diari di un hamburger 136-139

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di nuovo al lavoro.

oggi sono arrivata in anticipo e ho avuto più tempo per prepararmi.

lo spogliatoio però non è proprio un ambiente rilassante.

è piccolo, buio e disordinato, e non ha nemmeno un buon odore.

c’è un piccolo lavandino e dei servizi igienici. vengono puliti due volte al giorno, ma siccome siamo in tante a fare avanti e indietro, le condizioni non sono sempre impeccabili.

inoltre in sottofondo viene trasmessa la musica che c’è in sala. è una playlist dei maggiori successi del momento.

ormai la so a memoria.

 

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mi sono tolta i vestiti con calma.

fuori splendeva il sole, così sono venuta in maglietta e pantaloncini.

dopo essere tornata a casa la notte scorsa non ho chiuso occhio per un bel pezzo. continuavo a pensare al tempo trascorso con rebecca.

le avevo davvero raccontato del periodo prima che diventassi un hamburger?

come avevo fatto ad aprirmi così, senza nemmeno rendermene conto?

 

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quando sono rimasta solo in mutandine e reggiseno mi è venuto naturale guardarmi allo specchio.

sono proprio io, quella?

riconosco le morbide foglie verdi, lucide dopo essere stata lavate, i soffici panini, il formaggio fuso… e naturalmente la carne. i due hamburger uno sopra l’altro mi fanno venire l’acquolina in bocca.

“tu sei questo.”

è vero, però… non è ancora abbastanza.

mi manca qualcosa.

— sì, ti manca qualcosa, — ho detto rivolta allo specchio.

 

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— giunco, aiutami per favore con le consegne sul retro.

ho accompagnato l’aiuto manager nel punto di scarico sul retro dell’edificio. c’era un camioncino e degli addetti erano già al lavoro.

— tu tieni la porta aperta, okay?

— di cosa si tratta?

di solito le consegne venivano effettuate sempre la mattina presto e la sera, non mi erano mai capitate a quell’ora del pomeriggio.

— siamo rimasti a corto di salsa segreta. a volte succede. in questo caso la facciamo preparare al volo in un posto qui vicino.

— ah.

infatti eccola lì… l’addetto ha spinto un pesante carrello dove ho visto le tipiche bottiglie di plastica arancione. gli ho tenuto la porta aperta.

— grazie, — mi ha fatto sorridendomi.

— di niente, — ho risposto io.

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