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— La vita è davvero meravigliosa.

— Ma come fai a dirlo?

Non capivo proprio come potesse pensare una cosa del genere.

— Perché, Giunco, io ho sempre vissuto con tutta me stessa. Non c’è mai stato neanche un momento in cui ho detto “questa volta non me la sento”, o “rimandiamo” o “c’è ancora tempo.” Ogni volta che c’era occasione io ci provavo sempre. Lo so, potrebbe non essere il modo migliore di vivere, ma io ho sempre fatto così, e adesso non mi pento di nulla. È davvero liberatorio.

— Cosa, è liberatorio?

— Ho dato il 100% e mi sento leggera. Più di così non potevo fare.

— Secondo me stai dicendo una cavolata.

— Eh? Che vuoi dire? — mi chiese spiegazioni lei.

— Non puoi vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Non dico che si debbano conservare le energie, ma certe cose se vuoi farle per bene richiedono tempo. Ci saranno per forza dei tempi morti in cui tu penserai: “Adesso vorrei proprio trovarmi da un’altra parte.” Ma purtroppo a volte va così. È la vita.

— Mi sa che hai ragione. E prima o poi credo che quei momenti sarebbero arrivati anche per me. Ma ormai è troppo tardi, io sono morta e quel che è fatto è fatto.

— Sì, tu sei morta e quel che è fatto è fatto, — risposi io.

 

— A proposito, da quando sono morta non hai versato neanche una lacrima, — disse lei una volta tornate a casa. Era proprio da lei dire le cose senza nessun filtro, come le pensava. Quando era viva era la persona più amata e più odiata del liceo. Quelli che l’amavano lo facevano per il fatto che non aveva peli sulla lingua, quelli che la odiavano per lo stesso motivo. Rebecca diceva sempre le cose come stavano, anche se non è detto che la sua visione della situazione corrispondesse alla realtà, anzi quasi sempre tendeva a esagerare.

Per esempio c’è stato un episodio in cui due compagni della nostra classe si sono lasciati. Lui l’aveva tradita, per questo si era sentito in colpa e aveva mollato la sua ragazza, che non riusciva a darsi spiegazioni per l’accaduto. Continuava a piangere, anche durante le lezioni. All’intervallo si sedeva in un angolino del bagno e noi facevamo a turno per consolarla, ma sembrava impossibile. Un giorno Rebecca andò da lei: — Senti, devo dirti una cosa. È con me che il tuo ex ti ha tradita, per questo si è sentito davvero una schifezza e ti ha mollata. È il senso di colpa, credo. Comunque ora sai come stanno le cose.

Detto questo se n’era andata. Io invece mi ero trovata in mezzo senza neanche accorgermene. La nostra amica aveva alzato gli occhi su di me e mi aveva detto: — Giunco, ma dice sul serio? Davvero mi ha tradita con lei?

— Eh? Sai che non lo so proprio? Tu però non pensarci.

Alla fine facendo pressioni sul suo ex aveva scoperto la verità: non l’aveva tradita con Rebecca, ma con una ragazza di un anno più piccola. Lui poi era scappato via e lei era scoppiata di nuovo a piangere. Sospirai: quando avrebbe smesso? Ma poi fece una cosa inaspettata: corse verso Rebecca e l’abbracciò forte, singhiozzando. Rebecca le carezzò i capelli, disse che sarebbe andato tutto bene, che un giorno si sarebbe dimenticata di lui.

E come da copione, divise in due metà esatte, una femminile e una maschile, ecco comparse due persone che rispettivamente amavano e odiavano Rebecca. E funzionava così un po’ per chiunque, davvero. Non c’erano vie di mezzo.

Beh, in realtà esisteva. Esisteva un po’ in me.

 

Io ero una persona normale. Non mi sbilanciavo mai né da una parte né dall’altra. Forse è per questo motivo che non amavo né odiavo Rebecca, proprio come non amavo né odiavo nessuna persona che conoscessi. Perché, come dire? Le persone erano soltanto persone. Ognuna con i suoi lati buoni, ognuna con i suoi lati cattivi.

Eccole lì, tante persone che si danno da fare per essere migliori.

Secondo me le persone si dividevano grossomodo in due categorie.

Quelli che cercavano di essere migliori degli altri e quelle che cercavano di essere migliori di sé stesse.

Le persone che si misuravano sempre con gli altri erano quelle che di solito avevano più successo nella vita. In pratica non si guardavano mai allo specchio e dicevano: questo o questa sono io. Non si spogliavano nudi e si guardavano riflessi cercando di capire se oltre alla forma fisica ci fosse qualcosa che li distinguesse e li identificasse, loro vivevano in funzione degli altri, erano le altre persone lo standard e si misuravano in una gara che non finiva mai per arrivare primi. Quando andavo in vacanza con i miei e durante i viaggi in auto non sapevo cosa fare spesso ragionavo su questa domanda: se superiamo tutte le auto in autostrada saremo primi? Naturalmente chiederselo non aveva senso, tutte le autostrade formavano una specie di enorme cerchio che non finiva mai, non c’era una partenza e non c’era un arrivo, quindi anche dotati ipoteticamente di un’astronave, arrivare primi era un concetto fuori luogo. Queste persone facevano parte della prima categoria: correvano e correvano senza sapere di gareggiare in autostrada.

A ogni modo ha i suoi vantaggi, perché a furia di correre e di confrontarsi con gli altri si migliorano aspetti di sé e si affinano un sacco le proprie capacità. Di conseguenza si ha successo nel lavoro, si viene presi come punti di riferimento dagli amici e se si è di bell’aspetto anche nelle relazioni amorose non si avranno problemi.

La seconda categoria invece era formata da persone con evidenti problemi. Problemi di qualunque genere ed entità, venivano costrette da sé stesse, dagli altri o dagli eventi a farsi un bell’esame di coscienza. A volte l’esame durava tutta la vita e pur scavando a fondo nei propri sentimenti non avrebbero saputo attribuire un carattere, una parola o un colore a quello che avrebbero voluto definire come “anima” o “persona” o “sé”. Ci provavano e provavano. Ma era come nuotare nel buio.

Queste persone rischiavano seriamente di essere insicure per tutta la vita. Identificavano uno spazio, un piccolo spazio vuoto dentro di sé e cercavano di riempirlo di tutte le cose positive. Cercavano di apprezzare i momenti migliori della vita come estensioni della felicità che potevano generare negli altri, un po’ come fiori che sbocciano sugli alberi, utili per l’albero e gradevoli da guardare per gli altri. Però la felicità porta con sé anche sempre tante contraddizioni e cose sgradevoli, è sempre così. Luce e ombra, pieno e vuoto, sabbia e neve, maggiore era la felicità che davano a sé stessi e agli altri, maggiore era l’insicurezza. E questo poteva succedere per mille motivi diversi, neanche loro sapevano quale. Forse perché una parte di loro si affezionava e si attaccava alla felicità cercando di non abbandonarla mai, anche se sapevano che era una condizione temporanea e tutte le cose prima o poi finiscono. Non era una bella sensazione, separarsi dalla felicità, e questo a volte poteva davvero gettarti nello sconforto più totale.

Ecco, queste erano le persone che appartenevano alla seconda categoria.

 

Naturalmente ci sono un sacco di sfumature diverse. Non è che le persone sono al 100% una cosa o al 100% l’altra.

Comunque Rebecca per me era al 50% una categoria e al 50% l’altra, due metà opposte. O forse era più entrambe le cose al 100%, solo in momenti diversi della sua vita. Le persone non sapevano bene come comportarsi, credevano di conoscerla e poi restavano sorpresi di vedere una persona dell’altra categoria. Pensavano che fosse in squadra con loro e invece si rivelava una spia del nemico.

Rebecca era un tipo così.

Io invece non ero niente di niente. Da quando avevo memoria tutto dentro di me era sempre stato uno spazio bianco. Bianco a perdita d’occhio e uniforme. Forse è per questo che io e Rebecca andavamo così d’accordo. Per me che fosse al 100% di una categoria o dell’altra non faceva nessuna differenza. Perché nessuna categoria attecchiva in me, non m’interessava proprio.

 

 

Quando ci dissero che era morta ero seduta al mio banco e stavo studiando per l’ora dopo. Ero concentrata su un passaggio particolarmente difficile, e le voci dei miei compagni di classe mi disturbavano. Il chiacchiericcio si sovrapponeva a quello che cercavo di leggere. Le parole si confondevano, le loro voci diventavano sempre più alte, più confuse e si mescolavano alle lettere e alle parole che cercavo di memorizzare.

— Insomma, volete fare un po’ di silenzio? C’è gente che a scuola studia!

Loro mi guardarono. Una mia compagna di classe venne avanti e mi disse: — Rebecca è morta. Ce l’hanno appena detto.

Io li guardai. Tutti loro guardavano me. Poi guardai Rebecca, che come al solito era seduta accanto a me. E come al solito si stava dondolando su una sedia, osservando distrattamente la lavagna.

— Sono morta, — disse quasi sovrappensiero. — Scusami, Giunco, mi sono dimenticata di dirtelo.

 

I funerali si svolsero il giorno dopo in una piccola chiesa in città. Era il primo funerale a cui partecipavo in vita mia, e la sera prima ero in ansia perché non ero sicura di avere gli abiti adatti. Alla fine avevo trovato una gonna grigio scuro, una giacca, un top nero. Non ero mai stata il tipo che badasse ai vestiti, quando le converse erano troppo vecchie e rotte per metterle, ne prendevo un paio nuove, e la stessa cosa funzionava per i vestiti. Avevo paia di jeans aderenti, magliette, felpe con e senza zip. Nient’altro, quello era sempre stato il mio guardaroba, e non ci avevo mai fatto molto caso. In realtà non ricordavo nemmeno dove fosse venuta fuori quella gonna nera, quella giacca e quel top. Forse me li avevano presi i miei, sperando che per una volta mi mettessi qualcosa di diverso. Alla fine li avevo indossati al funerale di Rebecca.

 

Il primo funerale a cui partecipavo in vita mia.

La chiesa era piccola, e oltre a noi compagni di classe, professori e anche il preside, c’erano gli amici che Rebecca aveva fuori da scuola, e poi naturalmente i genitori e i parenti. La bara era di fronte all’altare, il legno era chiaro e lucido, e splendeva sotto la luce dei riflettori posti in alto sulla volta della chiesa. Il prete era un uomo anziano, con spesse sopracciglia. Fuori dalla chiesa qualcuno mi aveva detto che era stato lui a officiare la prima comunione di Rebecca. Ma da quella cerimonia Rebecca aveva smesso di andare in chiesa.

— Non è che io non sia credente, — mi aveva detto una volta. — Ma, come dire?

— È una vera rottura? — dissi.

— Eh… sì, è una vera rottura. Proprio così, — disse lei, poi ridacchiando aggiunse: — Come fai a conoscermi così bene?

— Sei una facile da leggere, — risposi.

— Una facile da leggere? — rispose lei stupita. — Possibile?

— Certo. Di solito le persone tendono a nascondere quello che pensano, ma tu fai il contrario e dici tutto senza problema. È questo che sei, ti comporti sempre così. Per questo ho cominciato a fare uno schema.

— Uno schema?

— Sì, voglio dire, non uno schema con carta e penna, più una cosa mentale. Lo faccio più o meno con tutte le persone che conosco.

— E l’hai fatto anche con me.

— Proprio così.

— E tu che ne pensi? Di me, voglio dire.

— Hmm… non è facile metterlo a parole.

— Tu provaci.

Ci pensai su un momento. Poi dissi: — A te non importa molto di quello che pensano gli altri. Tu sei così, che gli piaccia o no è solo un problema loro, che non ti riguarda minimamente. E pensi che le conseguenze di quello che fai non potranno avere effetti poi così catastrofici, quindi chi te lo fa fare di tirarti indietro? Inoltre pensi che ogni occasione che non sfrutti sia andata per sempre, per questo ti getti a capofitto ovunque ci sia la possibilità. “Questa sono io” dev’essere una cosa che ti dici spesso, ma non è che te ne fai un problema o ci pensi in modo esagerato. Hai sempre avuto un grande consapevolezza di cosa voglia dire “Rebecca”, “Io”, “anima” e “personalità”, infatti tutti si affidano a te quando non sai cosa fare. Non è che tu sappia sempre la cosa giusta, ma almeno sei convinta delle tue scelte e non ti tiri indietro. Sei un tipo così.

Rebecca ci pensò su un momento. Poi disse: — Saresti fantastica a leggere la mano.

— Ci penserò su, — risposi. — Chi può dirlo? Nessuno conosce il futuro.

— Già. Nessuno lo conosce, — annuì lei.

 

Nessuno conosce il futuro, ma neanche il passato e il presente sono punti fermi.

Perché prendiamo cose tipo il passato e il presente come entità certe e immutabili, quando invece non è così, almeno io credo che non lo sia. Lasciando perdere la scienza, per cui anche il tempo è influenzato dalla gravità, mi riferisco al passato, al presente e al futuro di tutte le persone, prese individualmente. Voglio dire, se per ipotesi dovessi salire su un autobus e pensare di tornare indietro di dieci anni assieme a tutti gli altri passeggeri otterrei un risultato uniforme? Gli orologi si muoverebbero tutti alla stessa maniera e ringiovaniremmo secondo un metro preciso e univoco?

Non penso proprio che funzionerebbe così.

Perché il passato e le cose che ci succedono hanno pesi diversi, questa potrebbe essere addirittura una misura scientifica. Nella vita di una persona si susseguono infinite giornate vuote che sembrano studiate a tavolino da qualcuno. Alzarsi sempre alla stessa ora, andare a dormire sempre alla stessa ora, mangiare più o meno le stesse cose, discutere degli stessi argomenti, ragionare allo stesso modo, vedere sempre le stesse strade, le stesse persone, osservare il lento movimento del sole che si sposta nel cielo, o magari di quello neanche ce ne accorgiamo perché guardiamo altro, tipo lo schermo di un computer, con quella sua luce fredda e anonima. E ci sembra di essere macchine programmate per fare qualcosa all’infinito. Queste giornate hanno un certo peso. Poi ci sono giornate che hanno un peso diverso. E la cosa strana è che di solito giornate di questo tipo cominciano come giornate qualunque, e le cose che rendono la giornata pesante passano più veloci di quanto pensiamo. Alcune giornate diventano “infinite” perché il loro ricordo continuerà a tormentarci per un sacco di tempo, e lo farà in maniera così profonda che ne porteremo il segno per tutta la vita. Ci sono anche giornate di questo tipo.

Questi due tipi di giornate non sono distribuite uniformemente a tutte le persone. Anche se di solito le giornate leggere sono più di quelle pesanti, quelle vuote più di quelle piene, tutti hanno percentuali diverse, per cui mandare gli orologi indietro per tutti i passeggeri di quell’autobus non avrebbe nessun senso. O forse otterremmo un risultato diverso da quello che ci aspettiamo. Perché in fin dei conti, leggi immutabili della fisica o no, quello che è davvero importante lo è per noi, quando smettiamo di vivere smettiamo di vedere, sentire, gustare, provare e percepire tutto l’universo e tutti gli universi delle altre persone, ed è qualcosa di assoluto e definitivo, non importa quello che pensano gli altri. Anche le persone sono importanti solo per noi. La mia migliore amica è del tutto indifferente a una ragazzina che vive alle Galapagos, proprio come io non ho nessuna idea di che aspetto abbia sua nonna. Le cose che non ci riguardano e che non conosciamo sono come le stelle che ammiriamo in cielo, ci sembrano tutte uguali.

 

 

— Da quando sono morta non hai versato neanche una lacrima, — disse un’altra volta in cortile.

Tutti attorno a me chiacchieravano facendosi i fatti loro. Qualcuno giocava a palla, altri si lanciavano un frisbee. Era una giornata di sole. I rami degli alberi erano spogli, ma l’aria e i raggi di sole erano trasparenti. Una giornata di inizio gennaio.

Rebecca, seduta accanto a me, stiracchiò le gambe. Indossava la sua solita felpa grigia e i suoi soliti jeans strappati sulle ginocchia. Portava la sua solita frangetta, che ogni tanto si spostava con la mano.

— Non lo dici come se ti dispiacesse, — risposi io.

— Infatti. È solo un’osservazione.

Non risposi. Anche lei restò in silenzio. Poi dopo un po’ aggiunse: — Non vuoi dirmi come mai?

— Perché… perché…

Cercai le parole. Poi dissi: — È tutto bianco.

— Cosa, è tutto bianco?

— Dentro di me.

— Dentro di te?

Annuii.

— Spiegati meglio.

— So di esserlo. È tutto qui, davvero. Dentro di me è bianco, bianco a perdita d’occhio. Non so da quanto sono così, non so nemmeno se sono mai stata diversa da così. Non provo tristezza, gioia, malinconia, solitudine, euforia, rabbia, aggressività o delusione. Sono come una tela bianca dimenticata in un ripostiglio.

Rebecca rimase in silenzio. Poi disse: — Io non l’ho mai pensato.

— Che cosa?

— Che tu fossi una tela bianca.

— Sì. Certo.

— Sono seria. Altrimenti non mi sarei mai affezionata a te. Secondo me tu sei sempre stata molto…

Si interruppe, cercando le parole.

— Molto cosa? Non è da te farti problemi quando si tratta di dire qualcosa.

Rebecca sospirò. Poi scosse la testa. — Molto triste, — disse.

 

Quell’anno io e Rebecca, pur restando compagne di banco, avevamo più o meno smesso di frequentarci. Parlavamo sempre, ma mentre i primi tempi uscivamo anche dopo la scuola, lei aveva trovato nuovi amici. Per me non cambiò molto. Anzi, avevo sempre messo in conto che sarebbe successo. Le persone cambiano, ampliano lo spettro di quelli che hanno attorno a sé o lo restringono concentrandosi su un gruppo sempre più piccolo, ma dedicandocisi più intensamente. Rebecca, che aveva nuovi amici fuori dal liceo, era semplicemente diventata grande più in fretta degli altri.

— Lui è il mio ragazzo, — disse un giorno, presentandomi a un ragazzo che l’aspettava fuori da scuola.

Era alto, di bell’aspetto e sembrava più grande di noi. Indossava una giacca a vento e un berretto di lana. Mi salutò allegramente. — Sono Chino, — disse.

— Giunco.

— Sai, Reb mi ha parlato un sacco di te. Credo che tu sia la sua migliore amica del liceo.

— Chino. Piantala o ti picchio.

— Sono lusingata, — dissi, ma in realtà quella definizione mi trasmetteva un po’ di confusione. Come facevi a mettere nella stessa frase un termine assoluto come “migliore amica” a uno relativo come “liceo”? Non aveva senso, ma lasciai correre.

Quello era Chino, il primo amore di Rebecca, il nuovo centro del suo universo e la persona che l’avrebbe uccisa.

 

Da quando cominciò a frequentare Chino, Rebecca si fece vedere sempre di meno, a scuola. Faceva continuamente giorni di assenza, e ogni volta che la vedevi assistere alle lezioni era arrabbiata e insofferente oppure distrutta e troppo stanca per ribattere, capace solo di appoggiare la fronte sul banco, chiudere gli occhi e cercare di dormire. Naturalmente io seguivo sempre, e finite le lezioni andavo a fotocopiarle gli appunti. Lei se era nella fase “distrutta” mi ringraziava: — Non so come farei senza di te, caro il mio Giunco angelo della salvezza.

— Ora non esagerare.

Ma se era nell’altra fase allora tanto valeva non darglieli nemmeno, gli appunti, tanto non li avrebbe presi o mi avrebbe accusata di trattarla da stupida o irresponsabile. Cosa che non aveva per niente senso, visto che ormai di lei sapevo sempre meno cose. Non avrei potuto giudicarla né stupida, né irresponsabile né superficiale. Non ne avevo più gli elementi.

Dove trascorresse il tempo, lo sapevo e non lo sapevo.

Sapevo che Chino suonava in una band che si esibiva in un posto chiamato Collo di Bottiglia, ma dove andassero dopo non ne avevo idea. I primi tempi che si frequentavano Rebecca mi aveva invitata ad assistere a un concerto di Chino, e io ci ero andata. A quel concerto avevo avuto le prime avvisagli di quello che sarebbe successo dopo.

 

 

L’alcol e le droghe distruggono il nostro corpo. Le droghe in particolare hanno effetti devastanti anche se le prendi in piccole quantità. Allora perché la gente si ubriaca e si droga? È una domanda che mi sono sempre fatta, e credo che in qualche modo c’entri con il discorso del tempo, del valore che il tempo ha per ogni persona su quell’ipotetico autobus.

Se prendiamo quelle persone e misuriamo i vuoti e i pieni delle loro esistenze ognuno penserà di avere più pieni che vuoti, perché istintivamente attribuiamo valore anche a cose che non ne hanno. Il valore del nostro tempo dipende da noi, proprio come le persone che conosciamo hanno valore solo per noi e non per altri. È sempre così ed è una cosa che non cambia mai. Nessuno spreca volontariamente il tempo, è una cosa impossibile. Se trascorriamo una giornata a guardare il soffitto è perché una parte di noi pensa che quello abbia il valore di proteggerci dalle pressioni del mondo esterno, in pratica la sofferenza sarebbe uscire e godersi una giornata di sole. La stessa cosa vale per chi trascorre tutto il tempo avvolto nelle lenzuola senza rivolgere la parola a nessuno, o giornate intere ad ascoltare sempre la stessa playlist. Consumare volontariamente il tempo è una cosa che non riesce a nessuno, è solo la nostra risposta a una domanda complessa che viene posta a tutti. Cioè: come posso essere felice sapendo che dovrò morire?

L’alcol e le droghe sono sostanze che agiscono sul nostro organismo e alterano la nostra percezione del tempo. In pratica speriamo in quel modo di attribuire un peso diverso al tempo anche a costo di danneggiare il nostro corpo. Proprio come fanno le risate sincere, la commozione di un addio o un semplice arrivederci, uno scambio di sguardi con chi si ama. Sono cose che riempiono la vita e rendono denso e pesante il tempo che trascorriamo in mezzo agli altri. Solo che queste sono cose molto difficili da ottenere, ci vuole impegno, e comunque per qualcuno non è mai abbastanza, perché dopotutto anche l’ignoto, il voler “mettersi alla prova” ha un suo fascino. Chi può negarlo?

Tutti cerchiamo di proteggerci come possiamo.

 

 

— È qui che vivi adesso?

— Sì. Chino è fuori.

Rebecca mi aveva invitata a casa sua, o meglio a casa di Chino. Dove abitava adesso.

Era un piccolo bilocale. Cucina piena di piatti sporchi, vestiti un po’ ovunque, poster appesi alla pareti, mozziconi distribuiti su innumerevoli posacenere.

— Avrei dovuto mettere a posto, — disse Rebecca.

— No. Figurati.

— Vuoi un thè?

— Volentieri. Grazie.

Rebecca mise un bollitore sul fuoco e prese due tazze dalla credenza. Era una giornata d’inverno e un thè ci voleva proprio.

Il cielo era basso, quasi nero, sembrava dovesse mettersi a piovere da un momento all’altro. Mi affacciai alla finestra e guardai giù. L’appartamento si trovava al quarantacinquesimo piano di un enorme palazzo in periferia. Era l’inverno del nostro quarto anno di liceo.

— Ultimamente Chino non è di buon umore.

Rebecca portò al tavolo le due tazze di thè fumante. Le bustine davano all’acqua un bel marrone ambrato.

— Vuoi zucchero?

— Grazie.

Avvicinai il thè alle labbra, ma mi resi conto che l’acqua era ancora troppo bollente e lo poggiai di nuovo sul tavolo.

— Non va come vorrebbe? — chiesi.

— Non riesce a trovare una casa discografica. Giunco, sono preoccupata per lui.

— Ne avete discusso?

— E chi ci riesce? — rispose lei, e abbozzò un sorriso. — Ormai non ci parliamo più. Queste cose secondo te succedono a tutti?

— No, — risposi. Poi aggiunsi: — Ma alla maggior parte delle persone sì, è ovvio.

— Cosa pensi dovrei fare?

— Non posso darti un consiglio, Reb, perché non conosco bene la tua situazione. Non ho mai avuto un ragazzo e non ho esperienza nel mondo discografico.

Lei osservò il thè nella tazza e non rispose. Restammo in silenzio. Alla fine dissi: — Dovresti incoraggiarlo.

Lei alzò lo sguardo. — Lo pensi davvero?

— Lui ha un sogno, no? È una cosa positiva. Non tutti possono dire di averlo. Certe persone trascorrono tutta la vita senza neanche chiedersi cosa vogliono veramente. E quando ci pensano è troppo tardi, e rinunciano dicendosi: “Sono troppo vecchio per queste cose.” Lui dovrebbe provarci finché è così giovane.

Rebecca sorrise: — Stavo pensando la stessa cosa, sai?

— È perché io e te siamo simili, — dissi, e lo pensavo sul serio.

L’espressione di Rebecca passò dal felice al sorpreso. Ma non guardò me, ma qualcosa alle mie spalle. Poi poggiò la tazza sul tavolino e disse: — Giunco, ma quella è…

 

Aprivo ancora gli occhi di notte e controllavo che Rebecca dormisse accanto a me. Lei era sempre lì, accoccolata sotto le lenzuola, le palpebre chiuse, l’espressione serena, il respiro tranquillo. Non era la versione degli ultimi tempi, ma il ricordo che avevo di lei i primi tempi che avevamo cominciato a frequentarci. Di conseguenza era di qualche anno più giovane della me attuale. Anche se non potevo dare per scontato che ai suoi occhi apparissi come la “me attuale”. Magari proprio come io stavo immaginando lei, lei stava immaginando me. Anzi, il pensiero che potesse essere proprio così mi confortava. Perché avrebbe voluto dire che i sogni avevano vita autonoma e che non vivevano solo dentro di noi. Dopotutto agire in base ai nostri sogni e modificare il mondo che ci circonda non era forse un modo di renderli reali? Quindi anche se Rebecca modificava in minima parte il mio modo di vedere le cose e questo avesse influenzato come agivo e mi comportavo rispetto agli altri, lei sarebbe stata viva “per davvero”. Per questo non volevo che sparisse. Che continuasse a influenzarmi e a farmi sognare. Solo così sarei riuscita a dormire tranquilla.

 

Il giorno dopo per fortuna era un festivo, perché non ero riuscita a dormire per niente. Mi alzai e andai in cucina per la colazione. I miei non si erano ancora svegliati, e anche se erano le quasi le 8 il cielo era ancora scuro. Rebecca mi seguì sbadigliando.

— Che mangi?

— Le solite cose, — risposi.

— Una colazione normale, insomma.

— Proprio così.

La solita ricetta: prendere un limone e affettarlo a metà. Tenere una metà e rimettere in frigo l’altra. Spremere mezzo limone dentro una tazza grande e togliere i semi. Prendere la zuccheriera e calcolare un cucchiaio e mezzo di zucchero bianco e mettere lo zucchero nella tazza, prendere una bustina di thè, nuova o usata non fa differenza, e metterla nella tazza. Versare acqua bollente nella tazza finché il thè non è di un ambrato chiaro. Da gustare con biscotti al cioccolato.

— Che schifezza. Così uccidi tutto il sapore del thè, — mi fece Rebecca mostrando la lingua.

— Sono gusti, — risposi.

In effetti però facevo sempre la stessa colazione. Ogni tanto avrei dovuto cambiare. Mentre mangiavo i biscotti Rebecca mi osservò e alla fine disse: — Senti, oggi hai da fare?

— Dovrei studiare.

— Perché invece non usciamo?

— E dove vorresti andare?

Lei scrollò le spalle. — Dove non ha importanza. Solo… possiamo uscire un po’? Per favore?

— Avrei preferito restare in casa, ma non avevo la forza di dirle di no. Anche quando era in vita alla fine le bastava sempre insistere un po’ perché cedessi.

— D’accordo. Ma solo due passi, va bene?

— D’accordo. Solo due passi, — sorrise lei.

E invece finimmo per gironzolare tutto il giorno. In quella fredda giornata d’inverno sembrava che tutti avessero deciso di sigillarsi in casa. Andammo anche in una zona turistica, con molti negozi e grandi cartelloni luminosi, ma la situazione non cambiò granché. Le poche persone avvolte nei cappotti sembravano tutte avere fretta di raggiungere un posto preciso. Non potevo proprio dargli torto. Anch’io e Rebecca finimmo per andare da un posto all’altro, da un negozio all’altro, pur di ripararci dal freddo. Quando visitammo una libreria lei si mise a gironzolare annoiata fra i tavoli di un bar interno alla libreria, quando invece entrammo in un negozio di skate le luccicavano gli occhi dall’emozione. — Giunco, devi prenderne uno.

— Scordatelo.

Così trascorremmo la mattina. A pranzo ci fermammo a prendere un panino in un bar sotterraneo, fra le linee della metro, e poi continuammo a gironzolare per il centro commerciale che si trovava sempre sottoterra. Fu la volta di una sala giochi, anche se mi rifiutai di pagare qualunque somma. Quando le dissi che ce ne stavamo andando Rebecca era in lacrime, ma salendo le lunghe scale mobili verso la superficie sembrò a poco a poco calmarsi. Forse perché la luce del cielo era cambiata, facendosi sempre più scura, allungando le ombre. I lampioni già brillavano al buio, e soffiava un vento freddo. Era la zona della stazione.

Appena fummo all’aperto Rebecca aprì il palmo della mano rivolto verso l’alto.

— Giunco, ci crederesti?

 

 

Il primo giorno di scuola arrivai in ritardo. Pioveva a dirotto, e i mezzi si erano bloccati in mezzo al traffico. Il cielo era così basso e cupo che sarebbe potuta essere notte.

Normalmente non avrei provato niente di che, ma l’idea di essere in ritardo il primo giorno di scuola mi metteva in agitazione. Sarebbe stato abbastanza difficile stare cinque anni con delle persone che non conoscevo, perché dovevo pure arrivare in ritardo?

Alla fine entrai tardi ma non c’era quasi nessuno. Solo qualcuno che si scrollava via la pioggia dagli impermeabili, che controllava che le scarpe non si fossero bagnate troppo. Neanche il professore era arrivato. Tirai un sospiro di sollievo e mi sedetti al banco vicino alla finestra, dato che era libero. Alla fine una ragazza dai capelli biondi e le trecce si sedette accanto a me.

— Piacere. Samantha, — disse.

— Giunco.

Samantha fu la mia compagna di banco per il primo mese, prima che i professori decidessero di ridistribuire i banchi perché la classe veniva giudicata troppo casinista. Rebecca era appunto uno degli elementi più casinisti, e venne a sedersi accanto a me che ero invece una di quelle tranquille.

— Non sono dell’umore, quindi non rivolgermi la parola, — mi disse sedendosi.

Passò un altro mese in cui praticamente non ci rivolgemmo la parola. Lei andava a momenti alterni, si comportava così con tutti. Il primo anno era un tipo un po’ instabile.

Un giorno mi fermai al corso pomeridiano di lingue orientali. Il cielo era così basso e cupo che sembrava dovesse cadere a terra con un tonfo, e anche in classe si gelava, dato che dopo la fine delle lezioni regolari spegnevano i termosifoni.

M’infilai il cappotto e uscii dalla classe. Beccai Rebecca in corridoio. Lei disse: — Ah, sei tu.

— Sì.

In effetti io ero io. Nessuno avrebbe mai potuto metterlo in dubbio.

— Ti va di uscire assieme? — disse.

— Okay.

Percorremmo il corridoio.

— Non sapevo che frequentassi un corso pomeridiano. Cosa fai?

— Lingue orientali.

— Eeh? Che cosa da secchioni!

— Perché, tu cosa fai?

— Chitarra! — rispose entusiasta. — Però sono un vero disastro. Beh, è anche la prima volta che ci provo. Comunque vorrei formare una band.

— Perché?

— Che razza di domanda è? Perché una band è forte. È una cosa tosta. Senza contare che se riesci a sfondare ti fanno suonare in giro per i locali. Non vedo l’ora di provare il brivido prima di salire sul palco. Dev’essere una bomba.

— Aahh…

Sapevo a cosa si riferiva, ma non avevo mai provato niente. Dentro di me c’era una distesa bianca, solo una distesa bianca senza fine.

— Spero che ci riuscirai.

— Ma come parli? Sembri un vecchio! — disse lei ridendo. — Senti, comunque devo assolutamente farti sentire qualcosa appena ne ho l’occasione, okay? Non ho neanche la chitarra, me la prestano al corso, ma un giorno credo proprio che suonerò. O al massimo mi troverò un ragazzo carino che suona in una band.

Chiacchierando arrivammo all’ingresso, ma appena guardammo fuori ci aspettava una sorpresa.

Rebecca uscì, allungò il palmo della mano rivolgendolo verso l’alto, disse: — Non ci credo. Sta nevicando.

 

 

Uscimmo dalla stazione della metro.

I fiocchi di neve cadevano spessi da cielo, come fiocchi d’intonaco che crollavano dal soffitto nel corso dei decenni. Camminammo sotto la neve. Continuavo a guardare in alto.

— Ricordi quando siamo uscite da scuola? Anche allora nevicava.

Già, non me l’ero dimenticato. E poi…

— … quella volta che sono venuta a trovarti.

— … quella volta che sei venuta a trovarmi, — dicemmo all’unisono.

Ci guardammo e ridacchiammo.

— Sono sicura che anche sulla neve ti metteresti a fare i tuoi eterni ragionamenti, — disse a un certo punto Rebecca.

— I miei eterni ragionamenti?

— Non te ne sei accorta? Sei proprio un bel tipo. Per le cose più stupide mi tieni lì almeno un’ora. Non ti ricordi quella volta dove prendevi i passeggeri di un autobus e ipotizzavi di tornare indietro nel tempo? Tu sei un tipo così, cara la mia Giunco.

— Ah. Sì, mi sa che hai ragione.

— Andiamo. Voglio sentire. So che muori dalla voglia, quindi fatti sotto.

Guardai la neve che cadeva e cercai di farmi venire in mente qualcosa.

… ma non riuscii a pensare a un granché. La neve era soltanto neve. Forse il bello era questo. Avrebbe potuto cadere all’infinito, creando uno spesso manto che avrebbe avvolto il mondo, rendendolo simile alla grande distesa bianca che portavo nel petto. Ma non sembrava la cosa peggiore del mondo. Dopotutto la neve non rappresenta il vuoto. Ha un peso specifico che fa crollare i tetti, se per caso se ne accumula troppa. La neve è luminosa , fredda e di tante consistenze diverse a seconda di quanto sia stata esposta al sole. C’è neve che assomiglia a polvere e neve che puoi prendere a manciate e comprimerla come materiale da costruzione. La mia neve preferita mi sa che aveva una sfumatura rosa.

E il bello della neve è che quando si scioglie, tutto torna lentamente alla vita, e con colori ancora più vividi di quanto te li ricordassi. Il mondo si risveglia dopo aver dormito, pronto a ricominciare da capo.

Un processo a cui potevi dare il nome di “vita.”

One thought on “white 白 [ita]

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