fantasy__1 (1st draft)

Story of a lonely girl

 

 

 

Arrivai a scuola un giorno di pioggia. Siccome avevo perso tempo in bagno a farmi la doccia avevo perso l’autobus all’ora giusta, quello dopo era pieno di gente, così avevo dovuto aspettare il successivo. Non avevo trovato posto a sedere, così ero rimasta in piedi, accanto al finestrino, a guardare la pioggia che colpiva il vetro.

L’atrio era vuoto e silenzioso. Per forza, ero in ritardo quasi di quaranta minuti. Le presentazioni dovevano essersi già svolte nell’aula magna da qualche parte nella scuola, e gli studenti dovevano essere già entrati tutti in classe. Non avevo idea di dove fosse la classe che mi era stata assegnata, e in giro sembrava non esserci nessuno a cui chiedere. Possibile che in giro non ci fosse neanche un bidello, un addetto o un insegnante?

Visto che non sapevo dove andare, salii le scale. Controllai l’ora sul telefono. Mancavano venti minuti all’ora successiva. Di sicuro avevano già fatto l’appello e mi avevano segnata come assente. Quindi ormai non faceva differenza entrare adesso o l’ora dopo. Così decisi di fare un giro in quella scuola, tanto che non avevo niente da fare.

Era un edificio piuttosto vecchio, e non si può dire che fosse tenuto bene. Alle pareti in certi punti c’erano crepe parecchio large e la vernice su alcune porte era scrostata. Comunque era più molto, molto più grande del mio vecchio liceo. Mi aspettavo che lo fosse. Ma non così tanto.

Quando ancora abitavo nella mia cittadina sul mare avevo frequentato per un anno il liceo lì. L’edificio aveva un solo piano e c’erano in tutto cinque classi, una per anno. Si trovava quasi in riva al mare, in un punto dove per qualche motivo soffiava quasi sempre vento. In quel periodo non avevo nessuna idea che i miei poi avrebbero deciso di trasferirsi. Credevo che avrei trascorso lì i prossimi cinque anni della mia vita. A trasferirmi, cambiare liceo, camminare lungo i corridoi di quell’enorme edificio pieno di classi, piene di studenti, non ci pensavo proprio.

 

Le prime settimane di scuola due persone attirarono la mia attenzione. La prima frequentava la mia classe. Era seduta all’ultimo banco in fondo alla classe e non rivolgeva mai la parola a nessuno. Scoprii il suo nome il secondo giorno, quando fecero l’appello, perché non si presentò a lezione. A quanto pare, anche se non ci avevo fatto caso, non era venuta neanche il giorno prima. Dai commenti degli altri studenti capii subito che fin dall’anno prima quella ragazza faceva molte assenze.

Si presentò solo il terzo giorno, ma neanche quella volta rispose all’appello e l’insegnante dovette chiamarla un’altra volta prima che alzasse la mano.

Rebecca? Rebecca?, disse.

Presente, rispose lei alzando la mano con aria annoiata.

In effetti, anche se aveva attirato la mia attenzione, non era proprio il genere di persona che mi avrebbe rivolto la parola.

Rebecca era sempre la prima a uscire dalla classe quando suonava la campanella dell’intervallo, e l’ultima a rientrare quando suonava un’altra volta. A volte quando mi affacciavo alla finestra della classe la vedevo fumare in cortile, da sola.

L’altra persona che mi aveva colpita non c’entrava niente con Rebecca. Anzi, era proprio il suo opposto. Rebecca ogni volta che entrava in classe sembrava sempre arrabbiata. Anche quando fumava in cortile, aveva un’espressione come se ce l’avesse a morte con qualcuno. Maddalena era più o meno tutto l’opposto.

Frequentava il nostro stesso anno, ma andava in un’altra sezione, dall’altra parte della scuola. Scoprii come si chiamava perché, mentre entravo a scuola la mattina, una sua amica era corsa a chiamarla: Maddi, mi accompagni un attimo al bagno?

E quando avevo alzato lo sguardo avevo visto la ragazza più bella della scuola. Avevo pensato proprio quello, che non potesse esserci una ragazza più bella di lei, da nessuna parte, in nessuna scuola, in nessun altro mondo. Naturalmente era solo il mio modo di vedere le cose, non è per niente detto che fosse quello giusto. E da quel momento, per un motivo o per l’altro, incrociai Rebecca altre volte.

Durante l’intervallo stavo sempre seduta al mio banco. Non rivolgevo mai la parola a nessuno e, consumata la mia merenda, guardavo le nuvole che correvano fuori dalla finestra. Le giornate trascorrevano sempre tutte uguali. Non ero triste, ma non riuscivo a capire come sentirmi al pensiero di trascorrere in quel modo tutta la vita che avevo davanti.

Comunque incontrai Maddalena in diverse occasioni. Mentre andavamo in palestra, e la nostra classe incrociava la sua mentre uscivano dallo spogliatoio, o anche mentre si stavano cambiando, o una volta che stavo andando al bagno la incrociai mentre si stava lavando le mani. In quell’occasione mi rivolse lo sguardo, mi sorrise, poi uscì. Per me era strano che mi avesse rivolto quel sorriso. Perché un sacco di volte mi ero chiesta addirittura se io esistessi veramente.

Se Rebecca e Maddalena erano ai due opposti, sentivo di trovarmi a metà strada fra quelle due persone, forse era per questo che mi avevano colpita a quel modo. Rebecca era sempre arrabbiata, evitava qualunque contatto umano, Maddalena invece era sempre circondata di amici, era sempre sorridente. Io invece era come se mi trovassi in uno spazio separato, diverso da quello in cui abitavano le altre persone. Forse avrei voluto cambiare la mia situazione, ma non sapevo come. Come facevano le altre persone a essere felici? Avrei voluto chiederglielo. Ma non ne avevo il coraggio.

 

Ci eravamo trasferiti quasi senza nessun preavviso. Mio padre era un architetto comunale, e aveva sostenuto un colloquio per uno studio privato in una grande città. Siccome non aveva mai nutrito molte speranze per quel posto (era uno studio davvero prestigioso, in una città molto lontana e molto grande), quando aveva ricevuto la notizia all’inizio non sapeva cosa fare. E quando me lo dissero in realtà non sapevo nemmeno come sentirmi. Perché quella cosa era stata così improvvisa che sembrava essere successa a qualcun altro. Invece ci ritrovammo a impacchettare le nostre cose in fretta e furia. Siccome non avevamo molto (vivevamo in un appartamento in affitto), riuscimmo a traslocare mettendo tutto in un furgone. Partimmo di mattina presto. Mi svegliai, mi vestii e andai a fare colazione con i miei. Quando fu ora di mettersi in viaggio mi resi conto del rumore che facevano le onde. Ormai ero talmente abituata a quel rumore che non ci facevo più caso, ma in effetti una volta arrivata in città non lo sentii più.

Tutte le mie cose riempirono due scatoloni. Non avevo molti vestiti, e neanche nella mia vecchia camera granché delle cose era mia. La cosa che più mi colpì del nuovo appartamento fu l’altezza. Ci trovavamo al dodicesimo piano di un grattacielo davvero immenso. Anche se l’appartamento era molto più piccolo di quello in cui stavamo prima, forse per il fatto che non lo conoscevo, mi sembrava davvero immenso. E da camera mia si vedevano le luci della città.

Riuscimmo a sistemare la maggior parte delle cose una volta arrivati in città. Scaricammo il furgone e portammo tutta la roba su con l’aiuto di due addetti. Poi spacchettammo tutto e lo mettemmo in ordine. L’appartamento nuovo all’inizio aveva un’aria un po’ anonima, ma quando poco per volta sistemammo le nostre cose sembrò tornare un po’ più nostro. Cenammo in cucina, poi aiutai a sparecchiare e andai in camera. Solo che appena aprii la porta senza pensarci mi aspettai di trovarmi come al solito nella mia vecchia camera, invece vidi solo la finestra che si affacciava sulla città, tredici piani più in basso. Era illuminata da una luce blu, e il resto della camera era così spoglio che sembrava la stanza di un ospedale. Era tutto così diverso, era cambiato tutto così in fretta che non riuscii a capire dove mi trovavo. Il posto dove avevo vissuto, le esperienze che avevo fatto non sarebbero tornate mai più.

Quella notte non riuscii a dormire.

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