diari di un hamburger 148-151

148

 

— stavolta dovrai impegnarti sul serio, — ha detto il manager.

— sissignore, — ha risposto rebecca.

— ti avverto, non avrai un’altra possibilità.

— sissignore.

— e stavolta niente pisolini in piedi mentre pulisci i bagni.

— sissignore.

— e voglio vederti arrivare puntuale. no, anzi… con dieci minuti d’anticipo.

— sissignore.

— e la divisa pulita…

sono andati avanti così per cinque minuti…

 

149

 

— ora non ci resta che trovare quell’indirizzo, — mi ha fatto rebecca.

parlando, grattava via il grasso accumulatosi sulla piastra di cottura.

— quando l’avremo trovata, cosa farai? — le ho chiesto.

— beh, il passo successivo è andare a quell’indirizzo, giusto? non abbiamo idea di cosa ci aspetta.

— no, non intendevo quello, — ho risposto scuotendo la testa. — voglio dire con questo lavoro.

— con questo lavoro? — ha ripetuto rebecca, continuando a scrostare la piastra. — bah, non ne ho idea. penso proprio che mi licenzierò. poi… chi lo sa?

— davvero ti licenzierai?

— senti, ora non pensiamoci, okay? abbiamo problemi più urgenti.

non sapendo cosa rispondere, mi sono limitata ad annuire.

e poi era ora di tornare al lavoro.

 

150

 

per recuperare quei documenti era fondamentale trovare il momento giusto.

di solito i manager erano due, e durante l’ora di punta erano entrambi in cucina a darci una mano.

il problema però era che in quei momenti nessuno si prendeva mai una pausa. anzi, se avessimo chiesto di andare in bagno ci avrebbero risposto di no.

— andiamoci lo stesso. non ci vorranno più di cinque minuti, te lo assicuro, — ha proposto rebecca.

io però non mi fidavo: se ci avessero beccate quali sarebbero state le conseguenze?

 

151

 

ho trascorso una settimana di lavoro assieme a rebecca

lei alla piastra, io facevo avanti e indietro in sala, come ai vecchi tempi.

chissà però se era davvero così?

in fondo dopo quell’ultima avventura le nostra strade si sarebbero separate di nuovo.

non volevo che succedesse, ma non potevo farci niente.

evidentemente non era nella mia natura tenere le persone strette a me.

neanche chi mi aiutava senza pensare a sé stessa.

 

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