save me

volevo essere salvata.

anche rebecca voleva salvarmi.

ma purtroppo non era possibile. nonostante tutte le tessere fossero al posto giusto non c’era verso che la cosa funzionasse. era proprio impossibile. come i fiori morivano anche il mio tempo era giunto al termine. mi sarebbe piaciuto per lo meno essere uno splendido fiore, ma sapevo che non era così. ero solo una persona che non poteva essere salvata. non importa quanto ci si provasse, quanti tentativi si facessero o quanto testarda fosse rebecca.

quando qualcosa è impossibile, nessuno può farci niente.

 

quando mi portarono all’ospedale con i primi sintomi pensavo che me ne sarei andata dopo poco. invece non potei più uscire, e anche quel posto diventò la mia seconda casa. o forse la prima. non che facesse molta differenza.

comunque anche all’ospedale cercavo in ogni modo di passare il tempo. rebecca veniva sempre a trovarmi.

— andiamo sul terrazzo, c’è una vista pazzesca.

— reb, non posso muovermi da letto.

— sei come una crisalide, arriverà il giorno in cui diventerai farfalla.

ero come… una crisalide? non ci avevo mai pensato. in effetti però c’erano alcune similitudini. il fatto che non potessi muovermi, per esempio, o che fossi avvolta nel bozzolo della coperta. al contrario di una crisalide però il mio momento di diventare una farfalla non sarebbe mai arrivato. non avrei mai rotto il bozzolo e non avrei mai sfoggiato un paio d’ali. un paio d’ali come quelle di rebecca.

proprio così, rebecca aveva le ali. è dura ammetterlo. soprattutto per una come me. ma anche prima di ammalarmi lei volava sempre mentre io la osservavo da terra. quando rebecca si metteva in testa qualcosa era impossibile fermarla. non ci saresti riuscita neanche unendo le forze col resto della classe. avrei voluto essere come lei. avrei voluto avere un paio d’ali.

“verrà il mio giorno,” pensavo.

ma alla fine le ali mi sono cadute prima che potessi spiegarle.

 

quando si è costretti a letto si trascorre molto tempo a fantasticare sul mondo esterno. io avrei preferito non farlo, infatti trovavo irritante che tutte le stanze al di fuori delle sale operatorie avessero finestre. senza, forse avrei sentito meno la mancanza del sole e dell’aria pura, e mi sarei lentamente trasformata in una piccola pianta da ufficio.

“ecco giunco, ora di darle un po’ d’acqua. bevi piano.”

glu, glu, glu. grazie tante, davvero!

vorrei nutrirmi solo di acqua e dimenticare il sapore del cibo perché non mi manchi. vorrei anche dimenticare il suono delle altre persone e quello che si prova toccandosi l’un l’altro. in fin dei conti forse sarebbe meglio così.

 

allora perché ci tengo tanto a essere salvata? perché più che nella medicina ho fiducia in rebecca? che domande strane mi vengono in mente…

 

io voglio solo che mi salvi, nient’altro. mentre guardo le nuvole che galleggiano lente e lei è seduta in un angolo della stanza e guarda il telefono.

 

il giunco è una pianta palustre. ha un nome delicato, ma è un’erbaccia. io però non ho mai pensato a me stessa come a un’erbaccia. non ho mai pensato un granché, in generale. non mi andava di osservare con occhio troppo critico quello che facevo o il mondo che mi circondava. se qualcuno faceva qualcosa, bene. se invece non faceva niente, altrettanto bene. ero più come una nuvola che si disgregava e ogni tanto si aggregava ad altre nuvole di passaggio. a volte ero trasparente e impalpabile. a volte pioveva a dirotto senza che potessi farci niente: diventavo semplicemente troppo pesante. doveva piovere perché riuscissi a stare a galla.

 

eccomi qui. è un altro giorno trascorso a letto. un altro giorno che trascorro a guardare le nuvole. verrà il momento di tossire, ma per ora sono tranquilla. a che ora verrà a trovarmi rebecca? e avrà un piano per salvarmi? mi porterà qualcosa da fare? di cosa parleremo oggi? a che ora se ne andrà? e io, perché sono viva?

 

ogni essere sulla faccia della terra ha uno scopo. i dottori hanno lo scopo di salvare i pazienti e di alleviare le loro sofferenze. rebecca non frequenterà mai l’università, non è il tipo, ma di sicuro la sua energia le troverà un posto nel mondo. mia madre mi ha data alla luce. mio padre si è preso cura di me. qual è il mio ruolo? anche il letto ha lo scopo di sostenermi. ma io, a parte essere sostenuta, cosa faccio? come posso lasciare un’impronta indelebile del mio passaggio sulla terra? qualcuno si ricorderà di me fra dieci o vent’anni? o sarò vaga come un sogno? si ricorderanno il suono della mia voce?

la mia voce… la mia voce esce dall’interno del mio corpo. è addirittura modificata dalla forma della testa o dalle dimensioni del petto, perfino dall’altezza. io sono la mia voce, è espressione di me. vorrei che la gente si ricordasse il suono della mia voce, ma dubito che verrebbero versate lacrime.

giunco… un giunco fra tanti, è appassito.

 

sono sola in questo mondo. non è forse così? ci penso assorbendo i raggi di sole. la luce non entra mai del tutto per via del palazzo di fronte. si spinge al massimo fino al bordo del letto. per questo allungo la mano e provo la sensazione di calore. ecco il sole. è un buon sole, il nostro. dovremmo ritenerci fortunati. invece del nostro sole avrebbe potuto capitarci una stella nana o nel peggiore dei casi una supernova. il nostro sole invece è gentile. come rebecca.

 

la gentilezza… è la qualità che più avrei voluto avere. mi sono impegnata molto per riuscirci. chissà se resterà qualcosa della mia piccola opera?

 

una ragazza giapponese di nome kito aya ha vissuto una situazione simile alla mia. le era stato diagnosticato un male degenerativo. ha trascorso la giovinezza in ospedale ed è morta poco più che ventenne. il suo libro “un litro di lacrime”, però è pieno di speranza. ogni volta che la malattia la butta giù di morale, lei tenta di tutto per rialzarsi. non si arrende mai. ha una forza fuori dal comune. mi piacerebbe essere come lei. vorrei farmi forza. ma non ci riesco.

 

mi hanno portato dei gigli. sono stati sistemati sul comodino accanto al letto. mi fanno un po’ pena, non tanto per l’aspetto, quanto pensando al destino che li attende.

giorno 1: sono un po’ meno smaglianti.

giorno 2: hanno chinato leggermente la testa.

giorno 3: sono leggermente appassiti.

e così via.

quando cadrà l’ultimo petalo io sarò morta. ho deciso questo.

 

è caduto l’ultimo petalo.

è arrivato il giorno. posso raccontarlo con più tranquillità, ora che sono morta. non è stato doloroso o triste come avevo fantasticato. è successo e basta. ora che dall’alto osservo con una prospettiva diversa, è stato tutto anche molto rapido.

ho trascorso in ospedale sette mesi e nove giorni. rebecca è venuta a trovarmi tutti i giorni, senza mai saltare un giorno, e a dispetto di come mi sentissi, vista da fuori sembravo una persona tutto sommato felice. sorridevo e ridevo alle sue battute. quando giocavamo a carte o altri giochi da tavolo mi impegnavo con tutta me stessa per essere un valido avversario. quando ero sola guardavo il soffitto a lungo. fantasticavo spesso sulle nuvole. alla fine rebecca non è riuscita a salvarmi. ma ora che sono una nuvola anche il significato di quella parola è cambiato. mi chiedo se salvare una persona significhi salvarla dalla morte o dalla malattia. o dalla solitudine. in quanto nuvola ora posso dire che non è così semplice. ci sono molti modi di salvare qualcuno. e rebecca mi ha senza dubbio salvata. da essere umano sono diventata una nuvola, ma anche il mio tempo da nuvola è agli sgoccioli. versate un po’ di lacrime sul mondo, di me non resterà molto. forse rebecca alzerà gli occhi al cielo dopo questo breve temporale estivo e si ricorderà di giunco, percependo il calore di uno splendido sole.

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