze nelle vibrazioni semplicemente appoggiandoci sopra la mano.
avremmo comunicato a quel modo.
anche oggi un treno arriva a destinazione per poi tornare indietro.
chissà se il peso delle persone che si porta dietro assomiglia al groppo che ho in mezzo al petto?
 
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mi sono sempre chiesta a cosa pensasse rebecca.
ma ora, sedute fianco a fianco su un vagone della metro, non mi pongo più il problema. forse in me è avvenuto un piccolo cambiamento. anche se non saprei dire quale.
sono concentrata a osservare il nostro riflesso nel finestrino.
sembra una foto scattata molto tempo fa.
 
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— questo è il mio posto preferito, — ha detto rebecca.
dopo un paio di fermate siamo uscite di nuovo all’aria aperta. non ero mai stata in quella zona della città. pur non essendo in periferia c’erano meno palazzi. di fronte a noi c’era un prato e poi il fiume.
— dopo il lavoro vieni qui? — le ho chiesto.
rebecca, lentamente, ha annuito.
 
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la sponda era illuminata da una serie di lampioni. seguivano il corso del fiume, facendomi capire la direzione anche da lontano. accanto, correva una pista ciclabile dove qualcuno faceva jogging.
— ti va di sederci un momento? — mi ha fatto rebecca.
— certo, — ho annuito.
 
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— non è che venga sempre qua. in effetti casa mia è lungo la strada. diciamo che ci vengo solo quando succede qualcosa. e mi serve tempo per riflettere.
non ho risposto, lasciando che continuasse. visto che non diceva niente però ho deciso di parlare io.
— anche io avevo un posto del genere, — ho detto. — in riva al mare. quando non volevo pensare a niente.
rebecca mi ha guardata.
— neanche tu parlavi molto?
— già. neanch’io parlavo molto. — ho risposto. — proprio così.
 
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in effetti quel posto ricordava la spiaggia dove andavo sempre. con un po’ d’immaginazione potevo anche vedermi seduta in riva al mare.
il rumore delle onde era violento, ruvido e freddo, ma per qualche motivo mi tranquillizzava.
con le mani affondate nella sabbia guardavo le stelle si stendevano a perdita d’occhio.
è proprio vero… in quei momenti avevo l’impressione di trovarmi su un’altro pianeta.
 
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“anche a lei piace riflettere per conto proprio.” ho pensato. “prima di diventare un hamburger anche a me succedeva lo stesso. sotto questo aspetto in fin dei conti ci assomigliamo.”
— sicura che ce la farai senza di me? — mi ha fatto dopo un po’.
— in che senso?
— beh… — rebecca è rimasta in silenzio. per poi dire: — mi hanno licenziata.
— eeh?
 
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— hai presente nella break room? c’eri anche tu quando il manager mi ha chiamata, no?
io ho annuito. in silenzio.
— beh, a quanto pare ho fatto troppe assenze. inoltre non mi impegno nel lavoro come richiesto. come se non bastasse non è sfuggito che ascolto sempre la musica, pare sia vietato.
non ho risposto. non mi veniva in mente nulla da dire.
possibile che dal giorno dopo sarei dovuta andare al fast food senza rebecca?
 
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— so che non ci siamo mai parlate molto…
volevo continuare, ma non mi è venuto in mente altro da dire. mi sono bloccata.
— lo so. non importa. quello che volevo dirti…
rebecca è rimasta un momento in silenzio. poi ha ripreso a parlare. — quello che volevo dirti… — ha continuato.
 
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ho preso di nuovo la metro.
stavolta, visto che non c’era rebecca, ho dovuto fare attenzione alle indicazioni.
ho cambiato linea. alla fine ho salito le scale sbucando in una strada ancora trafficata. ho seguito la mappa sul telefono per tornare a casa.
mentre camminavo ho ripensato alle parole di rebecca, quelle che mi erano rimaste più impresse.
“scuse accettate.”
aveva detto così.
 
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occuparsi di bibite, milkshake e gelati è come avere sotto controllo un piccolo regno. mi assicuro che non manchino bicchieri, coperchi, cucchiai di plastica, rifornisco le scorte per non essere mai sguarnita. sorveglio i confini dando sempre un’occhiata al monitor. reagisco tempestivamente quando vedo che un ordine appare sullo schermo.
non ho molto spazio, ma se provo a esercitare la mia volontà mi sento a casa.
 
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aggirandomi tra cucina e sala ho fatto l’abitudine ai colori smaglianti del fast food.
le vaschette delle salse (maionese, ketchup, barbecue, curry, piccante) sembrano comporre una bandiera, che cambia ogni giorno.
lo stesso discorso vale per le scatole dei diversi hamburger (a ognuno la sua!). impilate una sopra l’altra, cambiano in continuazione.
come tutto, qui.
 
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sono molto impegnata.
corro tra la cassa, la sala e la cucina. a volte a furia di fare avanti e indietro mi fanno male le punte dei piedi.
che abbia preso una taglia troppo piccola?
 
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— è tutto okay?
è una collega più anziana a rivolgermi la parola.
— sì, certo.
— davvero? non si direbbe.
— voglio essere più allegra per te.
— come?
la collega mi ha guardata aggrottando la fronte. io mi sforzo di sorridere.
sono un hamburger. è importante che io riesca a dare gioia alle persone.
 
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un mondo senza rebecca.
…no, a dire la verità è solo il fast food a esserne privo. inoltre da quando è stata licenziata non ho sentito nessuno menzionare il suo nome.
per il momento il suo posto è stato preso da un collega anziano, poi si vedrà a chi assegnarlo.
ogni volta che entro in cucina e mi aspetto di vederla, c’è lui.
 
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è passato un mese da quando mi ha accompagnata al suo posto preferito. in un mese possono succedere molte cose. ma anche niente in particolare. dipende dalla volontà di una persona.
per quanto mi riguarda, visto che non sono una persona ma un hamburger, non ho fatto altro che lavorare.
 
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— Ti mettiamo alla piastra.
— eh?
— mettiti il grembiule che ti faccio vedere.
il manager mi ha affidata agli insegnamenti del collega che ha preso il posto di rebecca. mi ha spiegato come fare i diversi tipi di hamburger. la carne, i vari condimenti, il pane, era importante avere tutto sotto controllo.
— all’old classic si deve aggiungere la salsa segreta.
mi ha mostrato una specie di pistola con un grosso serbatoio. serviva a mettere la stessa quantità di salsa  in ogni panino.
— fammi vedere come fai.
mi ha dato la pistola. ho seguito le istruzioni e mi ha fatto i complimenti.
da quel giorno ho preso il posto di rebecca.
 
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sono due settimane che lavoro alla piastra. preparo gli hamburger. cerco di impegnarmi con tutta me stessa.
eppure mi manca qualcosa.
non saprei identificare il problema, però.
aggiungere la salsa segreta non basta a rendere un hamburger delizioso.
a volte mi viene in mente di ascoltare la musica, come faceva rebecca.
 
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eccomi al lavoro.
ogni giorno mi infilo la divisa che a casa ho lavato e stirato. prima di cominciare devo togliere lo sporco che si accumula nelle suole delle scarpe. inoltre mi assicuro di avere le unghie corte in modo da avere un’alta igiene personale. ogni 30 minuti, al suono della campanella, lascio il lavoro per lavarmi le mani. è obbligatorio e ogni dipendente è tenuto a rispettare questa scadenza. ne va dell’immagine del locale, è importante difendere il buon nome dell’azienda dalla concorrenza.
ogni volta che esco di casa per andare al lavoro ho questo pensiero fisso.
 
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preparo hamburger.
trascorso un mese ho memorizzato ingredienti e movimenti. il mio corpo reagisce in modo automatico. si chiama memoria muscolare, credo. a ogni modo ho ridotto di molto il tempo che impiego a preparare ogni panino, con il risultato che aiuto i miei colleghi nel loro lavoro.
l’altro giorno una ragazza si è addirittura complimentata con me.
— sei molto più veloce di quella che c’era prima.
mi ha rivolto un sorriso, poi è tornata al lavoro.
mi sono chiesta se si riferisse a rebecca.
 
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nessuno parla più di lei, a proposito. è come se fosse stata rimossa dalla coscienza collettiva. sembro l’unica che ne conserva la memoria. a volte penso che il mio compito sia quello di ricordarla perché non scompaia del tutto da questo posto. ma poi scuoto la testa. preparare hamburger deliziosi che rendano le persone felici: sono qui per questo.
 
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gli hamburger finiscono su un nastro trasportatore, uno in fila all’altro.
so che non devo affezionarmi agli hamburger che preparo con tanto amore. altrimenti mi si spezzerebbe il cuore a vederli partire.
“fate buon viaggio. spero riusciate a diffondere nel mondo un po’ di gioia.”
vedo andarsene tante parti di me. parti che non faranno più ritorno.
non ho tempo che per concentrarmi sul lavoro.
anche se vorrei tanto dirgli: “arrivederci.”
 
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senza che me ne accorga sono arrivate le vacanze di natale.
l’ultima ora di scuola abbiamo festeggiato portando dolci e bibite. dopo essere uscita mi sono diretta subito al fast food. mi hanno chiesto di aiutare a sistemare le decorazioni in sala: le terremo fino a metà gennaio.
mentre attaccavo i festoni, in strada ho visto un uccello. ha volteggiato allegramente prima di sparire.
forse era stato lasciato indietro.
 
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a natale si respira un’atmosfera gioiosa.
le strade luccicano di mille colori. gli artisti si esibiscono nelle tipiche carole oppure in canzoni malinconiche. camminando posso vedere il mio respiro.
mi dà la prova inconfutabile che sono ancora viva.
 
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visto che la gente si ferma fuori a fare compere la clientela è aumentata. anche tra lo staff sono apparse tante facce nuove.
altri invece sono scomparsi. non ho idea se siano in vacanza o abbiano proprio cambiato lavoro. mi sembra di trovarmi all’interno di un organismo che sostituisce periodicamente le proprie cellule.
anche io sono una cellula che morirà per essere sostituita? e quando verrà il mio momento?
cerco di non pensarci troppo.
per ora il mio compito è quello di rifornire il fast food di energia vitale, mettendo in circolo quanti più hamburger possibile.
devo fare di tutto per alimentare questo corpo.
 
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— hai riflettuto su quello che ti ho detto?
è stata la mia collega anziana a dirmi quelle parole. ci stavamo infilando la divisa prima di cominciare il turno.
non mi sono dimenticata le sue parole, anche se ormai è passato diverso tempo.
quello che conta è impegnarsi. dopo un po’ diventa difficile…
— credo di sì, — ho detto.
lei ha abbozzato un sorriso ed è uscita.
avevo risposto senza pensarci. ma non potevo dire di avere una chiara idea nella mente.
 
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quando sono uscita mi sono accorta che nevicava. i sottili fiocchi di neve mi hanno seguita per un po’ anche nella fermata della metro.
ho preso un biglietto, superato i tornelli e sono salita su uno dei vagoni. visto che c’era posto mi sono seduta.
è andato tutto all’incirca come quando c’era rebecca.
 
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come previsto la panchina dove andava di solito era vuota. in ogni caso faceva troppo freddo anche per riflettere con calma, soprattutto a starsene sedute osservando l’acqua del fiume. magari un filosofo antico avrebbe anche tratto un valore da quell’esperienza. ma a me veniva solo da battere i denti.
mi sono seduta lì. e infatti ho cominciato a battere i denti.
 
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sono tornata il giorno dopo e il giorno dopo ancora. visto che avevo orari irregolari ho avuto la possibilità di osservare lo stesso panorama in momenti diversi. il giorno dopo c’era un cielo azzurro che dava l’impressione di potersi rompere.
più tardi quella notte ha cominciato a nevicare sul serio.
la neve è caduta giorno e notte, ininterrottamente. si depositava ovunque ne avesse la possibilità.
quando sono tornata lì la neve aveva sommerso la panchina.
 
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ho pulito la neve con le mani, poi mi sono seduta. mi sembrava di trovarmi in mezzo ad altre due persone fatte di neve.
“ehi, come va?”
“bel panorama, eh?”
“già, proprio magnifico…”
l’acqua del fiume sembrava ferma. in cielo non c’erano uccelli. non so perché fosse tanto importante. solo, un cielo senza uccelli non sembrava un vero cielo.
perché mi accorgevo di qualcosa solo quando non c’era più?
 
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sono ancora la stessa ragazza che ha cominciato a lavorare qui?
a volte mentre vado in dispensa a fare scorta di ingredienti posso vedere la me stessa di qualche mese fa. indosso una divisa leggermente diversa, sul volto ho un’espressione piena di speranza: sembra che stia osservando degli uccelli che volteggiano sul soffitto.
chissà a cosa stavo pensando in quei momenti? e perché non riesco a identificarmici più?
 
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dopo la nevicata di qualche settimana fa ha continuato a fare freddo.
durante la notte gli spazzaneve hanno pulito le strade spargendo sale: nella nebbia sembravano macchine che venivano da un futuro lontano.
ho pensato che senza neve mi sarei sentita un po più triste.
per fortuna il posto preferito di rebecca è rimasto intatto, anche se naturalmente il prato si è riempito di impronte.
un giorno sono tornata lì ho trovato la panchina occupata da qualcuno.
 
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era un ragazzo. sembrava un po’ più giovane di me. indossava un cappotto pesante e aveva le ginocchia strette al petto.
ho fatto per allontanarmi ma lui mi ha detto: — puoi aspettare un momento?
aveva la voce chiara. chissà quanti anni aveva?
— perché? — ho chiesto.
— perché mi va di parlare, — ha risposto lui.
 
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non ero molto brava a rifiutare un invito, così mi sono seduta accanto a lui.
il ragazzo è rimasto in silenzio. io con il silenzio non avevo alcun problema, così non ho proferito parola.
— non è che potresti dire qualcosa? — mi ha fatto lui.
— perché?
— così sono in imbarazzo, e non ho idea di come rompere il ghiaccio. comincia tu.
ci ho pensato su un momento, ma non avevo idee. la mia mente era trasparente come l’acqua del fiume.
— sono un hamburger. tanto piacere, — ho detto dopo un po’.
 
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— cosa significa essere un hamburger?
— è quello che mi chiedo anch’io.
il ragazzo non ha commentato e anch’io sono rimasta in silenzio. forse dopotutto era meglio lasciar perdere.
— comunque non è la prima volta che vieni qui, eh? — mi ha fatto dopo un po’.
— è il posto preferito di una mia amica… voglio dire, di una persona che conosco.
— ah… è una coincidenza.
— cioè?
— è anche il mio posto preferito, — ha risposto il ragazzo.
 
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— perché è il tuo posto preferito?
— non saprei, davvero, — ha scosso le spalle. — trascorrevo sempre il tempo qua. dopo un po’ ho cominciato a venirci sempre di meno e ora lo visito solo ogni tanto. è stata una di quelle volte che ti ho vista. sembrava che stessi aspettando qualcuno.
— già.
ho annuito. in effetti era il motivo per cui mi trovavo lì.
 
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— ti spiace se ci vengo di nuovo? — gli ho chiesto quando lui ha fatto per alzarsi.
— figurati. vieni pure quando ti pare. questo posto mica è di mia proprietà.
ho annuito. il ragazzo ha abbozzato un sorriso, poi si è allontanato.
non faceva rumore camminando nella neve.
 
72
 
non ho mai riflettuto sull’importanza di avere un posto preferito.
né un libro preferito, se è per questo, un film o addirittura un piatto.
il fatto che io sia un hamburger non significa questo. sono più interessata all’effetto che procura alle altre persone.
vorrei che tutti potessero conservare un po’ di me dentro i loro corpi. finché non resterà più nulla che io possa chiamare “identità” o “me stessa”. ma sono ancora molto lontana da quel punto.
quando il giorno dopo sono tornata in riva al fiume ho trovato ancora quel ragazzo.
 
73
 
— quando si trattava di venire qui ero all’incirca come te, — ha detto il ragazzo strofinandosi le gambe. — dì un po’, tu cosa provi a startene seduta qui?
ci ho pensato su un momento.
— direi che sto aspettando. ma aspettando cosa, non ne ho idea.
— non è che stai aspettando qualcuno?
ho scosso le spalle.
già, se rebecca fosse apparsa all’improvviso di cosa avremmo parlato? e come si sarebbe evoluto da quel punto in avanti il nostro rapporto?
 
74
 
ho cominciato ad assorbire la routine di quel posto.
proprio come un fast food ha i suoi orari anche in un luogo come quello c’erano orari di punta e momenti di quiete totale. e proprio come un fast food dipendeva molto dalle condizioni del tempo.
 
75
 
l’altro giorno sono rimasta seduta sulla panchina sotto la pioggia. neanche dieci minuti ed ero completamente zuppa, ma per qualche motivo non volevo saperne di alzarmi.
il motivo era che non avevo mai assistito a niente di così bello.
oltre a me non c’era anima viva. la pioggia che cadeva tutto attorno a me componeva una specie di musica.
“ancora un po’ e riuscirò ad ascoltarla come si deve.”
ma alla fine mi sono arresa e ho corso verso la metro.
 
76
 
pur non essendoci ancora presentati ho cominciato a conoscere quel ragazzo.
— era qui che venivo sempre dopo che i miei si sono separati. — mi ha detto una volta.
— è stato difficile? — gli ho chiesto.
lui ha annuito. — non volevo accettarlo. come dire? per me era solo importante che restassero assieme, non importava che fossero felici.
— adesso invece?
lui ha scosso le spalle.
ho immaginato che per oggi non volesse dirmi altro.
“conoscere qualcuno è più difficile che preparare un hamburger” ho riflettuto.
 
77
 
— prima di trasferirmi in città vivevo in un posto simile, — gli ho detto un giorno. — cioè, non era proprio lo stesso, ma ogni volta che volevo riflettere andavo in riva al mare. il fiume un po’ me lo ricorda.
— io sono sempre stato qui. mi sarebbe piaciuto trascorrere l’infanzia al mare.
— non è come sembra, te lo assicuro.
— in che senso?
— hmm, come dire? è una vita solitaria.
in effetti però non sapevo se fosse colpa di quel posto o solo mia.
 
78
 
— vorrei che le cose fossero diverse.
— diverse come? — mi ha chiesto il ragazzo.
— mi sa che è questo il problema.
lui non ha risposto. sembrava impegnato a riflettere su quello che avevo appena detto.
— dovresti riflettere su cosa vuol dire essere un hamburger, — mi ha fatto dopo un po’.
 
79
 
già, cosa vuol dire essere un hamburger? cosa vuol dire essere me?
è davvero un bel problema.
non mi sono mai chiesta perché io fossi io. ho sempre continuato a vivere come avevo sempre fatto. chissà se riuscivo a trasmettere un po’ di me negli hamburger che preparavo?
probabilmente no. era importante seguire la ricetta alla lettera. non avevo possibilità di esprimermi.
il motivo era che le persone volevano la ricetta originale e solo quella.
non gli importava di chi fossi veramente.
 
80
 
— mi trovi strana? — gli ho fatto un giorno.
la domanda mi era venuta spontanea.
— abbastanza. ma non sei più strana degli altri in generale.
quell’affermazione mi ha fatto riflettere.
si riferiva al fatto che tutte le persone sono diversi tipi di hamburger?
 
81
 
“cosa significa essere un hamburger?”
forse invecchiando ripenserei così a questa parte della mia vita. già, invecchiando, andando avanti con la mia vita… chissà se resterò sempre così?
troverò le risposte che cerco nella ricetta della salsa segreta?
 
82
 
vado tutti i giorni alla stessa panchina. a volte trovo il ragazzo, ma spesso trascorro il tempo da sola.
le cose cambiano anche in un posto del genere, dove a parte l’acqua che scorre sembra tutto immobile.
il peggio dell’inverno è ormai trascorso. spesso il cielo è ancora pesante di nuvole, ma a volte è così trasparente che ho l’impressione di poter vedere le stelle anche in pieno giorno.
anche l’erba del prato sembra più morbida e piena di vita. più persone vengono a correre, passeggiare o più semplicemente passano di qui in bicicletta.
se chiudo gli occhi mi sembra di essere parte di quel cambiamento.
 
83
 
cosa significa essere un hamburger?
cosa vuol dire essere me?
come sarà la mia vita da dieci anni a questa parte?
ho tante di quelle domande che mi frullano nella mente…
rischio di non capirci più nulla…
 
84
 
— perché non scrivi un diario?
il ragazzo un giorno mi ha detto così.
— quando i miei si sono separati mi ha aiutato parecchio. forse non fa per te, ma…
a quel punto è rimasto in silenzio. pensavo che avrebbe continuato, ma niente.
— beh… tu pensaci su, okay? — mi ha detto prima di andarsene.
un diario… chissà che titolo avrebbe un diario scritto da una come me?
 
85
 
il giorno dopo sono andata a comprare un taccuino. ho riflettuto che non avevo molto di cui scrivere, per questo avevo bisogno di poco spazio. inoltre le divise da lavoro non avevano tasche (erano cucite), quindi mi serviva qualcosa di piccolo da avere a portata di mano.
è stata dura soprattutto decidere dove cominciare.
ma alla fine ho cominciato a scrivere…
“l’altro ieri ho cominciato a lavorare in un fast food…”
 
86
 
le dimensioni del taccuino mi consentono solo pezzi brevi. è dura riassumere quello che provo in poco spazio. ma credo che mi servirà per riflettere sui miei sentimenti.
cosa provo per rebecca, e perché è così importante per me?
 
87
 
scrivo soprattutto seduta sulla panchina. ora che le temperature hanno cominciato ad alzarsi indosso solo una felpa.
la gente esce più spesso. tanto che a volte trovo la panchina occupata e devo sedermi sul prato. devo ammettere che lo scambio non è sconveniente. l’erba è morbida e appena tiepida, e a volte resto immobile a osservare le nuvole.
penso di guardarle assieme a rebecca.
 
88
 
non so quando ho capito che il ragazzo della panchina e rebecca potessero essere fratelli. forse ho sempre avuto questo presentimento dentro di me. senza riuscire mai a dargli una forma concreta.
il motivo era che stare assieme a lui ricordava un po’ lei.
inoltre con il tempo ho cominciato sempre più a riflettere sul “posto preferito.”
era importante avere un luogo nel mondo reale che ci collegasse al passato.
proprio come rebecca voleva ricordare il tempo trascorso con suo fratello io tornavo lì per cercare il legame perduto con rebecca.
ora l’avevo capito.
 
89
 
— ci servono più persone. così non siamo abbastanza. se conosci qualcuno, per favore, chiedigli di lavorare per noi.
così mi ha detto il manager prima che cominciassi il turno. in effetti con la bella stagione anche la gente aveva cominciato a frequentare il fast food più spesso.
— mi spiace, ma non conosco nessuno, — ho risposto francamente.
— eri amica di rebecca, no? se la vedi dille che sarei disposto a darle un’altra possibilità.
— ecco, io…
— allora conto su di te.
il manager è tornato al lavoro. anch’io dovevo sbrigarmi a cominciare. nella mente però mi frullavano un sacco di domande.
 
90
 
quel pomeriggio per fortuna ho incontrato il ragazzo della panchina.
— allora, hai cominciato a scrivere il diario?
io ho annuito. poi ho detto: — senti, a proposito del diario… ti ha aiutato molto quando i tuoi si sono separati, vero? scrivevi sempre…
il ragazzo ha annuito a sua volta.
— non avevo nessuno con cui parlare. trascorrevo molto tempo da solo. neanche mia sorella l’ha presa bene. neanche lei parlava più. forse l’ho incolpata per questo.
io ho annuito. non mi è venuto in mente niente da dire.
 
91
 
— sono sicura che tua sorella tiene molto a te. — gli ho fatto dopo un po’.
— dici? è da un bel po’, però, che non parliamo più.
— vivete ancora assieme?
lui ha annuito. io sono rimasta in silenzio. visto che avevo finito tardi il fiume aveva i colori della sera.
chissà se anche rebecca, in quel momento, stava osservando il tramonto?
 
92
 
quando ci siamo incontrate di nuovo però, dalla conversazione con il ragazzo della panchina erano passati più di due mesi.
dall’ultima volta che l’avevo vista, invece, chissà quanto?
aveva i capelli più lunghi. anche i miei erano cresciuti?
mi ha fatto impressione vederla così all’improvviso: il mio cuore ha cominciato a battere forte nel petto.
— buonasera. caro il mio hamburger.
mi ha salutata sorridendo.
 
93
 
— buonasera. è caro qui un hamburger? — ha ripetuto rebecca.
dovevo aver sentito male. in effetti non avevo mai confessato a rebecca di essere un hamburger.
— reb…
volevo parlarle, ma l’abitudine a essere sempre reattiva ha avuto il sopravvento.
— prego, posso prendere l’ordine?
— hmm, vediamo… — ha fatto lei osservando il menù luminoso affisso al muro dietro di me.
 
94
 
— posso andare al bagno? — ho chiesto al manager.
rebecca aveva appena ritirato il suo ordine. era sparita su per le scale, diretta a un tavolo.
— adesso? ma siamo pieni…
— mi scappa… davvero molto, — ho insistito.
— beh… allora fai presto.
— sì.
uscita dalla cucina però invece di scendere le scale interne sono salita al piano di sopra, uscendo dalla porta di servizio.
rebecca mangiava per conto suo seduta a un tavolo…
 
95
 
le persone cambiano di più quando non siamo a contatto con loro? o è solo un’impressione dovuta alla distanza che ci separa?
— ti hanno messa in sala? — mi ha fatto rebecca abbozzando un sorriso.
— no, io…
non sapevo bene come rispondere a quella domanda, così ho cambiato argomento.
— sono tornata spesso al tuo posto preferito. speravo d’incontrarti.
rebecca ci ha riflettuto su finendo il panino.
— già, da quando ti ho portata là non ci sono più tornata.
 
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— vedi, è da un bel po’ che io e mio fratello non ci parliamo più.
in quel momento come un flash mi è tornato in mente il messaggio che avevo visto mesi fa sul telefono di rebecca.
non mi va di parlare.
era stato proprio il fratello a scrivere quelle parole? era passato tanto di quel tempo… allora neanche il loro rapporto aveva fatto passi in avanti?
— senti, tra quanto finisci? — mi ha chiesto rebecca.
— due ore.
— d’accordo. io in ogni caso non ho niente da fare. dopo ti va di fare due passi? tornerò a prenderti.
— sì. mi va. certo, — ho risposto senza pensarci.
rebecca ha sorriso. — come ai vecchi tempi, eh?
“già. come ai vecchi tempi”, ho pensato io.
 
97
 
e come ai vecchi tempi ci siamo diretti verso la metro, e di lì al suo posto preferito, ma invece di fermarci alla panchina abbiamo proseguito lungo la riva del fiume.
da lì in poi era un territorio sconosciuto.
era trascorso molto tempo da quando ci eravamo parlate l’ultima volta. non è che avessimo mai fatto chissà quali discorsi, ma rebecca mi era rimasta impressa come se ci conoscessimo da una vita.
volevo incontrarla di nuovo, ed eccomi accontentata.
 
98
 
— a proposito, come hai fatto a prenderti una pausa? — mi ha chiesto rebecca dopo un po’. — c’era un sacco di gente, a me non la davano mai.
— ho detto che dovevo andare in bagno.
— e ti hanno fatta andare? — ha risposto lei incredula. — pazzesco, con me s’inventavano sempre qualche scusa, alla fine ci andavo appena sei o sette volte al giorno. davvero ingiusto.
— ehm…
— scommetto che non ne puoi più di quel posto, eh? ti capisco…
— non è che non ne posso più…
ho cercato le parole per esprimere quello che sentivo, ma lei ha esclamato: — ah, ci sei mai venuta qui?
eccoci arrivate a un piccolo molo: erano ormeggiate alcune imbarcazioni a forma di cigno.
— questo è il mio secondo posto preferito, — ha dichiarato rebecca.
 
99
 
c’erano tanti piccoli sassi rotondi, levigati dal movimento dell’acqua.
— sai come farli rimbalzare?
ho annuito.
— eh? davvero? fammi vedere — e me ne ha lanciato uno, che ho preso al volo.
mi sono avvicinata al bordo… ho preso la mira…
plop, plop, plop, plop.
il sasso ha compiuto quattro lunghi salti prima di affondare.
— whoa! pazzesco! — ha detto rebecca.
 
100
 
abbiamo giocato fino a tarda notte. era divertente esercitarsi a far rimbalzare i sassi.
alla fine… plop, plop, plop… sono riuscita a farne sette di fila.
— dove hai imparato a lanciare così bene? — mi ha fatto rebecca.
— è stato mio padre a insegnarmi.
— ah sì? quando eri piccola?
— quando ero piccola… — ci ho pensato un attimo, poi ho annuito. — quando ero piccola, proprio così. prima che diventassi un hamburger, cioè.
 
101
 
posso quasi vedermi, prima di diventare un hamburger.
trascorrevo molto tempo da sola.
e se c’è una cosa che mi ricordo, è il rumore delle onde.
sciuff-ciaff…
era un po’ come il verso di innumerevoli insetti che sbattono le ali. era più o meno l’unica cosa a cui prestassi attenzione.
 
102
 
— vuoi far rimbalzare i sassi in acqua? ti mostro come fare, — mi ha detto una volta mio padre.
abbiamo raccolto sassi “piatti e tondeggianti”. ho accumulato tutti quelli che corrispondevano alla descrizione, ma lui è stato più severo del previsto nello scegliere quelli adatti.
alla fine ne sono rimasti solo alcuni.
 
103
 
— è una questione di polso. sarà anche scontato ma è tutto qui.
“una questione di polso.” “avere polso.” “il polso della situazione.” la stessa parola era utilizzata per descrivere cose diverse.
o in realtà era solo una?
 
104
 
a vederlo sembrava facile, ma ho continuato a esercitarmi per due settimane di fila senza risultati. il motivo era anche che le condizioni non erano proprio ideali. le onde continuavano a gonfiarsi e sbattere sulla riva, e soffiava sempre il vento.
eccomi lì, a lanciare un sasso dopo l’altro.
due, tre, quattro settimane… ma alla fine….
plop, plop, plop.
il sasso ha compiuto tre salti e poi è sparito. il petto era così leggero che mi sembrava di galleggiare.
“con l’impegno si raggiunge qualunque cosa”, ho pensato.
qualunque cosa… anche smettere di sentirsi soli.
 
105
 
“prometto che non mi sentirò mai più sola. farò tutto quello in mio potere per riuscirci.”
mi sono detta questo.
sì, e allora perché continuavo a sentirmi così?
nonostante riuscissi a far rimbalzare i sassi almeno cinque volte…
 
106
 
anche a scuola me ne stavo sempre per conto mio.
eccomi lì seduta al mio banco.
“Alzati e vai a parlare con gli altri. puoi riuscirci, devi solo volerlo!”
mi sono alzata… ho raggiunto gli altri…
“ehm…”
niente da fare, era come trovarsi davanti a un muro. proprio così, un muro alto per lo meno tre volte me.
alla fine sono tornata al mio banco…
 
107
 
oltre a essere muta ero anche sorda. vivevo nel mio mondo, isolata da tutto e da tutti. ogni giorno era uguale al precedente.
andare a scuola, tirare sassi in riva al mare e poi tornare a casa… fare i compiti… guardare un film oppure ascoltare la musica…
eccomi qui.
io sono questo.
non è molto, lo so.
 
108
 
— dopo usciamo, ti va di unirti?
è stato un mio compagno di classe a rivolgermi la parola. chissà perché così, di punto in bianco?
— dopo ho da fare…
— okay. se cambi idea non hai che da dirlo.
detto questo ha raggiunto gli altri. io sono tornata a guardare fuori dalla finestra.
“cosa vuol dire essere me?”
 
109
 
…alla fine li ho seguiti.
il gruppo si è diviso quasi subito in tre gruppi più piccoli: quelli che camminavano davanti facendo strada, chi seguiva e infine me.
chissà perché avevo accettato? a questo punto sarei stata diretta verso casa.
inoltre sembrava che stesse per piovere.
 
110
 
— posso chiederti perché te ne stai sempre da sola?
il mio compagno di classe si è staccato dal gruppo di testa e ha lasciato che lo raggiungessi.
— non parlo molto, — ho risposto.
lui mi ha guardata. mi sono resa conto che non era abbastanza, così ho aggiunto: — non mi viene mai in mente nulla di cui parlare.
— noi però adesso stiamo parlando, no?
il mio compagno di classe, al contrario di me, non aveva mai avuto problemi a parlare con le altre persone. al contrario era un punto di riferimento per tutti.
anche per me, in un certo senso.
 
111
 
non aveva mai approfittato della sua popolarità. aveva ottimi voti, durante le lezioni era sempre attento e aveva un sacco di amici. ma nemmeno una volta l’avevo visto escludere qualcuno, o prendersi gioco degli altri.
neanche dei più deboli, delle persone che non erano in grado di stare al suo passo.
neanche di una come me.
 
112
 
— perché mi hai invitata fuori?
— hmm? perché, dici?
lui ci ha pensato su un momento. sembrava cercare la risposta sospesa da qualche parte sopra di noi.
— non mi piace vederti stare da sola. penso che potremmo parlare, ma non trovo mai l’occasione di rivolgerti la parola. nel frattempo il tempo passa… e…
sembrava voler aggiungere altro, ma poi si è interrotto. alla fine mi ha chiesto: — non è non volevi venire, eh?
ho scosso la testa. — non è questo.
per un po’ abbiamo camminato in silenzio, seguendo gli altri. abbiamo attraversato un ponte, diretti verso il centro.
— in ogni caso… dove stiamo andando? — gli ho chiesto.
— a mangiare, — ha risposto lui con un’alzata di spalle.
— mangiare? mangiare cosa?
— uhm… — di nuovo ha scrutato un punto sospeso sopra di noi in cerca della risposta. — che ne dici di un hamburger?
 
113
 
a quanto pare quel gruppo andava spesso a pranzo in un piccolo fast food in centro. il motivo era che il ragazzo che mi aveva invitata andava pazzo per gli hamburger, era una sua debolezza.
— devo trattenermi, altrimenti ne mangerei ogni giorno, — mi ha confessato strada facendo.
“uhm… ragazzo hamburger…”, ho pensato io.
 
114
 
il locale era piccolo, ma pulito, e nonostante ci fosse gente, dopo un po’ di attesa si è liberato un tavolo.
abbiamo ordinato un hamburger a testa. il ragazzo hamburger però ne ha presi due.
— non ti sembra di esagerare? — gli ho fatto.
— mi servono energie per essere sempre reattivo, — ha detto togliendo l’incarto argentato. — e poi non ingrasso mai, nemmeno di un grammo.
beh… che dire? non aveva certo problemi di linea.
 
115
 
mi ha colpita il modo in cui mangiava gli hamburger: sembrava proprio goderseli fino all’ultimo boccone.
aveva l’espressione concentrata. faceva un po’ ridere.
in effetti l’hamburger era delizioso: la carne era saporita, il pane morbido, i condimenti gustosi.
— è merito della salsa segreta, — mi ha detto il ragazzo hamburger con tono esperto.
— salsa segreta?
— proprio così, — ha annuito lui. — la salsa di questo posto è speciale. anche se è una catena riescono a tenere la qualità molto alta.
“qualità molto alta… salsa segreta…”
ho riflettuto su quelle nuove informazioni.
 
116
 
dopo pranzo sono tornata alla spiaggia per conto mio. ho continuato a tirare sassi. uno alla volta, senza stare a rifletterci troppo su.
in effetti avevo altro per la testa.
l’espressione concentrata del ragazzo hamburger, per esempio. gli argomenti di cui aveva parlato seduto al tavolo: aveva una personalità magnetica, tutti lo stavano a sentire e lo ammiravano.
l’esatto opposto di me, in pratica.
“il ragazzo hamburger”, ho pensato di nuovo.
 
117
 
dopo essere usciti a pranzo insieme io e il ragazzo hamburger non ci siamo più parlati per un po’. sembrava che la vita avesse ripreso a scorrere normalmente.
lui continuava a essere al centro dell’attenzione. anche durante l’ora di ginnastica era il perno attorno a cui ruotava la sua squadra; era un asso perfino a pallavolo.
quanto a me mi limitavo a osservarlo dal mio piccolo angolo di mondo.
chissà se erano gli hamburger a dargli quell’energia?
 
118
 
i miei non erano certo ricchi. non avevo molti soldi miei, quindi di uscire di nuovo a pranzo con gli altri non se ne parlava.
che gli altri fossero usciti di nuovo o no, cercavo di non pensarci.
il motivo era che quella volta mi ero divertita. anche se era dura ammetterlo.
volevo uscire di nuovo, ma non riuscivo a farmi avanti.
mi sa non volevo cedere alla debolezza di dipendere da qualcuno.
 
119
 
fino a quel momento avevo vissuto sempre per conto mio. tutte le mie riflessioni, esperienze, sentimenti… visto che non avevano uno sfogo continuavano ad accumularsi da qualche parte dentro di me, appesantendomi.
era il mio destino continuare a lanciare sassi in mare?
 
120
 
cosa significa provare un sentimento? cosa vuol dire sentirsi attratti da un’altra persona?
io volevo senz’altro affidarmi a qualcuno… più di ogni altra cosa, forse. ma come si fa, in pratica, ad affidarsi a qualcuno?
forse è la stessa sensazione che lasciarsi cadere. lasciarsi cadere… con la certezza che ci sarà qualcuno ad afferrarti le spalle.
per quanto mi riguarda era una vita intera che continuavo a cadere. cadevo… continuamente, senza rialzarmi mai.
ero io quella persona, l’unico essere umano che fossi abituata a conoscere.
ero debole, non riuscivo a farmi avanti, ed esprimere i sentimenti era impossibile. erano chiusi da qualche parte dentro di me, non volevano saperne di uscir fuori.
“se fossi diversa le cose cambierebbero”, mi sono detta.
 
121
 
sono uscita con quel gruppo altre volte. non potevo sempre raggiungerli al fast food, così li beccavo più tardi.
mi sa però che ci andavo più che altro per trascorrere il tempo con il ragazzo hamburger.
sapere che avrei potuto vederlo sembrava rendere meno pesante anche tutto il resto.
anche a scuola, a poco a poco, abbiamo cominciato a parlare. a volte trascorrevamo addirittura l’intervallo insieme.
 
122
 
— perché ti piacciono tanto gli hamburger? — gli ho chiesto un giorno.
— perché, dici? uhm, vediamo…
ci ha pensato su un momento, poi ha detto: — beh, a tutti piacciono gli hamburger, no? e poi… è bello stare tutti assieme. hai presente la sensazione?
ho annuito. ma in realtà non avevo bene in mente di cosa stesse parlando.
— a me piace un sacco anche solo uscire dopo la scuola, — ha continuato. — non saprei spiegare bene il motivo, so solo che è così. forse sono un tipo abitudinario ma so che al fast food ci divertiremo.
— forse più avanti rimpiangeremo questi giorni.
avevo parlato senza pensarci. il ragazzo hamburger ha ridacchiato: — è la prima volta che… come dire?
— sì?
— che dici quello che pensi.
 
123
 
…ma lo pensavo veramente?
in realtà non ne avevo nessuna idea. perché io non ero felice. neanche un po’.
nonostante ora qualche volta uscissi con gli altri, era sempre il ragazzo hamburger a tirarmi in mezzo, e quando non parlavo con lui restavo in silenzio.
era come se mi tenesse per mano, rifiutandosi di lasciarmi andare a fondo.
“ci sono io, non devi preoccuparti di niente. non sei sola.”
sembrava dirmi questo.
 
124
 
un giorno, ero seduta al mio banco, ma come al solito mi sembrava di galleggiare nel mio mondo.
il ragazzo hamburger mi ha chiesto se volessi fare due passi durante l’intervallo. io ho accettato e siamo usciti.
ero davvero a terra, e per qualche motivo neanche la vicinanza del ragazzo hamburger sembrava tirarmi su. cosa stava succedendo?
dopo un po’ si è fermato. ho fatto qualche passo sovrappensiero e mi sono fermata anch’io.
avevamo parlato di qualcosa? non me n’ero neanche accorta.
ha sembrato cercare le parole giuste.
— tu mi piaci… davvero molto. — ha detto dopo un po’.
 
125
 
la reazione di una persona normale: di sicuro avrebbe cominciato a battergli forte il cuore (è impossibile restare del tutto indifferenti di fronte a una dichiarazione).
poi avrebbe valutato bene il da farsi, o magari avrebbe risposto istintivamente.
e da quel momento in avanti nella sua mente si sarebbe riempita di domande.
cosa mi aspetterà domani?
come si evolverà il nostro rapporto?
chissà se mi piace veramente?
…ma purtroppo non ero una persona normale. proprio per niente.
 
126
 
anche sforzandomi non sono riuscita a trovare dentro di me la minima traccia di emozione.
il ragazzo hamburger ha distolto quasi subito lo sguardo.
— so cosa stai per dire.
— cosa sto per dire?
— lascia perdere.
ha scrollato le spalle senza aggiungere altro. neanche a me veniva in mente niente da dire.
alla fine la nostra passeggiata si è interrotta lì. lui è andato avanti, io sono tornata in classe.
 
127
 
quel pomeriggio sono tornata a lanciare sassi in mare.
sciuff-ciaff…
le onde continuavano a sbattere sulla riva, ritirandosi con un rumore di insetti.
se fossi stata una persona diversa forse in quel momento non mi sarei trovata lì. se fossi stata qualcun altro forse avrei accettato la dichiarazione del ragazzo hamburger.
forse ne sarei stata addirittura felice.
“io chi sono?” ho pensato.
 
128
 
no, più che altro… cosa significava essere me? e perché io ero proprio io?
la persona che avevo sempre frequentato era la stessa che mi aveva fatto più soffrire.
chiunque a quel punto avrebbe interrotto il rapporto.
“grazie, ma le nostre strade si separano qui.”
“farò tesoro del tempo trascorso insieme.”
“arrivederci. spero che un giorno tu possa essere felice.”
già… magari fosse possibile.
vivere in un mondo in cui sono qualcun altro. qualunque cosa. anche…
 
129
 
volevo essere felice insieme agli altri, invece il mio destino era trascorrere il tempo da sola.
i miei genitori hanno anche cominciato a valutare se trasferirsi.
trasferirsi… una nuova città, una nuova casa… un’altra scuola.
avrei ricominciato tutto daccapo.
 
130
 
…no, non era così.
finché fossi rimasta la stessa persona di sempre non sarebbe cambiato niente.
la terra avrebbe potuto aprirsi in due, il cielo cadere con un boato e io avrei continuato a sentirmi a quel modo.
davvero non c’è un rimedio alla solitudine?
 
131
 
è arrivato l’ultimo giorno di scuola. durante le vacanze estive mi sarei trasferita.
ho deciso di non dire nulla ai miei compagni di classe. non che fosse importante, comunque.
alla fine il ragazzo hamburger è venuto a salutarmi.
— ci vediamo dopo le vacanze.
— sì. io…
a quel punto le parole mi si sono bloccate in gola. alla fine ho scosso la testa. meglio lasciar perdere.
anche il ragazzo hamburger sembrava voler aggiungere altro. alla fine però ha fatto un piccolo cenno della testa e si è allontanato.
avrei voluto camminare al suo fianco. dimenticare di essere me stessa e poter vivere solo per gli altri.
se avessi potuto dividermi all’infinito anche del mio dolore non sarebbe rimasta traccia.
 
132
 
…eccomi di nuovo in riva al fiume, seduta accanto a rebecca.
mentre parlavo mi era sembrato di rivivere quelle scene, tanto da dimenticarmi di essere lì.
no… impossibile dimenticarsene.
io sono un hamburger. la realtà dei fatti è questa.
chissà quando è avvenuto questo cambiamento dentro di me? neanche sforzandomi riuscirei a individuare un punto preciso.
ma io sono un hamburger.
non riuscirei a cambiare le cose neanche volendo.
 
133
 
— ah, adesso ho capito.
rebecca ha annuito un paio di volte rivolta a sé stessa.
— cos’è che hai capito?
— sai, ho sempre avuto l’impressione che fossi un po’ fissata con gli hamburger.
— davvero?
— magari non te ne sarai accorta, caro il mio hamburger, ma ti ho beccata parecchie volte a fissarmi in modo strano. pensavo che ce l’avessi con me, invece dopo un po’ ho avuto l’impressione che t’interessassi alla preparazione.
— ah… — una lampadina mi si è accesa nella mente. — sai, mi hanno messa alla piastra.
— eh? sul serio?
io ho annuito convinta. le ho raccontato di come mi avevano insegnato, di come me l’ero cavata i primi tempi…
era strano parlare così, naturalmente, con qualcuno. da quant’è che non succedeva?
 
134
 
— sai, penso spesso di trovarti a lavoro, come una volta — le ho detto dopo un po’ — è stato un colpo vederti di nuovo.
“mi batteva forte il cuore”, ho pensato.
— anch’io quando non avevo niente da fare mi dicevo “non è mica ora di andare al lavoro?” pensarci è automatico, sai. ma che vuoi farci? in fin dei conti non volevo davvero lavorare lì.
— e cosa volevi veramente?
— mah, chi lo sa?
rebecca ha lanciato un altro sasso nel fiume. è sparito con un piccolo plop.
 
135
 
volere qualcosa veramente.
avere un obiettivo preciso.
rincorrere un sogno.
chissà se si collegava in qualche modo a chi volevo essere io?
io volevo impadronirmi della salsa segreta. lo volevo veramente.
il mio obiettivo era quello di diventare un hamburger delizioso, a cui nessuno avrebbe potuto resistere.
il mio sogno era quello di essere amata da tutti.
…sì, in fin dei conti quella ero io.
 
136
 
— bah, inutile pensarci adesso.
rebecca si è sdraiata sull’erba. dopo un po’ mi sono sdraiata accanto a lei.
in cielo non si vedevano le stelle. era una bella differenza rispetto a dove vivevo prima.
— è stato bello incontrarti di nuovo. — ha detto.
l’ho guardata. accanto a me però c’era il ragazzo hamburger. la stessa espressione, lo stesso modo di vestirsi… non era cambiato di una virgola dall’ultima volta.
si sentivano anche i tonfi delle onde.
poi è riapparsa rebecca: ero di nuovo in città.
sono tornata a guardare il cielo.
— sì. anche per me.
 
137
 
di nuovo al lavoro.
oggi sono arrivata in anticipo e ho avuto più tempo per prepararmi.
lo spogliatoio però non è proprio un ambiente rilassante.
è piccolo, buio e disordinato, e non ha nemmeno un buon odore.
c’è un piccolo lavandino e dei servizi igienici. vengono puliti due volte al giorno, ma siccome siamo in tante a fare avanti e indietro, le condizioni non sono sempre impeccabili.
inoltre in sottofondo viene trasmessa la musica che c’è in sala. è una playlist dei maggiori successi del momento.
ormai la so a memoria.
 
138
 
mi sono tolta i vestiti con calma.
fuori splendeva il sole, così sono venuta in maglietta e pantaloncini.
dopo essere tornata a casa la notte scorsa non ho chiuso occhio per un bel pezzo. continuavo a pensare al tempo trascorso con rebecca.
le avevo davvero raccontato del periodo prima che diventassi un hamburger?
come avevo fatto ad aprirmi così, senza nemmeno rendermene conto?
 
139
 
quando sono rimasta solo in mutandine e reggiseno mi è venuto naturale guardarmi allo specchio.
sono proprio io, quella?
riconosco le morbide foglie verdi, lucide dopo essere stata lavate, i soffici panini, il formaggio fuso… e naturalmente la carne. i due hamburger uno sopra l’altro mi fanno venire l’acquolina in bocca.
“tu sei questo.”
è vero, però… non è ancora abbastanza.
mi manca qualcosa.
— sì, ti manca qualcosa, — ho detto rivolta allo specchio.
 
140
 
— Aiutami per favore con le consegne sul retro.
ho accompagnato l’aiuto manager nel punto di scarico sul retro dell’edificio. c’era un camioncino e degli addetti erano già al lavoro.
— tu tieni la porta aperta, okay?
— di cosa si tratta?
di solito le consegne venivano effettuate sempre la mattina presto e la sera, non mi erano mai capitate a quell’ora del pomeriggio.
— siamo rimasti a corto di salsa segreta. a volte succede. in questo caso la facciamo preparare al volo in un posto qui vicino.
— ah.
infatti eccola lì… l’addetto ha spinto un pesante carrello dove ho visto le tipiche bottiglie di plastica arancione. gli ho tenuto la porta aperta.
— grazie, — mi ha fatto sorridendomi.
— di niente, — ho risposto io.
 
141
 
da quando ho saputo della consegna “straordinaria” quello è diventato il mio pensiero fisso.
in caso di emergenza la salsa segreta era preparata al volo e consegnata nel giro di un pomeriggio.
di conseguenza quel posto non poteva essere troppo lontano.
e ovunque fosse l’avrei trovato di sicuro.
 
142
 
quel pomeriggio ho scritto a rebecca. durante il suo periodo di lavoro si era mai verificata una situazione del genere? ricordava particolari? sapeva darmi indicazioni?
alla fine ho potuto controllare solo verso sera, dopo aver finito il turno.
sono entrata nello spogliatoio e ho aperto l’armadietto. ho tirato fuori il telefono dallo zaino.
…ma non ho trovato alcuna risposta.
 
143
 
dopo esserci scambiate i numeri di telefono in riva al fiume ci eravamo scritte quasi ogni giorno.
rebecca aveva una vera passione per gli smile, ne mandava una tonnellata.
quando a me, almeno secondo il suo parere, i messaggi sembravano “scritti da un robot”, e avrei dovuto metterci “un minimo di emozione”.
in effetti anche parlando a voce con qualcuno mi veniva naturale andare dritta al punto, ed essere il più chiara possibile.
che la mia personalità si riflettesse anche come scrivevo i messaggi?
 
144
 
non è detto che per comunicare qualcosa si debba per forza parlare. mi viene in mente quando passeggiavo in riva al mare con il ragazzo hamburger, noi due soli.
il rumore delle onde, le barche che dondolavano a destra e sinistra… mettere un passo dopo l’altro.
chissà dove ci saremmo fermati? chissà se prima o poi uno dei due avrebbe preso la parola?
fantasticando su queste cose trascorrevo il tempo assieme a lui.
il silenzio di rebecca, che durava ormai da giorni, era un modo di comunicare simile a quello?
 
145
 
prima che mi scrivesse di nuovo è trascorsa una settimana intera.
so una cosetta o due. perché t’interessa tanto, caro il mio hamburger?
il messaggio era accompagnato dalla solita tonnellata di smile.
ho cercato di rispondere sinteticamente: per me era molto importante scoprire la formula della salsa segreta.
poi mi sono ricordata le sue parole: “i tuoi messaggi sembrano scritti da un robot”.
ho riletto il mio messaggio, più volte, da cima a fondo.
come renderlo più simile a ciò che avrebbe scritto un hamburger?
 
146
 
rebecca si è fatta viva qualche giorno dopo, mentre stavo spazzando il pavimento.
non mi aspettavo di vederla lì. il cuore ha cominciato a battermi forte nel petto.
era gioia? o solo nervosismo?
 
147
 
— non mi ricordo per niente dove sia quel posto. ma c’è un modo piuttosto semplice per scoprirlo, — ha detto sedendosi a un tavolo.
io, che temevo di trascurare i miei doveri, l’ascoltavo in piedi.
— basta entrare nell’ufficio dei manager. — ha continuato lei. — è in fondo al corridoio del piano inferiore. la password del tastierino è sempre la stessa.
— la password… del tastierino… — ho ripetuto meccanicamente.
— ascolta bene, sono stata in quell’ufficio decine di volte. la maggior parte erano lavate di capo. a ogni modo lo conosco come le mie tasche. il faldone che cerchi è proprio sullo scaffale sopra il monitor, dove vengono registrate le consegne di tutto il mese.
ho riflettuto su quelle informazioni. ma era tutto così improvviso che mi girava la testa.
il primo passo per ottenere la ricetta della salsa segreta era a portato di mano.
…allora perché ero ancora indecisa?
 
148
 
— mi spiace. non posso farlo, — ho detto scuotendo la testa.
perché ero così debole? perché non riuscivo a decidermi una volta per tutte? non era forse il mio sogno essere un hamburger delizioso? non era forse la salsa segreta l’unico modo per riuscirci?
— certo. naturalmente lo sapevo, — ha detto rebecca.
— eh?
— caro il mio hamburger, ormai ti conosco un pochino, — ha risposto scuotendo la testa. — ci andrò io, d’accordo? sono qui proprio per questo. dì un po’, non sei contenta di avermi di nuovo come collega?
— come collega?
niente da fare… troppe informazioni.
dopotutto ero solo un hamburger, mica un computer.
 
149
 
— stavolta dovrai impegnarti sul serio, — ha detto il manager.
— sissignore, — ha risposto rebecca.
— ti avverto, non avrai un’altra possibilità.
— sissignore.
— e stavolta niente pisolini in piedi mentre pulisci i bagni.
— sissignore.
— e voglio vederti arrivare puntuale. no, anzi… con dieci minuti d’anticipo.
— sissignore.
— e la divisa pulita…
sono andati avanti così per cinque minuti…
 
150
 
— ora non ci resta che trovare quell’indirizzo, — mi ha fatto rebecca.
parlando, grattava via il grasso accumulatosi sulla piastra di cottura.
— quando l’avremo trovata, cosa farai? — le ho chiesto.
— beh, il passo successivo è andare a quell’indirizzo, giusto? non abbiamo idea di cosa ci aspetta.
— no, non intendevo quello, — ho risposto scuotendo la testa. — voglio dire con questo lavoro.
— con questo lavoro? — ha ripetuto rebecca, continuando a scrostare la piastra. — bah, non ne ho idea. penso proprio che mi licenzierò. poi… chi lo sa?
— davvero ti licenzierai?
— senti, ora non pensiamoci, okay? abbiamo problemi più urgenti.
non sapendo cosa rispondere, mi sono limitata ad annuire.
e poi era ora di tornare al lavoro.
 
151
 
per recuperare quei documenti era fondamentale trovare il momento giusto.
di solito i manager erano due, e durante l’ora di punta erano entrambi in cucina a darci una mano.
il problema però era che in quei momenti nessuno si prendeva mai una pausa. anzi, se avessimo chiesto di andare in bagno ci avrebbero risposto di no.
— andiamoci lo stesso. non ci vorranno più di cinque minuti, te lo assicuro, — ha proposto rebecca.
io però non mi fidavo: se ci avessero beccate quali sarebbero state le conseguenze?
 
152
 
ho trascorso una settimana di lavoro assieme a rebecca
lei alla piastra, io facevo avanti e indietro in sala, come ai vecchi tempi.
chissà però se era davvero così?
in fondo dopo quell’ultima avventura le nostra strade si sarebbero separate di nuovo.
non volevo che succedesse, ma non potevo farci niente.
evidentemente non era nella mia natura tenere le persone strette a me.
neanche chi mi aiutava senza pensare a sé stessa.
 
153
 
abbiamo ricevuto entrambe il turno a notte fonda, durante il week-end.
— stanotte è la nostra occasione, — mi ha fatto rebecca. — sei pronta?
non potevo proprio dire di esserlo. ma non volevo neanche essere d’intralcio. mi sono limitata ad annuire.
 
154
 
“la calma prima della tempesta.”
non ho idea di chi abbia inventato questa espressione, ma aspettando la gente di ritorno dalla discoteca, non mi è venuto in mente niente di più adatto.
il locale è vuoto e silenzioso.
i pavimenti sono tirati a lucido.
i due addetti alla sicurezza srotolano il nastro di fronte al punto di ritiro.
sui touch screen le foto degli hamburger scorrono una dopo l’altra, invogliandoti all’acquisto.
nell’aria però si percepisce un lieve nervosismo: ha un che di elettrico.
i miei colleghi si danno da fare, senza fretta ma con un obiettivo ben preciso in mente.
chissà se i marinai che scrutano l’oceano provano lo stesso?
 
155
 
ecco la tempesta.
oggi mi hanno assegnata alle bibite, quindi non vedo quello che succede di là. ogni tanto sento degli schiamazzi. ma cerco di non farci caso.
la mia attenzione è assorbita dalle bibite: devo assicurarmi di seguire gli ordini che appaiono sul monitor.
la buona riuscita della serata dipende anche da me.
 
156
 
— inventati una scusa, — mi ha sussurrato rebecca.
si era avvicinata con una scusa qualunque, pulendosi le mani sul grembiule.
— eh? adesso?
il nastro trasportatore era intasato di panini, la cucina piena, gli allarmi delle friggitrici trillavano.
— sì. e sbrigati. ci becchiamo giù fra trenta secondi.
senza pensarci sono andata dal manager.
— servono ricambi dei bicchieri medi. anche quelli grandi.
— allora fa’ in fretta.
— sissignore.
ero riuscita a dire una cosa del genere solo perché in effetti i ricambi mancavano proprio.
ho sceso le scale, sono andata nel magazzino: di fronte a me si alzavano torri di bicchieri di carta.
— che stai facendo? dobbiamo muoverci.
rebecca si è affacciata alla porta, mi ha presa per mano e mi ha portata con sé.
 
157
 
non ero brava in niente. evidentemente. neanche a fare da palo.
appena rebecca è scomparsa dietro la porta dell’ufficio mi sono venuti i sudori freddi.
il fatto era che c’era… troppo silenzio. davvero troppo.
i manager si saranno accorti della nostra assenza? quanto tempo era già passato? e se ci avessero beccate, quali sarebbero state le conseguenze?
— hai finito? — le ho fatto. ma poi mi sono resa conto che con la porta chiusa probabilmente non mi sentiva.
ho lanciato un’occhiata al corridoio: vuoto.
ho inserito la combinazione nel tastierino e ho aperto la porta…
 
158
 
ero stata nello stanzino dei manager solo un paio di volte. c’erano due piccole scrivanie con i monitor dove potevi vedere quello che succedeva in sala.
rebecca aveva aperto un pesante faldone sulla scrivania, che sfogliava freneticamente.
— ma che fai qui? vai in corridoio a vedere se arriva qualcuno! — mi ha detto lanciandomi un’occhiata.
— avevi detto cinque minuti! reb, ci staranno cercando di sicuro!
— allora dammi una mano, no? non credevo avessero due faldoni per le consegne.
rebecca mi ha indicato un altro faldone, identico a quello che stava sfogliando lei, e altrettanto voluminoso.
— devi cercare la data della consegna. — ha detto riprendendo a cercare. — qui non sono in ordine…
— oh cavolo.
mi tremavano le mani…
 
159
 
date, date, date…
continuavo a sfogliare, ma non riuscivo a concentrarmi.
le date si mescolavano, si sovrapponevano, si scambiavano. mesi, numeri, anni perdevano di significato.
inutile: non riuscivo a focalizzarmi su nulla.
— torniamo indietro!
ho chiuso il faldone e sono uscita.
di fronte a me c’era il manager.
 
160
 
— che stai facendo?
— no, io…
avevo la mente vuota.
— non dovevi mica prendere i bicchieri?
— sì.
— e rebecca? l’hai vista?
— ecco, io…
non riuscivo a parlare. ci provavo, ma le parole non mi venivano fuori.
 
161
 
— i bicchieri, io… non trovo le misure adatte.
ho parlato senza rendermene conto. le parole sono nate spontaneamente da qualche parte dentro di me.
— come? molto strano, ma sei sicura? — mi ha fatto il manager.
lentamente, ho annuito. lui si è grattato la fronte, appena sotto la visiera del berretto, con una penna.
— bah, andiamo a vedere questi bicchieri.
 
162
 
l’ho seguito senza fiatare. in effetti riuscivo a mala pena a respirare.
la pareti attorno a me pulsavano, mi sembrava di camminare galleggiando in un sogno.
era troppo tardi, ero stata scoperta. era tutto finito.
il mio lavoro, il mio sogno di scoprire la salsa segreta…
proprio adesso che ero così vicina, che era quasi a portata di mano.
se solo fossi riuscita a raggiungerla…
 
163
 
…già, un altro sogno irrealizzabile. evidentemente.
il manager si è avvicinato alla pila di bicchieri, indicandoli con la penna. poi si è allontanato di nuovo.
— hai controllato le scatole lì in fondo? — mi ha chiesto.
— eh?
— le scatole lì in fondo, — ha ripetuto accennando a un angolo della stanza. — a volte mettono i bicchieri delle bibite assieme a quelli del caffè.
— sì. infatti.
— hai controllato?
ho scosso la testa.
il manager è andato a controllare e infatti eccoli lì.
— però mi sembrava di avertelo detto, no? possibile che ti sia dimenticata, che sei sempre così precisa?
— non so cosa dire.
in effetti mi mancavano proprio le parole. per qualche istante è calato il silenzio.
— a proposito, perché uscivi dalla break room? — mi ha chiesto il manager.
 
164
 
già, perché uscivo dalla break room?
la saletta per gli impiegati era proprio di fronte all’ufficio, evidentemente credeva che fossi uscita da lì.
— io…
ho scosso la testa. cosa potevo dire?
— rebecca era lì, così ho chiesto a lei.
— rebecca era nella break room?
— sì, proprio così.
sapevo che in teoria sarebbe dovuta andare in bagno e tornare subito al lavoro.
sapevo anche quali sarebbero state le conseguenze di quelle parole, ma le avevo dette lo stesso.
— tu porta su i bicchieri, — mi ha detto uscendo. — dritta in cucina, stavolta.
— sissignore.
sono uscita dal magazzino. ho lanciato un occhiata al corridoio, ma non c’era nessuno.
chissà se rebecca aveva fatto in tempo a uscire?
sono tornata su…
 
165
 
un annuncio era affisso alla porta d’acciaio.
si tengono corsi di cucina per principianti. per informazioni rivolgersi alla segreteria.
“dove sarà questa segreteria?”
ho provato a dare un’occhiata in giro. a parte quell’enorme capannone di fronte a me però sembrava non esserci altro.
ho fatto il giro fino a beccare una piccola struttura appena più grande di una guardiola.
sulla porta di legno era affisso un altro foglio, stavolta con su scritto: segreteria.
ho bussato…
 
166
 
erano trascorse due settimane dal turno di notte in cui rebecca aveva ottenuto l’indirizzo.
mi aveva dato la bolla di consegna all’uscita dal fast food.
— eh eh, alla fine non è stato tanto difficile, no? poteva andarci peggio.
io avevo annuito, per poi chiederle: — alla fine il manager che ti ha detto?
— niente di che, la solita ramanzina. non stare a preoccuparti.
io non avevo risposto e lei aveva cominciato a parlare d’altro.
pensavo che tutto si fosse risolto per il meglio. due giorni dopo però rebecca aveva smesso, un’altra volta, di venire a lavoro.
 
167
 
il manager era andato su tutte le furie, e si era sfogato con me.
— stavolta con noi ha chiuso. con questo atteggiamento non andrà da nessuna parte. ma voi due poi, com’è che siete tanto in confidenza?
io avevo scosso la testa.
già, com’eravamo entrate in confidenza? non avrei saputo rispondere.
lui per fortuna, visto che aveva altro da fare, se n’era andato e la discussione si era chiusa lì.
quanto a rebecca, aveva smesso di rispondere ai miei messaggi.
“qui non ci tornerà mai più”, avevo pensato.
e in quel momento avevo la certezza di avere ragione.
 
168
 
due settimane dopo, finalmente, eccomi lì: in quel posto era preparata la salsa segreta.
le porte che mi separavano dal mio obiettivo si riducevano sempre di più.
spesso vedevo di fronte a me quel piedistallo d’acciaio. su cui riposava la ricetta, come una reliquia finalmente a portata di mano.
“eccomi qui”, avrei pensato. “dove tutto inizia e tutto finisce.”
 
169
 
è trascorso un altro mese. il corso di cucina invece è cominciato da una settimana.
si svolge in un’area del capannone principale e avrà la durata di due mesi.
ci sono diverse postazioni d’acciaio, tirate a lucido, con alcune stoviglie perfettamente lavate.
a fronteggiare la classe c’è uno chef con una postazione identica alla nostra, che indossa un grembiule nero identico al nostro.
l’unica differenza è l’aura che emana: è a proprio agio e per niente teso. si vedono proprio, gli anni di esperienza accumulati.
quanto a me, con le mie abilità non l’ho certo impressionato.
 
170
 
in quell’immenso capannone si svolgono diverse attività legate alla cucina.
c’è sempre un intenso viavai di camion che trasportano ingredienti e materie prime e che portano via piatti forse destinati alle mense scolastiche o degli uffici.
fra tutti quei camion c’è anche quello che trasporta la salsa segreta.
 
171
 
fra il corso di cucina, il lavoro e la scuola non ho più tempo libero.
non che altrimenti fosse un granché produttivo. comunque non trascorro neanche più molto tempo da sola.
ho perso l’abitudine a passeggiare per conto mio. concentrata come sono a superare le svariate porte che mi separano dal mio obiettivo.
 
172
 
in pratica mi sembra di correre a perdifiato verso la mia meta. incurante di tutto quello che mi circonda.
in effetti ho ripreso l’abitudine che avevo prima di diventare un hamburger, in altre parole vivere nel mio mondo.
per un periodo avevo creduto di aver un legame con rebecca.
invece a quanto pare la parte più profonda di me aveva sacrificato l’amicizia con lei in nome della salsa segreta.
così erano andate le cose.
“reb, non preoccuparti. quando avrò quella ricetta le cose si sistemeranno di sicuro.”
ho pensato queste parole andando al corso di cucina.
— …sì, ma ci credi veramente?
ho alzato lo sguardo per vedere che il ragazzo hamburger camminava a fianco a me.
 
173
 
sì, accanto a me c’era il ragazzo hamburger
— è un bel po’ che non ci si parla, eh? ti sono mancato?
— solo un po’.
mi sono accorta che la voce mi tremava.
ho abbassato lo sguardo e ho detto: — mi sei mancato.
— sempre alla ricerca della salsa segreta? — ha fatto lui senza perdersi d’animo.
il ragazzo hamburger come al solito ha fissato un punto sospeso sopra di noi. sembrava che la risposta a quella domanda si trovasse lì da qualche parte.
— ormai sono vicina.
— solo un’altra porta, eh?
— già. solo un’altra porta.
— e se fosse chiusa in uno schedario con la chiave? hai provato a pensarci?
il ragazzo hamburger ha detto queste parola guardandomi fissa.
 
174
 
— in fondo… sì, se ci pensi, in fondo dovrebbe trattarsi di una ricetta supersegreta. ammetto però che ti sei spinta parecchio in là, sono stupito.
— davvero?
lui ha annuito con forza.
— beh, mi spiace deluderti, ma io non ho fatto quasi niente.
— eh… questo lo so benissimo.
in una situazione normale la domanda seguente sarebbe stata: “come fai a saperlo benissimo, scusa?”
ma la risposta la conoscevo già.
perché naturalmente lì, oltre a me, non c’era proprio nessuno.
 
175
 
non in forma fisica, per lo meno.
era come un’idea, solo più definita. come quando un hamburger si materializzava nella mia mente appena avvertivo il sibilo tipico della piastra.
o quando dovevo associare un’immagine a delle patatine o due fette di pane.
credo che il ragazzo hamburger fosse apparso a fianco a me per lo stesso processo intuitivo.
a grandi linee.
 
176
 
— comunque facevi sempre così. non so se te lo ricordi.
— così come?
— non è la prima volta che passeggiamo fianco a fianco. dopotutto.
— questo lo so, — ho risposto subito.
ma quelle parole avevano qualcosa di strano. ho capito cosa voleva dire il ragazzo hamburger.
già. dopotutto avevo camminato a fianco a lui un sacco di volte. ma al tempo stesso ero sempre nel mio mondo.
come avevo fatto a dimenticarlo? le giornate trascorse a guardare fuori dalla finestra… settimane senza rivolgere la parola a nessuno…
non è mica una malattia da cui si guarisce in una settimana, come un raffreddore.
io ero sempre sola, la verità è questa.
anche quando ero assieme a lui, ero sempre sola.
 
177
 
ero distratta, e al corso di cucina non ho imparato nulla.
dopo la lezione sono uscita a passeggiare. ho camminato a lungo, tanto che quando mi sono guardata attorno non riconoscevo nessuno degli edifici che mi circondavano.
le luci della città… sembravano trasmettermi una specie di musica. in un certo senso.
è in quella musica che il ragazzo hamburger è tornato a camminare a fianco a me.
 
178
 
un treno è passato sopra di noi. i finestrini illuminati sono corsi via.
sembravano portare lontano una parte di me.
 
179
 
— un sacco di volte immaginavo di camminare al tuo fianco. era davvero forte, sai? era come galleggiare. — gli ho fatto dopo un po’.
— parlavamo di un sacco di cose, te lo ricordi? affrontavamo un sacco di argomenti…
— alla fine però non ti ho mai invitato in riva al mare. avrei voluto sfidarti a lanciare i sassi, farti vedere quant’ero brava.
— mi sarebbe piaciuto…
abbiamo continuato a camminare in silenzio.
per un po’ nessuno dei due ha detto niente. si sentiva solo il rumore del traffico.
— posso farti una domanda? — ho detto dopo un po’.
— certo, chiedi pure.
— com’è andata veramente? intendo quella volta.
— quella volta, eh? — ha risposto il ragazzo hamburger incrociando le braccia. — hmm, fammi pensare…
 
180
 
quella volta mi aveva invitata a trascorrere l’intervallo assieme a lui. ricordo che si era fatto avanti quando ero seduta al mio banco.
…ma era andata proprio così? non ci capivo più niente…
era stato lui a farsi avanti? o ero io a essermi alzata e averlo raggiunto?
avevo davvero trovato il coraggio dentro di me?
…e poi cos’era successo?
eravamo usciti dalla classe… il cuore mi batteva forte nel petto, avevo la testa leggera e non riuscivo a valutare bene la distanza fra le cose.
era come camminare in un sogno.
alla fine mi ero fermata. non trovavo più la forza di andare avanti. dopo qualche passo si era fermato anche lui.
tutti gli altri invece continuavano a camminare.
— tu mi piaci… davvero molto.
dopo un lungo silenzio avevo scelto quelle parole.
 
181
 
avevo scelto quelle parole.
delle parole che avevo conservato a lungo dentro di me.
ma il ragazzo hamburger sembrava non provare emozioni al riguardo. è addirittura rimasto in silenzio.
— so cosa stai per dire, — gli avevo fatto.
— cosa sto per dire?
— lascia perdere.
…poi com’era andata a finire? già, me n’ero andata, lasciandolo lì.
mentre tornavo in classe le pareti del corridoio diventavano sempre più buie, e il soffitto sempre più basso. mi sentivo gli occhi pesanti, sarei scoppiata in lacrime da un momento all’altro.
perché tutto si stava chiudendo di nuovo attorno a me?
 
182
 
da quel giorno nessuno mi aveva più invitata, e io ero tornata alla routine di prima.
pensare al ragazzo hamburger mi faceva soffrire, così anche “nel mio mondo” avevo smesso di frequentarlo.
ero di nuovo sola.
 
183
 
— è dura, essere soli.
— sì. non c’è cosa più dura al mondo, è questa la verità, — ha annuito il ragazzo hamburger.
— non volevo che succedesse mai più. avevo un problema, lo sapevo. mi sarebbe bastato essere un’altra persona, sul serio. era tutto quello che volevo.
— anche diventare un hamburger?
ho annuito.
anche un hamburger era meglio che essere me.
 
184
 
nel frattempo ci eravamo seduti su una panchina lungo la strada. di fronte a noi un grande parco era illuminato dalle luci di alcuni lampioni.
chissà se era ancora aperto? non c’era nessuna indicazione per capirlo. al tempo stesso però non c’era neanche nessuno, oltre a noi.
— dimmi una cosa, — gli ho fatto dopo un po’. — la salsa segreta esiste? esiste veramente?
il ragazzo hamburger per un po’ è rimasto in silenzio a contemplare le luci della città.
— sì, la salsa segreta esiste veramente, — ha risposto. — proprio così.
 
185
 
autunno.
ormai sono trascorsi due mesi da quando ho visto rebecca l’ultima volta. il paesaggio fuori dal fast food è rimasto lo stesso.
eppure, in piedi di fronte alla vetrina, guardando fuori, riesco ad accorgermi della differenza.
è arrivato anche il momento di lasciare questo lavoro.
 
186
 
il mio ultimo turno ho cercato di assorbire tutto quello che potevo.
i suoni, gli odori, le parole, l’ordine del catalogo, i colori smaglianti. ero una spugna sul fondo del mare, e inghiottivo tutto quello che potevo.
chissà se un giorno questa esperienza mi sarebbe tornata utile?
 
187
 
“addio. mi mancherete anche voi.”
quando ero arrivata qui gli hamburger che scorrevano sul nastro mi sembravano tanti prigionieri diretti al patibolo, ma non lo penso più.
in fin dei conti anche loro se ne andranno molto presto.
raggiunte bocche e stomaci, uno dopo l’altro usciranno in strada, diretti chissà dove, per ricominciare come parte di qualcos’altro.
“è arrivato anche il mio momento.”
ho finito di incartare l’ultimo hamburger. l’ho lasciato scorrere sul nastro.
all’improvviso però ho sentito una fitta al petto. dal fondo della cucina ho seguito il percorso dell’hamburger sul nastro.
abbiamo attraversato insieme la cucina, per poi finire al punto di ritiro. una mia collega mi ha fatto: — devo portarlo subito di là.
— aspetta. posso portarlo io?
— eh? conciata così?
in effetti indossavo ancora il grembiule sporco da cucina.
— puoi darmi il tuo? per favore, — le ho chiesto.
— bah, è il tuo ultimo giorno, no? va bene, ma poi ridammelo, okay?
ho annuito.
dopo essermi cambiata ho portato di là l’ultimo hamburger.
 
188
 
ho dato da mangiare alle persone.
in questo periodo in pratica non ho fatto altro.
ho preparato hamburger, ho pulito la sala perché al loro arrivo splendesse, ho battuto ordini alla cassa, l’ho fatto in fretta perché non dovessero aspettare. ho ordinato le varie salse, cannucce, bicchieri di carta…
ho fatto parte di un organismo più grande di me. mi sono impegnata per farlo funzionare come si deve.
ora però è tutto finito.
ho consegnato il vassoio a una donna.
— buon appetito.
la mia attenzione però è tutta sull’hamburger. vorrei augurargli buona fortuna.
ma riesco solo a pensare: “buon viaggio”.
 
189
 
“mi sa che non combinerò niente.”
così ho pensato seduta sulla panchina.
già, ma in fondo io che ne sapevo? magari rebecca sarebbe passata di lì, o forse avrei beccato suo fratello.
“devo avere fiducia in me stessa. solo così riuscirò a trovarla.”
 
190
 
ho trascorso due settimane intere seduta sulla panchina. poco meno di due settimane, cioè. e non è che trascorressi proprio tutto il tempo seduta.
anzi, visto che faceva ancora abbastanza caldo me ne stavo spesso in riva al fiume.
ho calcolato che qualcuno passava facendo jogging circa ogni cinque minuti.
 
191
 
ho memorizzato anche le diverse razze di cani, di qualcuno anche il nome.
robot
arco
ala
alcuni si chiamavano così. ho provato a riflettere io, se avessi avuto un cane, come l’avrei chiamato.
lattuga?
formaggio?
hamburger?
meglio lasciar perdere…
 
192
 
“no, non posso aspettare di nuovo!”
avevo già trascorso un sacco di tempo ad aspettare che rebecca si facesse viva. okay, in quell’occasione avevo conosciuto suo fratello, ma quant’erano le possibilità che succedesse di nuovo?
— ve ne state sempre qui, eh? io proprio non vi capisco, — mi ha detto un giorno un uomo.
ero sovrappensiero, e non mi ero nemmeno accorta che si fosse seduto accanto a me.
era molto anziano. indossava una giacca blu di cotone e un paio di pantaloni marroni più pesanti.
le mani, grandi e pallide, erano poggiate a un bastone.
— non che sia contrario a stare all’aria aperta, ma non dovresti fare un po’ di movimento?
— a cosa si riferisce? — ho chiesto.
— non sai quanto ho parlato con un ragazzo grossomodo della tua età. proprio come te se ne stava tutto il tempo a guardare il fiume.
“un ragazzo… della mia età?” ho pensato, con il cuore che mi batteva forte nel petto.
 
193
 
a quanto pare però quel ragazzo non trascorreva altrettanto tempo lì. a ogni modo lui e il vecchio avevano parlato diverse volte.
— già, dov’è che se ne stava di solito? — ha detto, sul volto un’espressione sofferente mentre cercava di ricordare.
alla fine ha scosso la testa.
— scusa, non mi viene proprio in mente. comunque perché t’interessa tanto?
— non fa niente.
— magari se me ne parli può darsi che qualcosa mi torni in mente. — ha insistito lui dando due colpetti leggeri a terra con il bastone.
già… in fondo che alternative avevo?
 
194
 
gli ho spiegato sinteticamente la situazione. sono stata rapida e precisa nel confezionare una risposta, proprio come quando preparavo un hamburger.
— eh? come? non ci ho capito niente! — ha protestato il vecchio.
— eeh?
— voglio dire, in pratica… com’è che queste due persone sono collegate?
— sono fratello e sorella, — ho ripetuto.
— ma loro non l’hanno detto, no?
ho scosso la testa.
— in altre parole è solo una tua impressione.
ho annuito.
— inoltre pensi che il ragazzo che ho descritto e quello che hai incontrato siano la stessa persona.
ho annuito di nuovo.
il vecchio ha sembrato riflettere.
 
195
 
— è ora che mi avvii, — ha detto dopo un po’. — altrimenti mia moglie si arrabbia, capisci.
— okay.
— ti auguro di far pace con la tua amica. e di trovare… uhm…
— la salsa segreta.
— giusto.
— sono ancora un hamburger in fondo, — ho detto convinta.
il vecchio ha scosso la testa e si è allontanato.
eccomi di nuovo sola.
 
196
 
non sapevo che fare, così ogni tanto passavo davanti al fast food, come un cagnolino randagio.
il fast food e la panchina erano i miei due soli punti di riferimento. non avevo altro che mi legasse a rebecca.
quanto ai messaggi, era come immergere delle bottiglie nell’oceano, sperando che arrivassero a destinazione.
in effetti non avevo altra scelta che aspettare.
magari però avrei aspettato un anno… o magari dieci, o forse cinquanta, e alla fine non sarebbe cambiato nulla.
anche un hamburger muore di vecchiaia.
 
197
 
eccomi in versione detective.
di fronte a me un mistero da dipanare. un mistero legato a un luogo preciso e a due persone che per breve hanno fatto parte della mia vita.
sono tornata in riva al fiume: chissà se un giorno riuscirò a scoprirlo?
“reb, dove sei?” ho pensato.
 
198
 
seduta su quella panchina, giorno dopo giorno, diverse persone entravano in scena per sparire qualche minuto dopo, come nel film forrest gump.
una vecchia donna per esempio aveva l’abitudine di spargere briciole ai piccioni. ho guardato la scena con interesse. ma quando gruppi di piccioni sono planati tutti attorno a me, ho dovuto allontanarmi.
 
un uomo con il berretto da baseball invece gettava pane nel fiume. i pesci facevano subito a pezzi le fette di pane in mezzo agli schizzi bianchi. sembrava che l’uomo in realtà desse da mangiare al fiume stesso.
 
199
 
ho anche beccato un gruppo di ragazzini che faceva jogging il sabato mattina. di fronte a loro un istruttore dava il ritmo con il fischietto.
mi sono fatta l’idea che dovesse essere un club di pugilato.
anche se non so perché.
 
200
 
tutto attorno a me era pieno di vita.
le persone svolgevano le proprie attività quotidiane senza nemmeno accorgersi che fossi lì.
in effetti anche il fast food andava avanti benissimo anche senza di me.
avevo creduto di essere un ingranaggio fondamentale, invece ero stata sostituita senza nemmeno rendermene conto.
ho pensato che probabilmente funzionava così per ogni essere vivente sulla terra, e per ogni attività che esso svolgesse.
…no, non è così.
non può esserlo, giusto?
perché per quanto il fast food funzionasse o no, io avrei voluto stare sempre al fianco di rebecca.
quando lei se n’era andata, quando ho capito che non sarebbe tornata mai più, anche quel posto ha perso di significato.
chissà se un giorno avremmo potuto incontrarci di nuovo?
chissà se allora sarei riuscita finalmente a conoscerla?
 
201
 
una volta ho beccato un bambino seduto in riva al fiume. aveva l’aria triste. ha alzato lo sguardo verso di me, poi l’ha riabbassato subito.
— ti sei perso? — gli ho chiesto sedendomi accanto a lui.
— lascia perdere.
non mi aspettavo una risposta del genere.
non sapevo cosa fare, e mi è venuta la tentazione di far rimbalzare un sasso in acqua. ma attorno a me c’era solo erba. e comunque farlo in un fiume poteva essere pericoloso.
era la prima volta che mi mancava il mare.
 
202
 
— dì un po’, tu te ne stai sempre qui? — mi ha fatto dopo un po’ quel bambino.
— che intendi?
— non è mica la prima volta che ti vedo. se mia madre sapesse che ti parlo andrebbe su tutte le furie.
ho riflettuto sull’espressione “andare su tutte le furie”. chissà se io la usavo a quell’età?
— tu invece vieni qui spesso? — gli ho chiesto.
— hmm-mmm. se così si può dire. non che mi vada, comunque.
— perché?
— altrimenti non me ne starei da solo, no? non è mica tanto difficile.
non ho risposto. dopo un po’ il bambino, forse temendo di avermi offesa, ha detto con tono più tranquillo: — non mi va di stare con gli altri.
stare con gli altri… in effetti poteva essere un bel problema.
 
203
 
per un po’ abbiamo guardato soltanto la superficie dell’acqua. il bambino ogni tanto strappava qualche filo d’erba, ma per il resto se ne stava tranquillo.
— senti, ma tu sei matta? — mi ha fatto dopo un po’.
— eeh? perché dici una cosa del genere?
— è quello che dice mia madre. dice che non ci stai molto con la testa. te ne stai qui tutto il giorno… e poi…
— sì?
— …che stai cercando una salsa.
evidentemente la voce doveva essersi sparsa. non avrei mai pensato che in riva al fiume le notizie circolassero a quella velocità.
 
204
 
— tu cosa pensi? — gli ho chiesto.
— riguardo a cosa?
— pensi che io sia pazza?
il bambino ha sembrato pensarci un po’ su. alla fine ha scosso la testa.
— però non capisco la storia della salsa, — ha detto.
— perché non si tratta della salsa. non esattamente.
— ah no? e allora cosa?
— hmm. è un po’ difficile da spiegare.
già, se non la salsa, chissà cosa stavo cercando?
 
205
 
ho beccato quel bambino altre volte.
se ne stava sempre per conto suo, seduto in riva al fiume. sembrava che la mia compagnia non lo disturbasse, e lasciava che mi sedessi accanto a lui.
quanto a me, non so perché volessi trascorrere il mio tempo con un bambino. non è che avessimo molto da dirci.
forse semplicemente non volevo stare sola.
 
206
 
— perché non ti piace trascorrere il tempo insieme agli altri? — gli ho chiesto una volta.
— mah… che vuoi che ti dica?
il bambino ha raccolto le ginocchia al petto.
— mi mollano al parco giochi ogni giorno dopo la scuola. mia madre lavora, quindi non può starmi sempre dietro.
— e allora chi si prende cura di te?
— nessuno… non ho bisogno di nessuno…
alla fine è venuto fuori che veniva affidato al padre di un suo compagno di classe. con cui però non andava d’accordo.
cioè, in pratica non andava d’accordo con nessuno, neanche a scuola.
così aveva finito per isolarsi.
 
207
 
— senti, ma che c’è di speciale in questo posto? — mi ha chiesto una volta. — voglio dire, io ci vengo perché devo venirci. ma tu…
— io… io sto cercando qualcosa.
— ci risiamo…
— non è quello che pensi, — ho cercato di spiegarmi. — in pratica una mia amica e suo fratello trascorrevano molto tempo qui. davvero molto, era il loro posto preferito. sto semplicemente cercando di capire il perché.
— non faresti prima a chiederglielo?
ho appoggiato la mano sul prato. non mi andava di strappare neanche un filo d’erba.
— purtroppo sono spariti, — ho risposto.
 
208
 
— senti, adesso devo andare, — mi ha fatto il bambino. — tu non stare a pensarci troppo, okay?
— in che senso, scusa?
— è solo che…
ha corrugato la fronte, pensandoci su. alla fine ha scosso la testa e mi ha salutato alzando la mano. infine si è allontanato.
ho seguito con lo sguardo il tragitto del bambino lungo il ponte e infine all’altra sponda del fiume.
dopodiché è sparito.
il fiume ormai aveva i colori della sera.
già, chissà cosa c’era dall’altra parte?
ho attraversato il ponte…
 
209
 
dall’altra parte c’era un piccolo parco. proseguendo lungo una stretta stradina sono arrivata fino ad alcune attrazioni per bambini.
un scivolo, una rete per arrampicarsi, un’altalena, un piccolo castello con tanto di ponte.
tutto attorno l’erba non cresceva più. probabilmente perché l’avevano calpestata ormai innumerevoli volte.
 
210
 
lo scivolo era illuminato solo dalla luce dei lampioni.
faceva abbastanza freddo, anche con la felpa sentivo il bisogno di coprirmi. peccato che non avessi altro.
e comunque non volevo andarmene.
“la salsa segreta è qui”, mi sono detta, all’improvviso e senza rifletterci su.
dopo aver formulato quel pensiero sono rimasta a guardare il piccolo parco giochi. con il cuore che mi batteva forte nel petto.
 
211
 
non ero mai stata a un parco giochi come quello.
non avevo mai avuto amici con cui andarci, chiusa com’ero nel mio mondo.
dato che gli altri mi prendevano in giro avevo preferito crearmi un posto tutto mio dove non soffrissi più.
che il bambino con cui ero entrata in confidenza soffrisse allo stesso modo?
 
212
 
sono salita sullo scivolo e ho esplorato quel piccolo castello da cima a fondo.
ho controllato ogni centimetro dello scivolo, delle altalene, delle corde per arrampicarsi.
dopodiché ho pure ispezionato il terreno attorno al parco giochi.
niente da fare, la salsa segreta non era lì.
alla fine mi sono seduta in riva al fiume. una serie di lampioni illuminavano l’altra sponda.
sotto uno di quei coni di luce ho visto anche la panchina dove andavo di solito.
e seduta sulla panchina…
…no, non poteva essere!
“reb, sei davvero tu?”
mi sono precipitata dall’altra parte. a metà del ponte però già mi mancava il fiato, e ho rischiato di inciampare. ma ho continuato a correre.
alla fine sono arrivata alla panchina.
ma lì non c’era già più nessuno.
 
213
 
quella figura ha continuato ad apparire, notte dopo notte.
io da parte mia continuavo a correre a perdifiato verso la panchina, solo per trovarla vuota.
si trattava di un fenomeno sovrannaturale? o era dovuto tutto alla mia immaginazione?
o forse… già, dopotutto perché non tutte e due?
 
214
 
un giorno, seduta in cima allo scivolo, guardavo come al solito in direzione della panchina.
ero troppo lontana per distinguere i contorni, quindi in realtà non potevo neanche essere sicura che fosse rebecca.
“tanto per quanto ci provi sarai sempre al di fuori della mia portata.” ho pensato.
già, non l’avrei raggiunta neanche a correre più veloce del vento. e se mi fossi accovacciata fra i cespugli ad aspettarla, lei non sarebbe comparsa.
di questo ero sicura.
 
215
 
quindi per trovarla ho dovuto smettere di cercarla. non c’era altra soluzione, mi sa.
ho smesso di cercare qualunque cosa, a dire il vero.
ho smesso di cercare rebecca.
ho smesso di cercare suo fratello.
ho smesso di cercare la salsa segreta.
trascorrevo un sacco di tempo da sola in quel piccolo parco giochi deserto.
una volta ho contato quattro stelle sparse agli angoli del cielo.
 
216
 
quando l’ho trovata era trascorso più di un mese. ormai faceva freddo, e io nel frattempo ero diventata una parte del parco giochi.
o forse mi ero trasformata in una piantina che assorbiva la luce della luna.
qualunque cosa fossi, non riuscivo a muovermi da quel posto. ormai ero inchiodata sulle sponde di quel fiume.
senza pensarci ho attraversato il ponte. mettevo un passo dopo l’altro senza concentrarmi su nulla.
finalmente sono arrivata alla panchina.
solo che al posto di rebecca, lì ero seduta io.
 
217
 
— eccoti qui. — mi ha fatto.
mi sono seduta accanto a lei.
era strano sedersi accanto a sé stessi, ma in realtà non è che non fossi abituata a esperienze del genere.
— dì un po’, che te ne pare? come ti senti? — mi ha detto il mio fantasma.
ho alzato le spalle. — perché me lo chiedi?
— mah, chissà come mai, eh? hai avuto una reazione un po’ deludente.
— in che senso?
— non dico saresti dovuta scappare a gambe levate, ma almeno fingerti un po’ sorpresa? tipo: che ci fai tu qui? oppure: santo cielo, posso toccarti?
— in realtà non è mica una novità, — ho risposto.
— ma davvero? — mi ha risposto lei accennando un sorriso.
 
218
 
quel sorriso le è rimasto sulle labbra solo qualche momento.
poi è tornata a rivolgere lo sguardo al fiume. per un po’ siamo rimaste in silenzio.
— perché dici che non è mica una novità? a che ti riferisci? — ha detto lei dopo un po’.
— esperienze del genere mi sono già successe, — ho spiegato.
— cioè? che vuoi dire?
ho fatto un lungo sospiro, guardando il fiume.
— ho parlato alcune volte con il ragazzo hamburger credendo che fosse accanto a me, capisci? inoltre mi sono inventata alcune cose che non sono mai esistite.
— per esempio?
di nuovo ho scosso la testa. era dura ammettere quelle cose “ad alta voce”.
 
219
 
— credevo che fosse stato lui a dichiararsi. e che io, per qualche motivo, lo avessi rifiutato.
— e non è andata così?
ho scosso la testa. — la verità fa male. a quanto pare volevo solo piacergli, ma non ero abbastanza.
non riuscivo ad andare avanti, così sono rimasta in silenzio. il mio fantasma, dopo un po’ ha annuito.
— sì, il dolore era troppo forte. il desiderio di venire accettata… è per questo che sei diventata un hamburger.
 
220
 
era come diceva lei.
— adesso hai capito? — le ho fatto.
— capito cosa?
— vivere nella mia fantasia non è mica una novità. lo faccio un sacco di volte.
di nuovo il mio fantasma ha sorriso. stavolta però era un sorriso triste.
— credi davvero che io sia una fantasia?
io, lentamente, ho annuito.
lei ha raccolto le gambe. senza rivolgermi lo sguardo.
— caro il mio hamburger. povero il mio hamburger… sei tu a essere una mia fantasia. purtroppo è così.
 
221
 
ho riflettuto qualche istante su quelle parole.
anche dopo averci pensato, però, continuavano a non avere senso. che voleva dire?
— dì la verità, ancora non ci credi, eh? diciamo che non ti ho convinta neanche un po’.
ho chiuso gli occhi e scosso la testa, più e più volte.
no, era ovvio che non le credevo. come avrei potuto?
 
222
 
io sono io.
sono un hamburger, è vero, ma questo non mi rende meno reale, giusto? anche un hamburger esiste nel mondo fisico, quello delle persone normali.
altrimenti sai che pasticcio per quelli che vogliono mangiar fuori?
“ehi, io ho ordinato un hamburger!”
“scusi tanto, ma gli hamburger sono solo concetti nella nostra mente. purtroppo non c’è niente da fare.”
assurdo. se era davvero così allora non ci avevo capito niente.
 
223
 
— a dire la verità non capisco neanche cosa vuoi dire, — le ho detto dopo un po’.
— lo so che non è facile. non lo è mai per nessuno. ma purtroppo sono qui per dirti proprio questo, capisci quello che intendo?
la mia “altra me” parlava con tranquillità, senza fretta. come se sapesse che un’espressione sbagliata o troppo brusca avrebbe potuto farmi irrimediabilmente agitare.
— so che sei nata per proteggermi, — mi ha detto. — in quel periodo soffrivo molto. volevo solo che gli altri mi accettassero. avrei dato tutto per essere amata.
— basta…
— ero sempre sola, te lo ricorderai anche tu. quanto tempo trascorrevo in camera mia?
— basta, ti prego!
perché, perché dovevo ascoltare quelle cose?
mi sono alzata. dovevo andarmene. a quel punto lei ha teso la mano. ma invece di afferrarmi mi è passata attraverso al braccio.
 
224
 
per qualche momento ci siamo guardate negli occhi. dentro ai suoi vedevo la stessa espressione che dovevano avere i miei.
cos’era successo?
quando aveva fatto per toccarmi, la sua mano non aveva incontrato resistenza. neanche io avevo avvertito il suo tocco. solo, una vaga sensazione di freddo.
mi sono osservata le mani.
poco a poco perdevano consistenza. attraverso i palmi potevo vedere l’erba del prato.
dopo qualche secondo sono tornate normali. come riprendendo a vivere in modo stabile.
— scusa… non volevo…
ha scosso la testa.
mi sono accorta che piangeva.
 
225
 
seduta sulla panchina, ha nascosto il viso sulle ginocchia. ma le spalle continuavano a tremare.
in quel momento mi sono resa conto che stava piangendo per me.
 
226
 
quella ragazza che in realtà ero io.
mi sono guardata un’altra volta le mani. le ho aperte e chiuse un paio di volte: funzionavano ancora.
“che strano” ho pensato.
già, ma strano perché? ho provato a pensarci, ma non mi veniva in mente niente. a parte il fatto naturalmente che stavo scomparendo.
che situazione assurda.
 
227
 
stavo scomparendo, proprio così.
eppure, trascorso lo shock iniziale, per qualche motivo non ho provato paura, non sono stata presa dal panico o dall’agitazione.
“doveva succedere prima o poi. era il mio destino fin dall’inizio.”
assorbita e fatta mia quella semplice verità, ho tirato un lungo sospiro.
già, come avevo fatto a non capirlo prima?
ora era tutto chiaro, potevo affrontare le cose con maggiore lucidità.
eppure c’era qualcosa che non andava.
sì, nonostante fra poco non sarei più esistita c’era qualcosa che dovevo ancora capire. ma cosa?
ho guardato la “mia vera me” singhiozzare in silenzio, e in quel momento ho capito: era la prima volta che qualcuno piangeva per me.
 
228
 
— non devi preoccuparti più, — le ho fatto.
lei ha tirato su col naso. le lacrime avevano bagnato i jeans, creando due pesanti chiazze nere.
mi sono seduta accanto a lei. avevo la tentazione di guardarmi di nuovo le mani, ma ho resistito. comunque, non era più importante.
dopotutto ero venuta al mondo per uno scopo ben preciso.
nata in fretta e furia, in pochi minuti mi era stato dato il compito di proteggerla e renderla amata da tutti.
“che compito ingiusto! non potevi scegliere qualcun altro?”
“dici sul serio? bah, a me sembra impossibile…”
“lascia stare. non ha speranze…”
qualcuno avrebbe potuto pensare cose del genere. ma a me non importava… proprio per niente.
qualunque fosse l’ostacolo, chiunque dovesse affrontare, ovunque fosse la salsa segreta.
 
229
 
ho sempre vissuto nascosta dentro di lei.
sì, me ne stavo al calduccio lì dentro. non avevo ancora la volontà di uscire all’esterno. mi limitavo a osservare quello che succedeva.
mi chiedevo solo: “chissà se sarai felice?”
 
230
 
crescevo alimentandomi della solitudine nel suo cuore.
il punto è che lei avrebbe preferito essere chiunque altro piuttosto che sé stessa. non riusciva proprio ad accettarsi per com’era.
arrivava ad ammirare persone che conosceva appena, quando invece lei non riusciva nemmeno a guardarsi allo specchio.
già, quanto tempo trascorreva da sola?
 
231
 
volevo proteggerti dalla solitudine. per questo ho preferito dimenticarmi di essere una fantasia. forse credevo che questa farsa sarebbe potuta continuare per sempre.
…ma sai una cosa?
sono felice di vederti di fronte a me, in riva a questo fiume.
un fiume che sembra il confine tra un mondo e un altro.
 
232
 
è arrivato il momento di alzarmi e salutarla.
— allora ci vediamo, — le ho fatto.
lei ha scosso la testa. ha fatto per prendermi la mano, ma come prima non ci siamo riuscite.
a quel punto mi sono avviata verso il ponte.
il mio posto era dall’altra parte del fiume, in un territorio che somigliava molto a un passato lontano.
un posto dove tanto tempo fa rebecca e suo fratello avevano giocato spensieratamente.
— aspetta!
ero a metà del ponte. mi sono voltata.
lei mi guardava. sembrava sul punto di mettersi a piangere di nuovo. ma alla fine ha detto: — grazie per esserti presa cura di me.
io ho annuito, con il cuore in gola. che toccasse a me piangere?
— a proposito, vuoi saperla la ricetta della salsa segreta?
lei ha annuito con forza.
— è il tuo nome. scusa, te l’ho rubato per un po’. ora potrai usarlo di nuovo.
detto questo ho ripreso a camminare.
già, il suo nome.
come avevo fatto a dimenticarlo?
 
232
 
due anni dopo
 
mentre pulivo ho trovato questi diari in fondo a un cassetto.
li ho tirati fuori e li ho disposti sul pavimento. in copertina avevo scritto dei numeri a pennarello per metterli in ordine e non confondermi.
nel periodo in cui lavoravo al fast food ho finito per riempire 11 taccuini. ricordo che scrivevo più o meno una volta a settimana, e di conseguenza mi sono tornate in mente anche le immagini di quel periodo.
una parte di me non voleva neanche leggere.
“non aprire quella porta. c’è solo sofferenza.”
ma ho deciso di aprirla lo stesso.
li ho riletti tutti da capo, dal primo all’ultimo, e quando ho finito di leggere (ho dovuto fare diverse pause perché a un certo punto, di andare avanti, proprio non me la sentivo), fuori era buio.
avevo scritto di un periodo durato circa tre anni, ma l’avevo riletto in poco meno di due ore.
chissà se rivolgere lo sguardo al proprio passato faceva quell’effetto a tutti?
mi è tornato in mente il volto sorridente di rebecca. e che dire di quella volta che mi aveva portata al suo posto preferito? o quando avevamo deciso di intrufolarci negli uffici del manager? il fiato del ragazzo seduto sulla panchina quei giorni freddi, o le interminabili giornate che avevo trascorso seduta sulla panchina a osservare il fiume.
tutto quello apparteneva a un passato ormai lontano.
ma era anche parte di me, quella ero io, inutile negarlo.
ero stata un hamburger, lo ero stata veramente.
 
alla fine non ero più riuscita a riprendere i contatti con rebecca.
a volte, quando passeggiavo davanti al fiume, mi aspettavo di vederla seduta lì, ma finora non era mai successo. avrei voluto parlare di nuovo con lei. avevo un sacco di cose da dirle. ma purtroppo certe cose non si possono cambiare.
 
ho riletto più volte le ultime righe. ho notato che l’ultimo aveva ancora alcune pagine bianche.
…una coincidenza?
forse quando avevo smesso di scrivere inconsciamente avevo pensato alla me stessa che nel futuro avrebbe riletto queste parole.
“ti va di aggiungere niente? allora lascio queste pagine bianche. avanti, fatti forza!”
e vabbè, okay.
tanto per cominciare ho calcolato che da quella notte dovevano essere passati circa due anni, così per prima cosa ho scritto la data.
…poi che altro?
non mi venivano idee, così ho riletto le parole parole iniziali. sono andata avanti fino all’ultimo capitolo e ho capito cosa l’hamburger avrebbe voluto che scrivessi.
nel frattempo sono arrivata all’ultima pagina.
non potrò cancellare tutto e tornare indietro. quel che è fatto è fatto.
e sai che c’è? va bene così.
io sono maddalena. tanto piacere!

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