diari di un hamburger 172-175

172

 

sì, accanto a me c’era il ragazzo hamburger

— è un bel po’ che non ci si parla, eh? ti sono mancato?

— solo un po’.

mi sono accorta che la voce mi tremava.

ho abbassato lo sguardo e ho detto: — mi sei mancato.

— sempre alla ricerca della salsa segreta? — ha fatto lui senza perdersi d’animo.

il ragazzo hamburger come al solito ha fissato un punto sospeso sopra di noi. sembrava che la risposta a quella domanda si trovasse lì da qualche parte.

— ormai sono vicina.

— solo un’altra porta, eh?

— già. solo un’altra porta.

— e se fosse chiusa in uno schedario con la chiave? hai provato a pensarci?

il ragazzo hamburger ha detto queste parola guardandomi fissa.

 

173

 

— in fondo… sì, se ci pensi, in fondo dovrebbe trattarsi di una ricetta supersegreta. ammetto però che ti sei spinta parecchio in là, sono stupito.

— davvero?

lui ha annuito con forza.

— beh, mi spiace deluderti, ma io non ho fatto quasi niente.

— eh… questo lo so benissimo.

in una situazione normale la domanda seguente sarebbe stata: “come fai a saperlo benissimo, scusa?”

ma la risposta la conoscevo già.

perché naturalmente lì, oltre a me, non c’era proprio nessuno.

 

174

 

non in forma fisica, per lo meno.

era come un’idea, solo più definita. come quando un hamburger si materializzava nella mia mente appena avvertivo il sibilo tipico della piastra.

o quando dovevo associare un’immagine a delle patatine o due fette di pane.

credo che il ragazzo hamburger fosse apparso a fianco a me per lo stesso processo intuitivo.

a grandi linee.

 

175

 

— comunque facevi sempre così. non so se te lo ricordi.

— così come?

— non è la prima volta che passeggiamo fianco a fianco. dopotutto.

— questo lo so, — ho risposto subito.

ma quelle parole avevano qualcosa di strano. ho capito cosa voleva dire il ragazzo hamburger.

già. dopotutto avevo camminato a fianco a lui un sacco di volte. ma al tempo stesso ero sempre nel mio mondo.

come avevo fatto a dimenticarlo? le giornate trascorse a guardare fuori dalla finestra… settimane senza rivolgere la parola a nessuno…

non è mica una malattia da cui si guarisce in una settimana, come un raffreddore.

io ero sempre sola, la verità è questa.

anche quando ero assieme a lui, ero sempre sola.

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