diari di un hamburger 41-44

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“anche a lei piace riflettere per conto proprio.” ho pensato. “prima di diventare un hamburger anche a me succedeva lo stesso. sotto questo aspetto in fin dei conti ci assomigliamo.”

— sicura che ce la farai senza di me? — mi ha fatto dopo un po’.

— in che senso?

— beh… — rebecca è rimasta in silenzio. per poi dire: — mi hanno licenziata.

— eeh?

 

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— hai presente nella break room? c’eri anche tu quando il manager mi ha chiamata, no?

io ho annuito. in silenzio.

— beh, a quanto pare ho fatto troppe assenze. inoltre non mi impegno nel lavoro come richiesto. come se non bastasse non è sfuggito che ascolto sempre la musica, pare sia vietato.

non ho risposto. non mi veniva in mente nulla da dire.

possibile che dal giorno dopo sarei dovuta andare al fast food senza rebecca?

 

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— so che non ci siamo mai parlate molto…

volevo continuare, ma non mi è venuto in mente altro da dire. mi sono bloccata.

— lo so. non importa. quello che volevo dirti…

rebecca è rimasta un momento in silenzio. poi ha ripreso a parlare. — quello che volevo dirti… — ha continuato.

 

44

 

ho preso di nuovo la metro.

stavolta, visto che non c’era rebecca, ho dovuto fare attenzione alle indicazioni.

ho cambiato linea. alla fine ho salito le scale sbucando in una strada ancora trafficata. ho seguito la mappa sul telefono per tornare a casa.

mentre camminavo ho ripensato alle parole di rebecca, quelle che mi erano rimaste più impresse.

“scuse accettate.”

aveva detto così.

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