diari di un hamburger 220-223

220

 

ho riflettuto qualche istante su quelle parole.

anche dopo averci pensato, però, continuavano a non avere senso. che voleva dire?

— dì la verità, ancora non ci credi, eh? diciamo che non ti ho convinta neanche un po’.

ho chiuso gli occhi e scosso la testa, più e più volte.

no, era ovvio che non le credevo. come avrei potuto?

 

221

 

io sono io.

sono un hamburger, è vero, ma questo non mi rende meno reale, giusto? anche un hamburger esiste nel mondo fisico, quello delle persone normali.

altrimenti sai che pasticcio per quelli che vogliono mangiar fuori?

“ehi, io ho ordinato un hamburger!”

“scusi tanto, ma gli hamburger sono solo concetti nella nostra mente. purtroppo non c’è niente da fare.”

assurdo. se era davvero così allora non ci avevo capito niente.

 

222

 

— a dire la verità non capisco neanche cosa vuoi dire, — le ho detto dopo un po’.

— lo so che non è facile. non lo è mai per nessuno. ma purtroppo sono qui per dirti proprio questo, capisci quello che intendo?

la mia “altra me” parlava con tranquillità, senza fretta. come se sapesse che un’espressione sbagliata o troppo brusca avrebbe potuto farmi irrimediabilmente agitare.

— so che sei nata per proteggermi, — mi ha detto. — in quel periodo soffrivo molto. volevo solo che gli altri mi accettassero. avrei dato tutto per essere amata.

— basta…

— ero sempre sola, te lo ricorderai anche tu. quanto tempo trascorrevo in camera mia?

— basta, ti prego!

perché, perché dovevo ascoltare quelle cose?

mi sono alzata. dovevo andarmene. a quel punto lei ha teso la mano. ma invece di afferrarmi mi è passata attraverso al braccio.

 

223

 

per qualche momento ci siamo guardate negli occhi. dentro ai suoi vedevo la stessa espressione che dovevano avere i miei.

cos’era successo?

quando aveva fatto per toccarmi, la sua mano non aveva incontrato resistenza. neanche io avevo avvertito il suo tocco. solo, una vaga sensazione di freddo.

mi sono osservata le mani.

poco a poco perdevano consistenza. attraverso i palmi potevo vedere l’erba del prato.

dopo qualche secondo sono tornate normali. come riprendendo a vivere in modo stabile.

— scusa… non volevo…

ha scosso la testa.

mi sono accorta che piangeva.

 

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