Gli uomini acquario

Era da un po’ di tempo che alla televisione trasmettevano continui aggiornamenti meteo.

I dati indicano che la tempesta potrebbe durare diversi giorni, aumentando d’intensità. Ripeto: non uscite di casa. Si prevedono forti raffiche di vento, cali di tensione e…

Spensi la televisione, mi alzai e andai in camera. Erica era accoccolata sul materasso. Come al solito indossava solo una maglietta e un paio di mutandine, ma stranamente il laptop era chiuso.

Dove vai?, mi chiese.

Faccio un po’ di spesa.

Ho sentito la tele. Dicono di non uscire.

Hai visto il mio k-way?

Ancora non piove. Dici che arriva prima di sera?

Ero sicuro che fosse qui da qualche parte.

Quanto credi che durerà?

Non lo sanno. Giorni, forse.

Secondo te chiudono i negozi?

Non penso.

Un tifone li farebbe chiudere?

Credo di sì, risposi.

C’è mai stato un tifone da queste parti?

Ne hai mai visto uno?

Non rispose.

Sicura di non sapere dov’è l’impermeabile?, chiesi.

Non lo so dov’è il tuo stupido impermeabile.

Non ho voglia di mettermi la giacca pesante.

Il supermercato non è mica lontano.

Vuoi accompagnarmi?

Erica raccolse le gambe e tornò a guardare fuori. Decisi di lasciar perdere la giacca e cominciare dagli scarponcini impermeabili. Risalivano più o meno ai tempi in cui avevamo cominciato a frequentarci. Era stata proprio lei a insistere che li comprassi.

Ricordati la verdura, disse.

Quale vuoi?

Non fa differenza. L’importante è non finire come i marinai del sedicesimo secolo.

D’accordo.

Prova a guardare in alto a sinistra.

Eh?

Il tuo impermeabile. In alto a sinistra.

Guardai in alto a sinistra e in effetti eccolo lì. Che gli succedeva ai marinai del sedicesimo secolo?

Niente frutta e verdura per mesi e morivano per mancanza di vitamina C.

Come lo sai?

Se vengo con te mi tieni per mano?

Va bene.

Mi guardò. Mi tieni per mano tutto il tempo?

Okay.

 

Quando uscimmo il cielo si era fatto appena un po’ più basso. Era il peso della pioggia che faceva scendere le nuvole? Erica probabilmente avrebbe saputo rispondermi, ma alla fine non glielo chiesi. Le diedi la mano e lei me la strinse.

È una vita che non esco, disse.

Sì.

Grazie per avermelo chiesto.

Vuoi andare più in là?

Lei scosse la testa. Il supermercato va bene. Devo abituarmi di nuovo a stare fuori.

Okay.

 

Arrivati al supermercato, prendemmo il tappeto mobile, che ci trasportò di sotto. Erica si sporse a guardare lo stanzone diviso da innumerevoli corridoi.

C’è un sacco di gente, disse.

Arrivati al piano inferiore, andò a prendere il carrello e lo spinse verso di me. All’inizio fu il suo turno di guidare il carrello vuoto, ma appena  imboccammo il primo corridoio me lo lasciò e gettò dentro un sacchetto di patatine.

Come va con il libro?, le chiesi.

Sai che odio quella domanda.

Okay. Come va con il romanzo?

Forse dovrei pinzarti la bocca.

Era ambientato nel futuro o sbaglio?

Nel tuo futuro vedo la morte.

Dici che ci servono le uova?

Sei tu il cuoco.

Forse ce n’è ancora qualcuna.

Non è un romanzo. È una serie di racconti. E non sono ambientati nel futuro. Quello che sto scrivendo adesso parla degli uomini acquario.

Uomini acquario?

Al mondo sono rimaste pochissime persone. Nelle strade vagano gli uomini acquario, che influenzano il tempo atmosferico.

Come lo influenzano?

Al posto di pancia e addome, hanno degli acquari. Veri e propri parallelepipedi con tanto di doppio vetro e chiusura ermetica in plastica. Ma invece di acqua e pesci ci sono giornate. Giornate di bel tempo, giornate di pioggia, neve, grandine e così via.

E cosa succede?

Le persone  rompono gli acquari. Uccidono questi esseri in modo da avere il controllo del tempo. Vuoi una settimana di bel tempo? Basta rompere l’acquario giusto. Solo che c’e un problema.

Sarebbe?

Gli uomini acquario con bel tempo, pioggerella, pioggia normale o tempo autunnale stanno finendo. Diventano sempre più rari. Un po’ come quando i coloni americani hanno fatto fuori tutti i bisonti. D’altra parte, gli uomini acquario che contengono situazioni estreme diventano sempre più frequenti. E instabili.

Eravamo arrivati al reparto frutta e verdura. Di fronte a noi gli ortaggi sotto la luce al neon avevano colori tanto vivaci da sembrare innaturali.

Prendiamo delle carote?

Le carote mi fanno pena.

Fanno bene alla vista, però.

Ci vedo benissimo.

Che ne dici delle cipolle?

Hai mica problemi di vista?

Vada per un paio di cipolle.

Devi sapere che l’apporto vitaminico diventa quasi nullo dopo la cottura.

Insalata?

Sicuro di vederci ancora bene? Forse stai invecchiando.

Sono a posto.

Non è che stai perdendo qualche capello?

Credo che me ne accorgerei.

Fammi vedere bene. Forse dovremmo fare un salto al reparto degli shampoo.

A lunga andare gli shampoo fanno male.

Vedi che perdi i capelli? Una persona normale a queste cose non ci pensa neanche.

Cosa intendi per instabili?

Come?

Mi riferisco agli uomini acquario. Che intendi per instabili?

Voglio dire che hanno comportamenti sempre più strani. Di solito gli uomini acquario si limitano a vagare in giro per le strade con il naso per aria, come se osservassero le farfalle. Da un po’ di tempo però hanno cominciato a fare cose strane, tipo radunarsi spontaneamente in grandi cerchi o spirali. Oppure si mettono uno sopra l’altro per formare una piramide. Gente strana, questi uomini acquario.

Fammi un po’ capire, se non si rompono gli acquari che tempo fa?

Come questo. Un tempo anonimo, che sembra stato lavato con il sapone. Niente cresce. Niente cambia. La gente si demoralizza.

E questa gente acquario da dov’è arrivata?

Carta o contanti?, mi chiese la cassiera.

Sì. Pago con la carta.

Lascia. Faccio io, disse Erica.

Non fa niente. Ormai ci sono.

Lasciami pagare.

Non serve. Ci sono.

Mi metto a urlare.

Comincio a mettere nei sacchetti.

Mentre lei pagava, misi tutto nelle buste. Poi mi raggiunse e disse: dammi una maniglia, mi piace camminare portando la spesa.

Prendemmo di nuovo il tappeto mobile, che stavolta ci portò al pian terreno. Nel frattempo aveva cominciato a piovere. Prima di uscire in strada ci tirammo su il cappuccio dell’impermeabile. Poi feci a cambio con il sacchetto più pesante. Attraversammo la strada e poi percorremmo il marciapiede.

A terra si erano formate grandi pozzanghere in cui si vedevano le luci della città.

 

A casa misi la roba in frigo e cominciai ad affettare diverse verdure per preparare una zuppa. Erica tornò in camera, probabilmente per ricominciare il racconto da dove lo aveva interrotto.

Ultimamente scriveva sempre, senza un attimo di tregua.

C’erano giorni in cui non usciva di camera se non per andare in bagno, e spesso si dimenticava anche di mangiare. Aveva pubblicato tre libri di narrativa, ma siccome le entrate non erano sufficienti a mantenersi, da un po’ aveva cominciato a lavorare per alcune testate online.

Quando l’avevo conosciuta era una scrittrice esordiente. Eravamo entrambi al primo anno di università, e ci eravamo incontrati grazie a un amico in comune.

Qual è il titolo?, le avevo chiesto.

Dovresti chiedermi di che parla, piuttosto.

Di cosa parla?

Lei aveva fatto girare il dito sul bordo del bicchiere.

Senti, c’è una cosa che devo chiederti. Se uscissimo insieme pensi che il mio libro lo leggeresti?

Penso di sì.

Perché?

A quel punto ci avevo pensato su un momento. Per conoscerti, credo.

Credi che leggere il mio libro equivalga a conoscermi?

Non lo so. No.

Io penso che sia ingiusto.

Ingiusto? In che senso?

Io credo che solo quelli che non mi conoscono hanno diritto a leggere il mio libro. Perché con loro non devo avere nessun tipo di relazione, capisci? Ma se tu mi leggessi, potresti farti di me due opinioni differenti.

A quel punto aveva rivolto i palmi verso l’alto.

Questa è la persona che presento agli altri. L’Erica che è seduta qui davanti a te. Quest’altra invece è la me stessa che vive nei libri. Una posso controllarla, l’altra no. È per questo che dico che sarebbe ingiusto.

Perché finirei per scoprire delle cose che non vuoi rivelare a nessuno?

Lei aveva annuito. Io avevo guardato la mia birra in fondo al bicchiere. Un giorno potrò leggerli?

Non prima che andiamo a vivere insieme, aveva risposto lei.

Quel giorno era arrivato ed era passato. Io, però, non avevo ancora letto niente di suo. A parte le volte che mi accennava brevi parti della storia, in quanto scrittrice non la conoscevo per niente.

Era per via del discorso di quella volta? Avevo davvero paura di trovare due persone completamente diverse?

Lasciai cuocere la zuppa e attraversai il soggiorno. La libreria occupava quasi tutta la parete, ma di romanzi comprati di tasca mia ce n’era solo qualcuno. Erica era una lettrice molto più avida, tanto che leggere era più o meno l’unica attività che alternava alla scrittura.

Alla fine trovai i suoi libri: erano in un angolo in fondo, e ce n’era solo una copia ciascuno.

Presi una raccolta di racconti intitolata Il mio cactus ha gli occhi e mi sedetti sulla poltrona. Aprii la prima pagina e una luce bianca apparve dalla finestra. Un istante dopo un boato fece tremare le finestre. Mi alzai. Erica si affacciò dal corridoio e disse: Stava per prendermi un colpo.

È arrivata, credo.

Stai leggendo?

Mi accorsi che aveva notato il libro che avevo in mano.

Io annuii. Avevo voglia di leggere.

Perché proprio me?

Alzai le spalle. Ti secca?

Lei ci pensò su un momento, grattandosi il mento. Alla fine scosse la testa: No. No, non mi secca.

Andò in cucina. Che stai preparando?

Una zuppa.

Non mi piacciono, le zuppe.

Questa ti piacerà.

Potevi chiedermelo prima, no?

D’accordo. Che fine fanno gli uomini acquario?

In che senso?

Che fine fanno.

Non ci sono ancora arrivata.

Dove sei arrivata?

All’incidente scatenante.

Cioè?

Quando cambia tutto. Allargò le mani come per mostrarmi un segmento, poi indicò un punto verso l’inizio del segmento. Fin qui conosciamo i personaggi, ma se fosse solo quello la storia non partirebbe mai, no? L’incidente scatenante rimescola le carte. Alza la posta in gioco.

E quale sarebbe l’incidente scatenante?

Come ti ho detto il mondo ormai è pieno di uomini acquario con le condizioni atmosferiche peggiori. Un vero e proprio disastro. Quindi, vietato romperli. Ma ce n’e uno in particolare che non bisogna rompere mai e poi mai, il peggiore di tutti. Fortunatamente ce n’e solo un esemplare.

Quale?

Una tempesta di livello 10. Le nuvole sono cosi spesse e pesanti che non si vede la luce. I fulmini piovono a dozzine. Esci di casa e il vento ti spazza via.

Fammi indovinare, è proprio quello che si rompe?

Lei annuì.

E poi cosa succede?

Ti interessa?

M’interessa.

Lei sorrise. La gente va nel panico. Se si rompono gli altri uomini acquario, gli toccheranno interminabili giornate di neve, grandine e così via. Devono agire prima che arrivi la tempesta.

Cosa fanno?

Radunano tutti gli uomini acquario e li mettono al chiuso. Devono proteggerli. Come ti ho detto, non può rompersene neanche uno. Sono arrivata fin qua. Non chiedermi altro.

È pronta la zuppa, credo.

 

Mangiammo accoccolati davanti alla finestra. Col buio la pioggia tornò invisibile, ma quando apparivano i lampi vedevi anche i sacchetti di plastica che volavano lontani. Il vento e i tuoni continuavano a far tremare le finestre, ma seduto accanto a Erica mi sentivo al sicuro.

Va’ a farti la doccia. I piatti li lavo io, disse dopo un po’.

Grazie.

Andai in camera, mi tolsi i vestiti, li piegai e li riposi. Il suo laptop era ancora aperto. Chissà che fine avrebbero fatto gli uomini acquario? Immagino che un giorno sarebbe venuto il momento di chiederglielo,

Entrai in bagno, mi tolsi l’accappatoio e lo appesi. Mi guardai allo specchio. Mi spostai i capelli indietro. Poi tirai la tenda della doccia. Appoggiai un piede e un brivido arrivò alla schiena.

Lei entrò in bagno qualche istante più tardi: Che succede? Perché hai gridato?

Dammi l’asciugamano.

Lei mi diede l’accappatoio, che s’inzuppò subito di sangue. Che ci fanno dei vetri nella vasca da bagno?, dissi con la voce che tremava.

Dei vetri?

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