diari di un hamburger 216-219

216

 

— eccoti qui. — mi ha fatto.

mi sono seduta accanto a lei.

era strano sedersi accanto a sé stessi, ma in realtà non è che non fossi abituata a esperienze del genere.

— dì un po’, che te ne pare? come ti senti? — mi ha detto il mio fantasma.

ho alzato le spalle. — perché me lo chiedi?

— mah, chissà come mai, eh? hai avuto una reazione un po’ deludente.

— in che senso?

— non dico saresti dovuta scappare a gambe levate, ma almeno fingerti un po’ sorpresa? tipo: che ci fai tu qui? oppure: santo cielo, posso toccarti?

— in realtà non è mica una novità, — ho risposto.

— ma davvero? — mi ha risposto lei accennando un sorriso.

 

217

 

quel sorriso le è rimasto sulle labbra solo qualche momento.

poi è tornata a rivolgere lo sguardo al fiume. per un po’ siamo rimaste in silenzio.

— perché dici che non è mica una novità? a che ti riferisci? — ha detto lei dopo un po’.

— esperienze del genere mi sono già successe, — ho spiegato.

— cioè? che vuoi dire?

ho fatto un lungo sospiro, guardando il fiume.

— ho parlato alcune volte con il ragazzo hamburger credendo che fosse accanto a me, capisci? inoltre mi sono inventata alcune cose che non sono mai esistite.

— per esempio?

di nuovo ho scosso la testa. era dura ammettere quelle cose “ad alta voce”.

 

218

 

— credevo che fosse stato lui a dichiararsi. e che io, per qualche motivo, lo avessi rifiutato.

— e non è andata così?

ho scosso la testa. — la verità fa male. a quanto pare volevo solo piacergli, ma non ero abbastanza.

non riuscivo ad andare avanti, così sono rimasta in silenzio. il mio fantasma, dopo un po’ ha annuito.

— sì, il dolore era troppo forte. il desiderio di venire accettata… è per questo che sei diventata un hamburger.

 

219

 

era come diceva lei.

— adesso hai capito? — le ho fatto.

— capito cosa?

— vivere nella mia fantasia non è mica una novità. lo faccio un sacco di volte.

di nuovo il mio fantasma ha sorriso. stavolta però era un sorriso triste.

— credi davvero che io sia una fantasia?

io, lentamente, ho annuito.

lei ha raccolto le gambe. senza rivolgermi lo sguardo.

— caro il mio hamburger. povero il mio hamburger… sei tu a essere una mia fantasia. purtroppo è così.

 

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