as i wait [ita]

as i wait

 

Non sono un’esperta, ma non credo che una ragazza dovrebbe aspettare a un appuntamento più di venti minuti. Ho controllato e ricontrollato l’ora e il posto, ma Chino non si è ancora fatto vivo. Forse dovrei andarmene, ma tanto non è che abbia molto di meglio da fare. E poi per me aspettare non è mai stata una perdita di tempo. Anzi, forse sono proprio una creatura a cui piace farlo.

Gli anni delle medie mi presentavo in anticipo sempre di almeno trenta minuti, e mi sedevo da qualche parte ad aspettare gli altri. Non importa che ci fosse una temperatura gradevole o cadesse la pioggia e facesse freddo: trovavo sempre un posticino da dove osservare con calma quello che succedeva attorno a me. E quando gli altri si presentavano agli appuntamenti (erano tutti quasi sempre in ritardo), dicevano: “Aspetti da molto?” “Sono appena arrivata”, rispondevo subito io.

D’altra parte non capisco perché avrei dovuto dire la verità. Magari si sarebbero fatti dei problemi. E poi non mi andava di dire che aspettare, in realtà, mi piaceva. E che valeva per tutti i momenti in cui potevo riflettere in santa pace, per conto mio.

Quando dovevo viaggiare, per esempio, non mi seccava per niente prendere il tragitto più lungo, e ogni volta che tutti si lamentavano degli interminabili scali fra un volo e l’altro io invece avevo la pelle d’oca dalla gioia. Il duty free degli aeroporti era fra i posti che preferivo in assoluto. E se anche dovevo farmi uno scalo di tredici ore, non mi pesava per niente.

Trascorrevo le prime cinque o sei ore a gironzolare fra i negozi, mangiavo qualcosa di caldo a un ristorante e osservavo gli aerei che al buio percorrevano le piste. Manco a dirlo, se pioveva era anche meglio, perché tutto era più malinconico e triste, e sentivo che me lo sarei ricordata ancora per molto tempo.

Finito di gironzolare, quando avevo sonno, trovavo il modo di coprirmi e mi appallottolavo su una sedia, o se ero fortunata, su una poltroncina. Attorno a me la gente andava e veniva senza che nessuno mi prestasse attenzione. Per me non c’era niente di più rassicurante al mondo.

 

Il giorno dell’appuntamento mi sono presentata come al solito in anticipo, ma l’orario d’incontro ormai è passato da più trenta minuti.

Sono seduta su una panchina in un angolo all’incrocio fra molte vie, che formano una specie di asterisco. Agli angoli sono piantati alberi di ciliegio. Un sacco di petali sono caduti a terra, guardarli rotolare per strada è una vera magia; rende tutto così poetico che sembra di galleggiare in un sogno.

Questa è una zona nella parte vecchia della città. È pieno di piccoli bar, di strette vie, di ristoranti minuscoli ed esclusivi dove servono pesce. È ancora pomeriggio, e per ora è tutto chiuso. In giro ci sono più che altro studenti delle elementari appena usciti da scuola. Non ho mai esplorato a fondo queste vie, ma sono più o meno sicura che la scuola elementare si trovi a sinistra, in fondo alla strada. Mi viene in mente che potrei fare un salto a curiosare, ma se nel frattempo Chino arrivasse e non mi trovasse lì? Non mi va di farlo aspettare, così decido di restare seduta.

Ho il suo numero memorizzato sul telefono, ma non credo che lo chiamerò, non ce n’è alcun bisogno. Finché non mi chiamerà lui, non c’è nessun problema. Tanto più che non mi stanco per niente a osservare le attività di questo piccolo incrocio.

Chissà a che ora cominceranno i preparativi per l’apertura dei ristoranti. Mi viene in mente che l’anno scorso ho lavorato in una grossa pizzeria in centro. Ogni giorno c’erano un sacco di clienti, e non avevi mai tempo di star ferma a riflettere, non poteva passare neanche un secondo. Dovevi essere sempre attenta, vigile e impegnata a fare qualcosa. Se perdevi il ritmo era la fine. Avrebbero finito per accavallarsi incombenze una dopo l’altra, finché non ci avessi capito più nulla. Non era esattamente il lavoro adatto a me, tanto che tutti mi ripetevano sempre: “Sbrigati Giunco!” o “Giunco, non startene lì tra le nuvole, abbiamo bisogno di te!”

Alla fine, dopo un po’, ero riuscita a capire, e mi ero adattata al ritmo di quel posto. Anche per una come me, un essere che aspetta, adattarsi è parte della vita.

 

Il cielo ha sfumature sempre più rosa, anche se di una rosa diverso da quello dei petali di ciliegio. I bambini sono tornati tutti a casa. Ormai è trascorsa più di un’ora da quando ci siamo dati appuntamento.

Ho controllato e ricontrollato i messaggi: l’ora, il luogo, la data. Per sicurezza ci siamo ricordati l’appuntamento ieri, nei corridoi della scuola. Lui era con un suo gruppo di amici, e mi aveva raggiunta nell’angolino dove mi sedevo di solito a leggere. Anche la prima volta che mi aveva rivolto la parola era successo all’incirca nello stesso modo, a parte che si era fatto avanti da solo. Il motivo per cui avevo accettato di vederci non è che lui mi piacesse, ma che volevo darmi una mossa. Quasi tutte le mie compagne di classe avevano il ragazzo, e chi non ce l’aveva non parlava d’altro. Io ero l’unica a cui una cosa del genere non interessava ancora. Sentivo di aver bisogno di tempo, tempo per riflettere, prendere decisioni, maturare un sentimento dentro di me. Ma se mi fossi davvero presa i miei tempi, se avessi seguito solo quello che sentivo dentro di me forse ci avrei messo molto più tempo di quanto previsto, forse per quando mi fossi svegliata sarebbe stato troppo tardi. Le mie occasioni migliori sfumate, il tempo che dovevo sfruttare, già trascorso. Per questo, alla fine, gli avevo detto di sì. Lui sembrò davvero contento: “Che bello, avevo paura che avresti risposto di no.” “Perché?” “Beh, non sono un granché.”

Non era per niente vero. Chino era un bel ragazzo dai tratti del viso regolari, era circondato di amici, e molte ragazze della mia classe stravedevano per lui. Anche a me, che normalmente una confessione d’amore non avrebbe fatto né caldo né freddo, le sue parole mi avevano fatto tremare leggermente il cuore. Anche una volta a casa, seduta di fronte alla finestra di camera mia, ci avevo riflettuto molto. Che fosse arrivato anche per me il momento d’innamorarmi?

Per me, la questione del “momento” era sempre stato molto importante. Quando facevo o succedeva qualcosa, era semplicemente perché era arrivato il momento giusto perché si svolgesse quell’avvenimento. E non dipendeva mai da me. Era solo il momento, era arrivato senza che potessi farci niente, e non mi restava che seguirlo. Funzionava così un po’ per tutto, non stavo mai a farmi troppe domande.

Quando ricontrollo il telefono mi accorgo che sono passate tre ore da quando ci siamo dati appuntamento.

 

I preparativi per l’apertura dei ristoranti sono cominciati già da un po’. Siccome sono ristoranti piccoli, occupano anche qualche tavolino all’aperto, ma quelle strette vie non è che offrano molto spazio. Immagino che la maggior parte dei loro guadagni si basi su un alto prezzo del menù, che utilizzino ingredienti di qualità. Anche se non ci sono mai stata, non credo che facciano una cucina ricercata. Da qualche parte mi sembra di aver letto che si fanno solo piatti tradizionali, semplici ma gustosi. Siccome quella frase mi è rimasta impressa, devo averla letta per forza su una rivista. “Piatti tradizionali, semplici ma gustosi”. O forse era “semplici ma saporiti?”. Chissà. Comunque hanno acceso anche le lampade, visto che il cielo è ormai diventato quasi buio. Resta solo un residuo di luce, come se sotto la superficie di un lago brillasse un foglio di carta argentata rosa.

Le vie si animano sempre di più. Le persone escono per andare a cena, chiacchierando ad alta voce. Le luci dei lampioni hanno tonalità calde, che rallegrano l’atmosfera, e si sente il profumo di pesce arrivare dai ristoranti. Alcuni faranno pesce fritto, altri magari saranno specializzati in quello in umido, altri ancora cucineranno solo zuppa di pesce. Non credo abbiano cucine molto grandi, quindi anche il menù sarà limitato. Magari si saranno messi d’accordo su cosa preparare, in modo da non farsi concorrenza. Mentre ci rifletto su, ricevo un messaggio. Con un leggero tremito al cuore apro il telefono, ma scopro che non è Chino. Il messaggio è da parte di Rebecca, l’unica ragazza della mia classe che mi rivolge la parola. È un messaggio molto breve, per leggerlo ci metto meno di un secondo. Ma mi colpisce molto a fondo. Anche più di un messaggio ricevuto da Chino.

“Giunco, vattene di lì.”

 

Rebecca non era mai stata d’accordo con quell’appuntamento, anche se non mi aveva detto il motivo. Mi aveva semplicemente detto che forse non era il “momento giusto”. Ma visto che non capivo a cosa si riferisse, e lei non mi aveva dato spiegazioni, l’avevo ignorata. Anche se mi aveva colpita che parlasse di “momenti”. Gliene avevo parlato io? O mi ero tenuta la cosa per me? Non riuscivo a ricordarlo.

Rebecca al contrario di me andava d’accordo quasi con tutti. Era un tipo forte, era simpatica e andava bene a scuola, anche se non s’impegnava mai più del necessario. All’inizio del primo anno eravamo state compagne di banco e in quel periodo avevamo stretto amicizia. Anche quando più in là avrebbero rimescolato la disposizione dei banchi, avevamo continuato a parlarci. Erano due anni che non eravamo più sedute l’una accanto all’altra, ma nel frattempo non avevo fatto amicizia più con nessuno. In una classe è sempre così, i legami vanno stretti fin da subito, altrimenti rischi che si formino gruppi chiusi in cui più tardi è impossibile entrare.

Lei, siccome era un tipo loquace, non faceva parte di nessun gruppo in particolare, e andava d’accordo più o meno con tutti. Frequentava anche persone di altre classi, di anni precedenti o successivi al nostro, partecipava a corsi pomeridiani e aveva affisso il suo numero di telefono in bacheca per dare ripetizioni di matematica.

Fra le persone che frequentava c’era anche Chino.

 

L’avevo vista parlarci diverse volte. Sembravano andare parecchio d’accordo, ma non nel senso che si piacessero, solo come amici. Anche se magari si piacevano e io non l’avevo capito per niente. Non ero molto brava a riconoscere quel tipo di cose. Comunque, quando mi aveva detto di non accettare l’invito di Chino, quella cosa mi aveva colpita proprio perché lei ci parlava spesso. Sapeva qualcosa che io non sapevo?

 

Ci penso su mentre leggo e rileggo quel messaggio. Poi metto via il telefono e osservo il cielo, che sopra di me appare come un asterisco, visto che non si vede dove è coperto dagli edifici. Da qualche parte conserva ancora una traccia di luce. Ma forse sono le luci delle città, che vi si riflettono sopra, e resterà così fino al mattino. Non ne ho proprio idea. La domanda è: resterò anch’io qui fino al mattino?

A un certo punto dovrò andarmene. Ma non riesco a trovare il “momento giusto”. Anche se ormai ho capito anch’io che Chino non verrà mai, per qualche motivo non voglio proprio saperne di muovermi. Non è neanche più questione di aspettare che si faccia vivo, o che si faccia vivo qualcuno. Forse mi trovo semplicemente bene qui dove sono, a osservare gli altri che fanno avanti e indietro, dalle persone che cenano, ai camerieri che portano ai piatti, alla gente che passeggia. Dopo un po’ il cellulare vibra nella mano, sblocco il display e leggo il secondo messaggio di Rebecca: “È solo uno stupido scherzo. Giunco, per favore, vattene via.”

 

Uno scherzo? Mi aveva sfiorato l’idea che potesse trattarsi di quello. Ma poi mi ero chiesta cosa ci fosse di tanto divertente a far aspettare qualcuno, così l’avevo scartata. Forse avrei dovuto prenderla in considerazione più seriamente.

Penso a un sacco di domande. Tipo: “Tu lo sapevi?” o “Quando te l’hanno detto?” “Eri dentro fin dall’inizio?” “Chi altro lo sa?” “Perché stanno facendo una cosa del genere?”

Ma non riesco a decidermi. Non posso farle tutte quelle domande tutte in una volta, così decido che tanto vale non farne proprio nessuna.

Seduta ad aspettare, guardo le persone che una dopo l’altra cenano nei ristoranti e tornano indietro verso casa.

 

Dopo un po’ anche il profumo di pesce si fa un po’ più offuscato, forse perché le cucine devono lavorare meno, o magari sono io che ci ho fatto l’abitudine e non me ne accorgo più di tanto. Comunque ho una fame da lupi.

Il mio stomaco brontola. È dall’ora di pranzo che non metto niente sotto i denti. Ho resistito tanto solo perché non ho fatto movimento, ma visto che penso sempre troppo, anch’io finisco per consumare energie.

Dalla strada a sinistra, verso la scuola elementare, è comparsa la luna. Non è una luna piena, né una falce troppo sottile, ma una via di mezzo dalle forme morbide, su cui ci si potrebbe dondolare in mezzo alle stelle. Mi viene in mente che forse anche la luna è una creatura che aspetta. Forse anche il sole e le stelle lo sono. Ma che cosa aspettino, proprio non ne ho idea. Non riesco a dare un seguito alla mia riflessione.

Comunque fin dall’inizio sono sempre stata una creatura che aspetta, ho cercato di farlo senza mai dare fastidio a nessuno. Forse arriverà il giorno in cui mi dirò: “Hai aspettato troppo”. O al posto di troppo userò la parola “abbastanza”. O magari sarà proprio qualcun altro a dirmelo, riscuotendomi dal mio torpore.

Mentre ci penso una persona appare all’incrocio, quando la luna ha raggiunto la seconda viuzza. Rebecca, con le mani infilate nelle tasche della felpa, si ferma di fronte a me e mi osserva qualche momento.

— Tu sei proprio fuori di testa, — dice.

— Mi sa di sì.

— Scusa per il ritardo.

Ci impiego qualche secondo a capire che sta scherzando.

— Stavo cominciando a perdere le speranze, — rispondo. — Altre dieci ore e me ne sarei andata sul serio.

— Vieni. Ti offro da mangiare. Muoio di fame.

Si avvia lungo la strada. Mi alzo e la seguo. — Ho sentito dire che fanno del pesce davvero eccezionale, molto saporito. Tu cosa prendi?

2 thoughts on “as i wait [ita]

  1. Due piccole comunicazioni di servizio: in questi giorni di pausa ho completato la prima stesura di un libro, quindi molto tempo lo dedicherò alle varie correzioni.
    E poi: appena avrò abbastanza soldi chiederò a un line editor di rivedere tutti i racconti pubblicati fino a questo momento, purtroppo un occhio esterno serve sempre.
    Grazie dell’attenzione.
    7yu

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