Costruire un unicorno

L’altro giorno mi sentivo solo, così ho provato a costruire un unicorno.

I cavalli del mio recinto però non andavano bene. Sono dovuto andare al lago, dove era stato avvistato un cavallo candido come la neve. Ho aspettato tre giorni che apparisse. Sono uscito dal mio nascondiglio. Mentre si abbeverava ho tirato fuori il coltello e gli ho trafitto il petto. Il sangue è sgorgato potente, inzuppando il terreno. Era nero. Ma solo perché era illuminato dalla luce della luna. La mattina dopo, quando l’ho caricato sul carro, era rosso.

 

Mi sono procurato il corno da un narvalo.

Sono salito a bordo della mia barca da pesca e sono rimasto in mare per due giorni. Alla fine, tornato a casa, l’ho scuoiato e ho pulito lo scheletro, facendo particolare attenzione al corno. L’ho segato alla giusta misura, l’ho filettato e infine l’ho saldato nel cranio del cavallo. Ho richiuso le ferite. Alla fine avevo di fronte a me un unicorno, ma il mio lavoro non era ancora finito.

Ho placcato d’oro gli zoccoli. Poi sono andato nel bosco, ho addormentato un orso con un dardo avvelenato e l’ho trascinato a casa. Dopodiché gli ho estratto il cuore e l’ho posto ancora pulsante nel petto dell’unicorno. Ho lavorato una settimana senza né mangiare né dormire, ma alla fine ero soddisfatto del mio lavoro. C’era un solo imprevisto: gli occhi dell’unicorno erano diventati azzurri.

Sembrava di scrutare il cielo attraverso una lente. Inoltre aveva perso l’espressione dell’animale che era stato in vita: guardava il mondo con occhi tristi.

 

Ho fatto passeggiare l’unicorno all’aria aperta per verificare che le giunture non si fossero irrigidite. Era notte. Il suo manto bianco splendeva alla luce delle stelle. Poi l’ho condotto al recinto con gli altri cavalli, che hanno alzato il capo per osservare il nuovo arrivato. Tutto era silenzioso. Finalmente sono tornato a casa e mi sono messo a dormire.

Chissà se adesso mi sarei sentito un po’ meno solo?

 

Quando ho aperto gli occhi era giorno. Ma chissà quanto avevo davvero dormito? Magari era passata una settimana senza che me ne accorgessi.

Mi sono lavato, vestito, poi ho fatto colazione. Dopodiché sono uscito. L’unicorno era vicino al recinto. Gli occhi non erano cambiati. C’era qualcosa di strano, però. La punta del corno era nera. Dove l’aveva sporcata? Mi sono reso conto che anche gli zoccoli erano macchiati di nero. Fango?

Poco lontano un cavallo era riverso su un fianco. Mi sono precipitato in suo soccorso, ma il corpo era già rigido. Sugli enormi occhi marroni si era posata una mosca.

Nel recinto erano disseminati i corpi degli altri cavalli. Li ho controllati uno per uno, ma in cuor mio sapevo che non c’era niente che potessi fare.

 

Ho condotto l’unicorno fuori dal recinto. Il corno dondolava tristemente a destra e a sinistra. Negli enormi occhi azzurri sembrava confluire il mondo circostante. Senza però che tornasse indietro. Andava a perdersi da qualche parte dentro il suo corpo.

Ho deciso di portare l’unicorno al lago dove avevo ucciso il cavallo candido come la neve. Forse gli avrebbe fatto bene tornare dove aveva pascolato un tempo.

La macchia di sangue sul terreno non era ancora andata via. L’unicorno però l’ha ignorata e si è diretto al lago. Ha osservato il proprio riflesso inclinando leggermente la testa. Sembrava guardare soprattutto il suo corno.

 

Quando sono tornato lì il giorno dopo, l’unicorno si trovava sul fondo del lago. Forse gli zoccoli d’oro gli avevano impedito di galleggiare. Ho guardato la mia creatura riposare in pace. Mi sono chiesto dove avessi sbagliato, e cosa mi fosse rimasto.

 

Avevo deciso di costruire un unicorno perché mi sentivo solo. Adesso non mi restavano più nemmeno i miei cavalli.

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