diari di un hamburger 96-99

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e come ai vecchi tempi ci siamo diretti verso la metro, e di lì al suo posto preferito, ma invece di fermarci alla panchina abbiamo proseguito lungo la riva del fiume.

da lì in poi era un territorio sconosciuto.

era trascorso molto tempo da quando ci eravamo parlate l’ultima volta. non è che avessimo mai fatto chissà quali discorsi, ma rebecca mi era rimasta impressa come se ci conoscessimo da una vita.

volevo incontrarla di nuovo, ed eccomi accontentata.

 

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— a proposito, come hai fatto a prenderti una pausa? — mi ha chiesto rebecca dopo un po’. — c’era un sacco di gente, a me non la davano mai.

— ho detto che dovevo andare in bagno.

— e ti hanno fatta andare? — ha risposto lei incredula. — pazzesco, con me s’inventavano sempre qualche scusa, alla fine ci andavo appena sei o sette volte al giorno. davvero ingiusto.

— ehm…

— scommetto che non ne puoi più di quel posto, eh? ti capisco…

— non è che non ne posso più…

ho cercato le parole per esprimere quello che sentivo, ma lei ha esclamato: — ah, ci sei mai venuta qui?

eccoci arrivate a un piccolo molo: erano ormeggiate alcune imbarcazioni a forma di cigno.

— questo è il mio secondo posto preferito, — ha dichiarato rebecca.

 

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c’erano tanti piccoli sassi rotondi, levigati dal movimento dell’acqua.

— sai come farli rimbalzare?

ho annuito.

— eh? davvero? fammi vedere — e me ne ha lanciato uno, che ho preso al volo.

mi sono avvicinata al bordo… ho preso la mira…

plop, plop, plop, plop.

il sasso ha compiuto quattro lunghi salti prima di affondare.

— whoa! pazzesco! — ha detto rebecca.

 

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abbiamo giocato fino a tarda notte. era divertente esercitarsi a far rimbalzare i sassi.

alla fine… plop, plop, plop… sono riuscita a farne sette di fila.

— dove hai imparato a lanciare così bene? — mi ha fatto rebecca.

— è stato mio padre a insegnarmi.

— ah sì? quando eri piccola?

— quando ero piccola… — ci ho pensato un attimo, poi ho annuito. — quando ero piccola, proprio così. prima che diventassi un hamburger, cioè.

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