Il gran topo

Mai sentito parlare del Gran Topo? Già, neanche io. Almeno fino a qualche giorno fa. Lasciate che vi spieghi.

 

Sono un corvo domestico. Non ce ne sono molti, come me. Vivo nell’appartamento di un grattacielo, assieme a una giovane coppia. Lei lavora in un piccolo ambulatorio per animali. È lì che mi ha trovato.

Lasciavo cadere noci sulla strada aspettando che le auto le schiacciassero rompendo il guscio; poi planavo a beccarne il contenuto. Un giorno, mentre mangiavo notai un bellissimo corvo femmina. Era appollaiata su un palo elettrico. Cominciò a battermi forte il cuore, e spiccai il volo verso di lei. Ma con un secondo di ritardo. Un’auto era già piombata su di me.

Così la mia attuale padrona mi accolse nella sua casa. Era la giovane dottoressa che mi aveva salvato dalla morte. Aveva occhi grandi e obliqui, dietro un paio di occhiali dalla montatura rotonda. Come essere umano poteva dirsi una gran bellezza, ma era taciturna. Me ne resi conto osservandola assieme a Ringo.

Ringo era il nome del suo ragazzo. O soprannome. Era un tipo alto, dal fisico muscoloso ma con i tratti delicati di un adolescente. Lavorava come operaio in un cantiere edile, ma siccome si sentiva in inferiorità rispetto a Erica aveva dichiarato di voler far carriera in ufficio e da qualche settimana studiava per superare un concorso.

I due non avrebbero potuto essere più diversi: Erica era come uno splendido albero, Ringo somigliava a un grosso cane.

 

I due leggevano seduti al tavolo. O meglio, Erica leggeva un romanzo, Ringo invece tormentava la penna fissando il volume aperto con lo sguardo spento. Era chiaro che non riusciva a concentrarsi. Saranno stati venti minuti che non voltava pagina. Erica si tolse gli occhiali e poggiò il libro sul tavolo con il segno.

— Vuoi uno spuntino? — gli chiese.

— Perché no? Magari.

Erica aprì il frigo, ma aggrottò la fronte. — Hai visto i tramezzini che ho preparato ieri?

— Non direi, — rispose lui.

— Hai visto un topo, invece? — chiese Erica, chiudendo l’anta del frigo.

— Eh?

— Penso che in casa ci sia un Gran Topo. Dev’essere lui che ha mangiato i tramezzini. Se lo vedi cerca di catturarlo.

Ringo accennò una risata, ma Erica restò seria. “Un Gran Topo?” pensai.

 

Pensavo che la faccenda del “Gran Topo” si fosse conclusa con quello scambio di battute, ma qualche giorno dopo Erica mi disse: — Mi raccomando, se vedi un Gran Topo cerca di catturarlo. Non permettergli di finire gli avanzi.

Ricevuto. In altre parole, tenere d’occhio quel goloso di Ringo. Niente di più facile.

Ma al posto di quelle parole mi uscì solo: — Craa! Craa!

Erica accennò un sorriso, come se avesse intuito le mie intenzioni.

 

Così cominciò la mia missione di spionaggio: sorvegliavo l’appartamento dall’alto del mio trespolo. Non che potessi andare molto lontano, con le mie ali rotte. Avevo giusto la forza di planare fino al capo opposto della cucina. Anche se faceva un male cane. Che frustrazione! Non riuscivo proprio a farci l’abitudine.

Cominciai addirittura a soffrire di vertigini. Alternavo sogni in cui un’auto mi piombava addosso a quelli in cui cadevo. Cadevo come un sasso, senza riuscire a spiegare le ali, finché il terreno si avventava su di me. Si era mai sentito di un corvo che soffriva di vertigini? Sarei stato lo zimbello dei miei amici.

I giorni seguenti Ringo sembrò tener fede alla promessa. Siccome ero in missione speciale di solito me ne stavo tranquillo a osservarlo, e lui se ne accorse.

— Beh? Un gatto ti ha mangiato la lingua?

Per favore. Non c’è gatto che possa mangiare la lingua a questo corvo. Sono in missione per conto di Erica. Vedi di non fare il furbo.

Fra me e Ringo c’era sempre stato attrito. Diciamoci la verità: non ci piacevamo per niente. Eravamo diversi. Avrei voluto che Erica, la donna a cui dovevo la vita, frequentasse qualcuno di un po’ più… sofisticato.

Siccome di pomeriggio toccava a Ringo il compito di nutrirmi, tagliò dei bocconcini di carne e li mise in una ciotola. Poi la spinse verso di me con la punta delle dita.

Rilassati. Non ti becco mica.

— Tu mangi troppo, per essere un corvo, — dichiarò.

Senti chi parla, caro il mio Gran Topo.

Ringo, con un grosso sospiro, aprì il volume alla pagina dell’altro giorno.

È meglio se ci rinunci. Un grosso cane come te non è adatto a riflettere molto!

— Che hai tanto da sghignazzare? — mi disse. Ma poi scosse la testa dicendo ad alta voce: — Ma che vado a pensare? Un corvo mica sghignazza.

Invece è proprio quello che faccio, lo rassicurai.

Ringo studiò, fra una pausa e l’altra, fino a sera. Alla fine, benché avesse mantenuto la promessa, il cibo sparì di nuovo. Fu Erica, come al solito, a scoprirlo.

— Ti assicuro che non ne so nulla, — fece il ragazzo sulla difensiva.

— Lo so benissimo. È stato il Gran Topo, — rispose lei con sicurezza.

— Già. Il Gran Topo. Proprio così, — disse Ringo rassegnato.

— Lo capisco. Non preoccuparti, ma cerca di catturarlo, visto che passi a casa molto tempo.

— Vuoi dire ciondolare? — rispose Ringo, facendosi aggressivo.

— Non intendo questo.

Lui chiuse il libro e si alzò dal tavolo. — Vado a farmi una doccia.

Chiuse la porta del bagno e ci lasciò soli.

Erica, lascialo perdere quel rozzo cane, tentai di consolarla. Ma uscì il solito: — Craa! Craa!

 

Insomma, a quanto pare il cibo continuava a sparire dal frigo. Probabilmente Ringo aspettava che mi appisolassi (lo ammetto, ogni tanto succede!), per arraffare in fretta e furia ciò che poteva. Erica, ti prometto che starò più attento!

Nel frattempo il giorno del concorso si avvicinava. Erica, ogni tanto, di fronte all’ennesima sparizione, mormorava frasi tipo: “Possibile che non ne abbia mai abbastanza?” o “Quel topo è così goloso…” ma non tirò più fuori l’argomento di fronte a Ringo. Non potevo che essere d’accordo. Il ragazzo era sotto pressione per lo studio, e spesso dormiva a casa dei suoi genitori, dichiarando che riusciva a concentrarsi meglio.

— Va a finire che devo fare quasi il doppio delle spesa, — mi confessò Erica un giorno.

Benché Ringo insistesse per dividere i costi, era quasi sempre Erica che provvedeva alle compere, inoltre pagava quasi tutto l’affitto. La situazione naturalmente metteva il ragazzo sotto pressione, che s’irrigidiva ogni volta che rientravano con le buste piene dal supermercato.

Se t’importasse davvero qualcosa ci daresti dentro con lo studio, lo rimproverai mentre si grattava davanti alla TV. Ma lui mi ignorò.

 

Qualche giorno dopo Erica mi chiese aiuto con la torta, ma io non avrei saputo cosa rispondere: Cos’è una “torta”?

I corvi non hanno una conoscenza approfondita della cultura umana: tante cose ci sfuggono! Conosciamo sono le nozioni strettamente necessarie a sopravvivere. Le persone vivono fra mille comodità, ma il mondo esterno a queste mura è selvaggio: un attimo di distrazione e un’auto ti piomba addosso.

Erica, che si era presa un giorno di ferie, si raccolse i capelli e s’infilò un grembiule.

— Anzitutto gli ingredienti. Controlliamo che ci sia tutto.

Ah, quindi la torta è qualcosa che si mangia!

C’era qualcosa di strano, però. Erica non amava cucinare: perché di punto in bianco affrontava una ricetta che richiedeva tanti ingredienti? Che fosse un modo per dar voce ai suoi sentimenti?

Erica non era brava a trasmettere le emozioni. Trascorreva molto tempo in silenzio, immersa nei libri. Non ero sicuro di come le persone esprimessero i sentimenti, ma Ringo ogni tanto le faceva trovare fiori freschi sul tavolo. Nel linguaggio degli esseri umani può significare qualcosa tipo: “Ben tornata a casa!” o “Felicitazioni”. Inoltre spesso metteva un CD con la musica preferita di Erica (un tale che si chiamava Chopin) e seppur maldestramente cercava di cucinare. Si può dire che fossero entrambi abbastanza negati, infatti più volte avevano affumicato l’appartamento. Stavolta però Erica sembrava impegnarsi con tutta sé stessa. Si fermò più volte a controllare la ricetta. Poi si servì di una bilancia per misurare le dosi; mescolò con forza l’impasto, controllò la temperatura del forno e infine attese scrutando ogni tanto oltre il vetro.

Insomma, questa torta doveva essere un piatto speciale. Mi chiesi quale fosse l’occasione. La risposta arrivò il giorno dopo.

 

Sognavo di volare. Non era un bel sogno. Anche nel sogno soffrivo di vertigini. A un certo punto ero in strada e beccavo una noce, ma per qualche motivo il guscio era ancora intero. “Perché non si è rotto?” mi chiedevo. Alzai gli occhi e il muso di un’auto piombò su di me.

Mi svegliai boccheggiando: era solo la porta. Ringo mi guardava aggrottando la fronte.

— Che hai? Perché quella faccia?

Lascia perdere. Non vorresti saperlo.

Lasciò cadere le chiavi sul tavolo. Ah… ora che ci penso oggi Ringo si era preso un giorno di ferie dal lavoro per affrontare il concorso. Come sarà andato?

Ringo allentò il nodo alla cravatta e si lasciò cadere sulla sedia. Aveva l’aria esausta. Sul tavolo era ancora appoggiato il volume aperto da quella mattina. Lo colpì con la mano. Il libro andò a sbattere sul muro.

— Craa! Craa!

Ma che fai? Non spaventarmi, scemo!

Ringo si prese la testa fra le mani. Poi si coprì gli occhi con la mano.

…mi sa che poteva andare meglio, eh?

 

Erica tornò verso sera. Ringo non si era alzato dal tavolo. Il telefono aveva squillato molte volte, ma lui non aveva risposto. Gli si sedette accanto e gli toccò la gamba con la mano. Ringo l’allontanò.

— Avrai tante occasioni per rifarti, — lo consolò.

Nessuna risposta. A quel punto anche Erica restò in silenzio. Dopo un po’ Ringo disse: — Il prossimo affitto lascialo pagare a me. D’accordo?

— Non c’è bisogno. Non preoccuparti.

— E comprerò anche la spesa. Potrai affidarti a me del tutto.

— Ringo… — Erica scosse la testa. — Sei ancora molto giovane. Avrai di sicuro la possibilità di rifarti.

— Parli come se fossi mia madre. Ma in realtà hai solo un paio d’anni più di me. Eppure sei un medico rispettato.

— Sono solo un veterinario.

— Non capisci… Con te non si può parlare. Non te ne rendi conto? — Ringo scosse la testa affranto.

Tra i due scese di nuovo il silenzio. Stavolta fu Erica la prima a parlare. La voce le tremava leggermente. — Ti ho fatto una torta. Ne vuoi un po’?

Ringo, dopo un momento, annuì. Senza guardarla negli occhi.

Erica aprì il frigo. Dopo qualche istante chiuse lo sportello senza aver preso niente.

— Che c’è? — le chiese Ringo.

— Non preoccuparti. Dev’essere stato di nuovo il Gran Topo. — E senza preavviso scoppiò il lacrime. — Ti avevo detto di catturarlo, no?

Ringo si alzò dal tavolo: — Si può sapere perché non mi credi? Te l’ho detto che io non c’entro!

È vero! Credimi, l’ho sorvegliato, non è lui il colpevole!

Volevo comunicare con loro, ma riuscii soltanto a dire: — Craa! Craa!

— Magari è stato proprio lui! — mi accusò Ringo indicandomi.

Come, come?

— Te l’ho detto, è stato il Gran Topo, — rispose Erica cercando di asciugarsi le lacrime. — Perché accusi lui, che non c’entra niente?

— Lo vedi che con te non si può parlare? Preferisci credere a un corvo che a me. — E si diresse alla porta.

— Dove vai?

— Dormo dai miei.

Erica provò a fermarlo, ma lui l’allontanò bruscamente. Anche Ringo piangeva. Riuscì solo a dire: — Scusami. — Poi la porta si chiuse con tonfo secco. Quella sera Erica restò a lungo raggomitolata accanto alla porta. Forse pensava che sarebbe tornato tra poco. Ma non tornò. Eravamo rimasti soli.

O almeno così credevo.

 

I giorni successivi trascorsero lentamente.

Ringo non tornò, ma i due si telefonarono spesso. Dalle loro conversazioni sembrava non fosse cambiato molto. Si raccontavano a vicenda come fosse andata la giornata. Erica forniva un resoconto più minuzioso di quando Ringo sedeva dall’altra parte del tavolo. Come se il fatto che non fosse lì comportasse un bisogno maggiore di dettagli. A telefonata conclusa Erica andava in bagno a lavarsi i denti e in dieci minuti era a letto. Io, appollaiato sul mio trespolo, non riuscivo a chiudere occhio. E mi sa neanche Erica. Avrei voluto trovare le parole per consolarla, ma sapevo che sarebbe uscito il solito gracchiare. Per la prima volta desiderai non essere un corvo. Se fossi stato una persona forse sarei riuscito a trovare una soluzione a quel problema.

Un giorno, appollaiato sul mio trespolo, notai un guizzo grigiastro sul pavimento. Ero mezzo assonnato. Erica sarebbe rientrata fra non molto, e mi ero lasciato prendere dal torpore. Era stato quel guizzo a svegliarmi.

Craa! Craa! Chi va là? Fatti vedere!

Nessuna risposta.

Ti avverto, sono di cattivo umore!

Silenzio.

Vabbè, facciamoci forza.

Atterrai sul pavimento e diedi un’occhiata in giro: l’anta del frigo era socchiusa. Infilai il becco nella fessura e feci leva per aprire. Quando la luce dello scomparto m’illuminò, per poco non mi sbiancarono le penne dallo stupore: dentro c’era un topo.

 

E non era un topo qualsiasi. O di dimensioni qualsiasi. Misurava quantomeno due volte il più grosso topo che avessi mai visto. Testa, muso e orecchie erano grandi in proporzione. Insomma, si trattava a tutti gli effetti di un Gran Topo. Aveva un pelo lucido e ben curato, occhietti vispi e intelligenti, un paio di baffi lunghi e orecchie tonde da cartone animato.

— Benvenuto, amico!

— Eeh? Benvenuto a me?

Trascorso lo stupore iniziale mi si rizzarono le piume di rabbia.

— Senti un po’, amico, questo non è il tuo frigo. E nemmeno il tuo appartamento, se proprio vuoi saperlo.

— Ma che hai? Stai calmo, amico. C’è formaggio per entrambi, — disse il topo.

— Sono un corvo. Non mi piace il formaggio, — risposi seccamente, poi gettai un’occhiata all’orologio a muro: Erica sarebbe rientrata fra poco. Dovevo farlo sloggiare

— Credevo che a tutti piacesse il formaggio, — disse il topo sorpreso.

— Sei stato tu a mangiare la torta? — gli chiesi, ignorando quell’affermazione.

— Già. Era una vera bontà. Le cose preparate con amore, sai, hanno un gusto speciale.

— Perché l’hai fatto?

— Che vuoi farci? Sono un topo. Non so far altro che mangiare. Te lo immagini un uccello senza ali?

Quell’affermazione mi colpì sul vivo, ma cercai di non darlo a vedere.

— Questa storia finisce qui. Vattene via subito. Erica e Ringo hanno litigato, e la colpa è solo tua.

— Ma che dici, amico?

Stavo per rispondere, quando con un rumore di mandate si aprì la porta.

— Ci si vede, — disse il Gran Topo, in gran fretta balzò giù dal frigo e sparì con un guizzo. Volevo inseguirlo, ma Erica esclamò: — Santo cielo! Cos’è successo qui?

Il frigo era aperto, metà del contenuto era sparito.

A-aspetta! Non è colpa mia, lo giuro!

Volevo farmi capire, ma uscì il solito: — Craa! Craa!

— Quel Gran Topo dev’essere ancora affamato, — scosse lei la testa. — Possibile che non ne abbia mai abbastanza?

Eh?

— Ti rimetto sul trespolo, poi preparo qualcosa da mangiare.

Dopo aver preparato a entrambi la cena Erica trascorse la serata a leggere un libro, ascoltando la musica di Chopin.

Dì un po’, Erica, ma tu in che rapporti sei con il Gran Topo?

 

I giorni seguenti cercai una risposta.

Erica si alzava presto come al solito, e dopo aver preparato a entrambi la colazione andava all’ambulatorio. Tornata a casa si faceva una doccia, preparava la cena e poi leggeva un libro seduta sul divano, infine andava a dormire. Ringo non chiamò più. E anche Erica smise di controllare spesso il telefono.

Cercavo il Gran Topo quando Erica era a lavoro. Lo chiamavo ad alta voce: Ehi, fatti vedere! ma lui non rispondeva, e non trovai tracce del suo nascondiglio. A quanto pare anche i furti dal frigo erano cessati. C’entrava il fatto che Erica ormai non facesse quasi più la spesa? Anziché cucinare, spesso ordinava la cena a domicilio, e mangiava sul divano…

Non avrei mai pensato di ammetterlo, ma Ringo, un po’, mi mancava. Perché quello scemo non si faceva vivo?

Avevo abbandonato la speranza di capirci qualcosa quando due settimane più tardi beccai il Gran Topo. Stavolta aveva preso d’assalto la dispensa. Devo ammetterlo, come topo era piuttosto pulito. Sembrava quasi domestico, tanto era lucido il pelo e pulite le orecchie. Anche in quanto a maniere sembrava aver ricevuto una discreta educazione. Al posto di azzannare i barattoli di marmellata cercando di aprirli coi denti, usava le zampe, sottili ma dalla presa sorprendentemente salda.

— Di nuovo tu, — disse, tutt’altro che entusiasta di vedermi.

Quanto a me, non potevo dire che la visita mi dispiacesse. Avevo una marea di domande, e tutte riguardavano il suo rapporto con Erica.

— Senti, lo so cosa stai per chiedermi, — disse lui senza farmi parlare. — Ora però come vedi sono un po’ impegnato.

E vedo bene. Si era già fatto fuori mezza dispensa, avendo cura però di lasciare tutto in ordine.

— Perché tutta ‘sta fretta? — gli chiesi.

— Chi lo sa quando uscirò di nuovo? Devo mangiare ora che posso.

Non avevo idea che i topi andassero in letargo. Ma da come parlava, sembrava che il Gran Topo si preparasse a un lunghissimo sonno.

— Dì un po’, amico, in frigo c’è qualcosa? — disse balzando giù dalla dispensa.

— Erica sembra conoscerti, — insistei.

— Da più di quanto immagini, — rispose il topo. Poi, dando prova di forza, aprì l’anta del frigo: — Puff. Pant! Non la ricordavo così pesante. — ansimò.

Dentro c’era poca roba. Qualche tramezzino. Dei sottaceti. Delle uova e delle pasta avanzata dal giorno prima. In ogni caso, a un topo doveva sembrare un vero e proprio banchetto.

— E vabbè, accontentiamoci, — disse.

— Stavo pensando a quello che hai detto prima, — dissi. — Cioè al fatto che non verrai più per molto. Significa che la lascerai in pace?

— Almeno fino al prossimo Ringo, — rispose il Gran Topo studiando un uovo, che poi ingollò per intero.

— Che vuoi dire?

— Dì un po’, secondo te perché lei e Ringo hanno rotto?

— Proprio a causa tua. Hai combinato un bel disastro.

Dicendo quelle parole però le immagini del litigio mi riapparvero alla mente. Perché Ringo non aveva capito che era tutta colpa del Gran Topo? Perché aveva reagito a quel modo?

Già, ma era davvero tutto lì? Non conoscevo a fondo i rapporti fra le persone, ma non mi sembrava un motivo sufficiente a causare una rottura insanabile. È vero, Ringo si sentiva in soggezione rispetto a Erica. Lei, d’altra parte, non riusciva a esprimere i suoi sentimenti e questa situazione aveva finito per allontanarli. Forse quella volta del frigo, anche se si trovavano sotto lo stesso tetto, i due erano già molto lontani.

— Ancora non mi è chiaro il tuo ruolo in questa faccenda, — dissi. — Ma è ora di sparire. Forse così Erica e Ringo hanno qualche possibilità di tornare insieme.

— Ti dico che ormai è finita. Ora scusami, eh?

Detto questo il Gran Topo ricominciò a spazzolare qualunque cosa trovasse. Finché il frigo non fu del tutto pulito. In tutti i sensi, splendeva come nuovo. Avrei voluto fermarlo, ma chi volevo prendere in giro? Ero solo un corvo con le ali rotte. Come aveva detto il Gran Topo, ormai ero un peso inutile.

 

L’alcol è una bevanda che aiuta le persone a dimenticare cose spiacevoli o a ravvivare l’ambiente durante serate noiose. Nonostante di solito se ne consumassero grandi quantità, Erica non era una gran bevitrice. Una lattina di birra e dopo mezz’ora crollava a letto priva di sensi. Quella sera però Erica si scolò tre lattine di fila. E per la prima volta parlò del suo passato. Anche se non riuscivo a capire se si stesse rivolgendo a sé stessa, a Ringo che non era lì, o a me che sono un corvo.

Quando era al liceo aveva trovato un piccolo topo mezzo morto di freddo. Decise di portarlo a casa. Lo avvolse in un asciugamano. Gli diede da mangiare. Poi non gli restò da far altro che aspettare.

In quel periodo Erica frequentava il liceo. Siccome non aveva amici, quel topo era la sua unica compagnia nei lunghi pomeriggi dopo la scuola. Imparò poco per volta ad accudirlo e in breve il topo cominciò a fidarsi di lei e si riprese del tutto.

Ormai erano trascorsi diversi mesi. Il topo avrebbe potuto tornare in libertà. Ma Erica continuava a tenerlo con sé. Se fosse sparito, chi sarebbe rimasto a farle compagnia? Alla fine il topo restò con lei tre anni. Quando morì di vecchiaia, a Erica si formò un buco in mezzo al petto: chi l’avrebbe salvata dalla solitudine? Di chi avrebbe potuto prendersi cura?

— So che non ha senso, — disse lei, scuotendo la testa.

Invece ti capisco. A quanto pare le persone hanno un buco in mezzo al petto: ognuno lo riempie come può. Nel tuo, Erica, c’è un Gran Topo.

 

Il giorno dopo, quando Erica si addormentò sul divano, uscii sul balcone. A fatica spiccai il volo fino al parapetto. C’era il sole. Soffiava un vento leggero. Le piume tremavano. Guardai in basso e la vista sprofondò di venti piani. In fondo correva un lungo fiume d’auto.

— Vuoi farlo davvero, amico? — disse una voce.

Il Gran Topo era appoggiato allo stipite della porta-finestra con le zampine incrociate sul davanti.

— La cosa non ti riguarda.

— Davvero? Eppure un uccellino mi ha detto che da un po’ soffri di vertigini.

— Un uccellino? — chiesi.

— Invece di fare follie che ne dici di unire le forze? — disse il topo ignorando la domanda.

— Che vuoi dire?

— Per ora sei solo un volatile, ma non è detto che un giorno non possa diventare un Gran Corvo.

— Un Gran Corvo?

— Pensaci bene. Non vado a dire cose del genere mica a tutti! Ma a quanto pare tu sei speciale per Erica. Proprio come lo ero io. Per questo dico che c’è una possibilità.

Pensai alla proposta del Gran Topo. Forse nel cuore di Erica c’era posto per entrambi. Forse, come diceva lui, avrei potuto diventare un Gran Corvo.

— Allora? Che ne dici? — mi incalzò.

Si sentiva il rumore del vento. Non riuscii a fare a meno di pensare ai miei incubi.

— Io e te siamo diversi, — dissi.

— Io e te diversi? Ma che stai dicendo?

— A me il formaggio non piace, — dissi, e mi lasciai cadere.

 

Ah, il soffio di vento! Quanto tempo che non lo sentivo più! Spiegai le ali. Che male! Che male tremendo!

Vedevo le stelle, ma in un modo o nell’altro sorvolai il fiume d’auto e atterrai sul marciapiede.

Puff! Pant, che faticaccia!

Quando mi fui calmato rivolsi lo sguardo al grattacielo. Ma non riuscii a riconoscere l’appartamento.

 

Avevo ancora amici da quelle parti, soprattutto fra i piccioni. Quando mi feci vivo scoppiò un putiferio: “Ma dov’eri finito?” oppure “Non ti si trovava più!” o ancora “Pensavamo che fossi morto!”

Cose così, insomma.

Non sono un corvo molto paziente, vado sempre dritto al punto, ma mi serviva il loro aiuto, così gli spiegai cos’era successo.

— Devo trovare una persona, — dissi, concludendo il racconto.

Descrissi l’aspetto di Ringo. Solo due o tre piccioni riconobbero di chi stavo parlando, e accettarono di darmi una mano.

— Ma non farti troppe illusioni. Di esseri umani ce ne sono a bizzeffe. E per di più si assomigliano tutti!

Le prime ricerche non diedero risultati, ma non mi persi d’animo: c’erano un sacco di uccelli da quelle parti. Qualcuno l’avrà pur visto!

 

Trascorse un mese. Poi due. Non ero in grado di nutrirmi da solo, così contavo sull’aiuto di altri corvi. Credevo che nelle mie condizioni sarei stato lo zimbello di tutti, ma i miei amici si dimostrarono comprensivi. Ci appostavamo sul retro dei ristoranti, dove i cuochi gettavano sacchi neri colmi di cibo.

— Craa! Craa! Che gioia! — gridavamo in coro, poi ci fiondavamo a strapparne i lembi.

— Attento a non mangiare la plastica, — mi avvertì uno. — Ne basta un pezzetto e addio.

Mentre beccavo gli avanzi, ripensai ai deliziosi bocconcini che mi preparava Erica. Li metteva in una piccola ciotola e mentre li beccavo mi accarezzava la testa. Chissà se anche in quei momenti felici il Gran Topo la stava tormentando? Rosicchiando il buco in mezzo al petto…

Erica, ti proteggerò io. Te lo prometto.

In quel momento, anche se ero un corvo che non poteva volare, per qualche motivo mi sentii invincibile: è questo che si prova quando si protegge qualcuno?

Trascorsero altri due mesi. Nel frattempo ero tornato un corvo selvatico. Il mio piumaggio, prima lucido, si coprì di un leggero strato di polvere. Le penne si arruffarono di nuovo. Dagli artigli ogni tanto dovevo scrollarmi un lembo di carta igienica.

 

Venne l’inverno, ma la città non si fermò. Anche infreddoliti gli esseri umani continuavano a svolgere le proprie attività, camminando tra i fumi delle auto. Quanto a me, giravo di cantiere in cantiere,  e andavo per ogni dove alla ricerca di informazioni. La città era in pieno fermento edilizio: palazzi venivano abbattuti e dalle loro spoglie ne sorgevano nuovi, come funghi che crescevano durante la notte. Ma non ero sicuro che fosse una buona notizia: Ringo sarà stato anche al lavoro in uno di quei cantieri, ma trovarlo si annunciava un’impresa.

Inoltre, non potendo volare, dovevo spostarmi a piedi. Mi affidavo a chiunque incontrassi: ascoltai le indicazioni di piccioni, gabbiani e altre specie rimaste in città. Qualcuno l’aveva visto ristrutturare la facciata del municipio; altri giuravano che un giovane che corrispondeva alla descrizione si fosse reso conto di essere più adatto all’esercito navale, e mi indirizzarono al porto; altri ancora l’avevano visto cuocere spiedini in mezzo alla strada.

Nel frattempo tutti cominciarono a conoscermi come “Il corvo a caccia di Ringo”. Sulle prime, dato il nome, erano convinti che Ringo fosse un cane.

 

Venne la neve. Una notte, mentre guardavo i fiocchi che cadevano, pensai a Erica e Ringo. Chissà se la guardavano anche loro? Anche se ci trovavamo in posti diversi, osservare lo stesso panorama mi faceva sentire un po’ meno solo. Anche per loro era così? Anche loro si commuovevano di fronte alla neve che cadeva?

Trascorsi due giorni accovacciato di fronte al cantiere di un palazzo. Non che avessi qualche speranza di trovare Ringo. Semplicemente, non avevo più la forza di muovermi. I rumori del cantiere accompagnavano i miei ultimi istanti di vita.

Mentre la vista si offuscava, osservai un gruppo di operai scendere da un grosso camion. Fra loro c’era anche un giovane alto e muscoloso, ma con la faccia da adolescente.

 

Dopo l’incidente avevo avuto una seconda possibilità come corvo domestico. Erica mi aveva salvato la vita e mi aveva accolto nella sua casa, ma in concreto cos’avevo fatto per ripagarla? E adesso, avvolto in una giacca, chi avrei dovuto ringraziare? Accoccolato sul sedile anteriore di un’auto, guardavo i vari palazzi correre via fuori dal finestrino. Ringo era alla guida. La mia vista a tratti si offuscava. Poi tutto tornò di nuovo buio.

Conoscevo quel posto dalle pareti bianche e dal profumo di pulito… e di altri animali. Quando un’auto mi aveva messo sotto, spezzandomi definitivamente le ali, ero stato portato lì d’urgenza. Allora, grazie alle cure di Erica, ero nato una seconda volta. Mi era stata data una terza occasione?

Avvolto dalla giacca, Ringo mi teneva in grembo.

— Non preoccuparti. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene.

Un po’ esitante, alla fine si decise ad accarezzarmi la testa.

Dì un po’ non hai più paura che ti becchi la mano? Eh, eh, eh. Tranquillo. Oggi mi hai salvato la vita, quindi me ne starò buono.

 

Ancora avvolto nella giacca, sentii la voce di Erica. Indossava una divisa azzurrina e portava quel suo tipico paio di occhiali dalla montatura rotonda.

È un bel po’ che non ci si vede, dissi. Ma riuscii a emettere solo un debole verso: — C-craa…

Prima che perdessi di nuovo i sensi, vidi ogni genere di emozione mescolarsi dietro quegli occhiali rotondi. Ogni genere di promessa e di preghiera.

Erica, Ringo… sono soltanto un corvo. Ma certe cose le capisco anch’io.

Poi tutto si fece buio.

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