Far away but connected

— Voglio essere tua amica, — mi disse un giorno Rebecca.

Di fronte a quella dichiarazione restai in silenzio. Mi aveva colta alla sprovvista. Come avrei dovuto rispondere? E come si sarebbero evolute le cose da quel punto in avanti?

— Le persone una volta erano una cosa sola, — mi disse Rebecca. — Poi si sono divise perché tutti hanno opinioni differenti. È solo tornando a essere amici che potremmo diventare di nuovo una collettività.

Ah, adesso capivo… era quello il motivo per cui voleva essere mia amica.

Rebecca cercava di costruire di nuovo una collettività, un posto dove tutti potessero comprendersi. Ero triste, mi sentivo sola? Avevo bisogno di un contatto? A quel punto qualcuno mi avrebbe teso la mano. Perché la mia solitudine era anche la loro. Anche le cose belle, come quelle brutte, sarebbero state condivise. Un pezzettino a questa persona, un pezzettino a quella, finché la mia tristezza non fosse stata nel cuore di tutti gli altri. Era quello che avevo sempre pensato, in un certo senso. Per questo motivo non parlavo mai e me ne stavo sempre per conto mio.

Era meglio se la mia tristezza restava solo dentro di me.

 

Non volevo nuocere agli altri. Se possibile desideravo solo fare cose belle. Ma un futuro del genere per me non era possibile. Forse Rebecca l’aveva capito.

 

Penso che in fondo io e Rebecca puntassimo allo stesso obiettivo, solo in modi diversi. Io mi tenevo tutto per me stessa, lei voleva creare una persona che in realtà fosse molte persone. Non avevo idea di come ci sarebbe riuscita, però. Per quanto uno si sforzasse gli esseri umani sono egocentrici, non potrebbe essere altrimenti. Funziona così anche per me.

 

— Dammi la mano, — mi disse un giorno.

Ubbidii. Più che una richiesta sembrava un ordine.

La mano di Rebecca era più grande della mia e anche più calda. Sembrava che dentro di lei scorresse la vita.

— Io sono qui per te.

— Non è vero, — scossi la testa. — Tu sei qui per chiunque. È diverso.

— Ho deciso che non m’importa più di tutti gli altri. Non punto più a costruire una società ideale, è impossibile. Però il pensiero che tu stia male mi fa soffrire e vorrei fare di tutto per aiutarti. Credo che anche due persone che si aiutano possano formare una collettività. In un certo senso.

— Io mi sono sempre e solo concentrata sul mio dolore. Non riuscivo a guardare oltre la punta del mio naso. Perché non riuscivo a concepire un futuro in cui sarei stata felice. Non mi rendevo neanche conto delle persone che mi circondavano, tanto era dura. Anche per te è stato così?

— In un certo senso. Io invece mi circondavo di persone ma non avevo la forza di guardare dentro me stessa. Alla fine cercavo di essere la persona che tutti volevano. Solo che è impossibile accontentare tutti. È stato in quel momento che me ne sono venuta fuori con l’idea di collettività e mi sono candidata a capoclasse. Volevo che tutti si comprendessero, ma in realtà volevo urlare: “Non posso essere quello che mi chiedete! Vedete cosa sto cercando di diventare?” In fin dei conti volevo solo che comprendessero me.

 

Un giorno andammo a fare una passeggiata. In cielo volavano gli uccelli. Gli stormi si muovevano come un essere solo. Cambiavano direzione simultaneamente, ascoltando la direzione del vento. Come una vera collettività, quella a cui aspirava Rebecca.

— Forse per le persone non è possibile, — dissi riferendo il mio pensiero.

— Se quegli stormi fossero persone noi saremmo gli uccellini lasciati indietro.

— Perché lasciati indietro?

— Non lo so. È solo una sensazione.

L’importante era non essere lasciarti indietro da soli. Uno stormo di uccelli mi avrebbe di sicuro indicato la direzione da seguire. Ma cos’avrei perso nel far parte di quel gruppo? Dovevo riflettere su me stessa. Forse in quel modo la direzione l’avrei trovata dentro di me.

— Puoi darmi la mano? — chiesi a Rebecca.

— Certo.

Una volta chiusi gli occhi, provai sentire in che direzione soffiava il vento.

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