the girl i haven’t met [ita]

the girl i haven’t met

 

 

— Dì un po’, ti senti di nuovo solo, eh?

La ragazza skate lo disse con tono tranquillo, come se stesse parlando del tempo.

— Vieni. Usciamo.

— Per andare dove? — chiesi.

— Usciamo e basta. Che t’importa per andare dove? Guarda che non puoi continuare a stare qui dentro, o finirai per marcire.

Io non trovai la forza di dire nulla, così per un po’ restammo in silenzio.

La ragazza skate indossava già un paio di jeans e una maglietta. Come al solito aveva con sé il suo skate, non se ne separava mai. O forse era il suo skate che non si separava mai da lei.

— Non ho niente da mettermi.

— Così andrai bene, — disse lei, e per valutarmi inclinò la testa da un lato. — Però stavolta i pantaloni mettiteli, okay?

 

Quando uscimmo era appena scesa la notte. Il cielo non era ancora completamente buio, ma si vedevano tutte le luci della città.

— Dai, ragazzo corvo, guarda che non ti aspetto mica!

La ragazza skate corse avanti. Mi seccava starle dietro, ma non potevo permettere che si allontanasse troppo. Così la raggiunsi e camminammo fianco a fianco fino alla fermata della metro. A quel punto lei corse giù, saltò i tornelli e mi incitò a fare lo stesso.

— Guarda che una cosa del genere non posso mica farla, io, — dissi, e andai a fare il biglietto.

— Che rottura! Guarda che lo so che il motivo è che sono troppo carina! Nessuno potrebbe fermarmi, giusto? Un tipo come te, invece, scommetto che ogni volta che vai a fare spese ti controllano lo zainetto.

— Non vado più in giro con lo zainetto da almeno dieci anni, — risposi.

— Fa lo stesso… hai la faccia di uno poco raccomandabile. Guarda che a quei tipi basta quello. Se ti dessi una ripulita magari…

La ragazza skate sembrò pensarci su un momento, poi inclinò di nuovo la testa. Alla fine sorrise e tirò fuori la lingua. — Eh no, mi sa che ti fermerebbero lo stesso!

 

Prendemmo la metropolitana.

Non c’erano molte persone. L’orario di uscita dagli uffici era passato, e nei vagoni c’era spazio per sedersi. La ragazza skate all’inizio si sedette tranquilla dondolando le gambe, ma poi sembrò farsi ancora più impaziente e cominciò a sbuffare e giocherellare con i capelli.

— Uffa, ma quanto ci mette?

— Si può sapere dove stiamo andando?

— Te l’ho detto o no, razza di stupido ragazzo corvo, che non stiamo andando proprio da nessuna parte?

— Però io ho l’impressione che tu abbia in mente un posto ben preciso…

— Beh, questo è quello che pensi tu. Non è per niente detto che sia la verità.

La ragazza skate non era molto brava a dire le bugie. Quando lo faceva evitava sempre di guardarti negli occhi. Ormai aveva imparato a farlo in modo naturale, tormentandosi una pellicina sull’unghia, o valutando il nodo fatto alle converse, ma era una cosa che non cambiava mai. Per questo sapevo quando mentiva.

Ma non avevo comunque nessuna idea su dove fossimo diretti.

 

Usciti dalla metro ci trovammo vicino a un ponte. Lì c’era un po’ più di gente, perché c’era un mercatino per turisti. Anche a tarda notte le lampade galleggiavano appena sospese sulla strada, e la gente faceva avanti e indietro chiacchierando o scattando foto. Anche in quel momento c’erano parecchi turisti che gironzolavano fra le bancarelle.

— Da questa parte, — disse la ragazza skate.

Camminammo lungo la strada principale. C’erano bancarelle di ogni genere, ma dove c’era più fila erano senz’altro quelle che vendevano roba da mangiare. La ragazza skate cominciò a saltellare sul posto, avvicinandoci a una che vendeva churros.

— Ti prego, soltanto uno!

— Non ci penso nemmeno. Non mi sono nemmeno portato dietro i soldi. — buttai lì.

— Ti prego, ti prego, ti prego!

— Non dirmi che abbiamo fatto tutta questa strada solo per degli stupidi churros.

— Guarda che non sono stupidi! E poi siamo solo di passaggio… — incrociò offesa le braccia davanti al petto e diede segno di non voler più parlare finché non avesse avuto i suoi churros.

Sospirai, mi avvicinai alla bancarella e ne presi due. Era da un bel pezzo che non mangiavo, e mi era venuta fame. Istintivamente mi controllai le braccia… erano molto più magre di quello che ricordassi.

— Wow, grazie! — disse la ragazza skate tutta contenta, ma poi sembrò ripensarci un momento, e disse: — Senti, che ne dici di riempirlo di caramello? Per favooore!

— Scordatelo, — dissi, definitivo.

La ragazza skate fu di nuovo sul punto di piangere. Alla fine feci riempire con il caramello anche il mio churros…

 

— Dì un po’, non mi ricordavo che facessi tanti capricci, — le dissi.

— Perché so che con te posso farli, — rispose lei. — Dovresti essere contento. Vuol dire che ti voglio bene.

— Ma davvero?

Lei annuì convinta. Come se lo intendesse veramente. — Guarda che per una ragazza fare ogni tanto i capricci è davvero importante. Per esempio… sai come ho ottenuto questo skate?

— Non ne ho idea, — ammisi.

— Lavorando come una schiava per due settimane. Con i miei i capricci non funzionavano. Eravamo una famiglia difficile. Mio padre non c’era mai, mia madre non lavorava molto ed eravamo poveri. Però io volevo solo una cosa, questo skate. Il perché non lo so neanche io. Non è che stravedessi per quelli che ci andavano tutto il giorno, o volessi impegnarmi seriamente negli allenamenti. Credo che fosse davvero solo un capriccio. Avrei voluto qualcuno che mi desse retta.

— Mi spiace. Non credo che in quel periodo avessi i soldi per comparti uno skate.

— Non fa niente. E comunque non è che ci conoscessimo fino a quel punto, eh? Non te l’avrei mica chiesto veramente, figurati.

— Hmm…

— Comunque ho lavorato come una matta, sul serio. Era un lavoro davvero del cavolo, ma poteva riuscirci anche una stupida come me. Alla fine però me lo sono comprato, e con il disegno che volevo io. Tosto, eh?

La ragazza skate mi mostrò il disegno: raffigurava un drago sullo stile di quelli cinesi, solo fatto di ingranaggi e fili. Poteva piacerti oppure no, ma la qualità del disegno era indiscutibile: era un oggetto di qualità.

— Bella scelta.

— Grazie mille. In effetti ero soddisfatta. Ma sai, per gli skater professionisti il disegno non ha nessuna importanza.

— Perché?

— Perché gli skate prima o poi si romperanno, si spezzeranno in due, nessuno escluso. È il loro destino. Questo ovviamente se li usi come si deve. Tu non prendi una barca dando per scontato che un giorno colerà a picco, giusto? Per questo la gente ci mette un sacco di tempo per dargli dei nomi originali. Gli skate però sono molto fragili, come le persone.

Parlava reggendo lo skate davanti a sé, osservando il drago attorcigliato su sé stesso. Come se stesse dando voce ai suoi pensieri appena li formulava. O forse erano i pensieri dello skate, che comunicava attraverso di lei.

 

Camminammo in un parco pubblico aperto fino a notte fonda. Si stava bene, l’aria era appena mossa dal vento, e gli alberi dondolavano sopra di noi con un rumore di foglie. Appena fuori dal parco brillavano le luci dei grattacieli. Non mi ero mai spiegato perché lasciassero le luci degli uffici accese anche dopo l’orario di chiusura. Quella cosa me l’ero sempre chiesta, ma non avevo mai rivolto la domanda a nessuno. Perché non le spegnevano? Se si fossero spente tutte le luci si sarebbe risparmiata un sacco di energia elettrica. Beh, in effetti quel discorso si poteva fare anche per molte altre cose. Forse la risposta a tutte quelle ingiustizie era che in fin dei conti le persone pensavano solo alla propria felicità personale, senza che gli importasse molto se le luci degli uffici restavano accese tutta la notte. O magari c’era una buona ragione di cui io non ne sapevo niente.

— Ma a che stai pensando? — mi disse la ragazza skate sconcertata. — A volte hai proprio la testa fra le nuvole.

— Niente… — risposi io.

 

— Dì un po’, alla fine che hai fatto, dopo il liceo? — mi chiese dopo un po’.

— Guarda che lo sai benissimo.

— Sì, ma voglio sentirtelo dire bene a voce alta. Servirà anche a te, non preoccuparti.

— Bah…

Non mi andava di raccontare, ma non avevo nessuna voglia di sentirla lamentarsi del fatto che non dicevo mai niente. Così alla fine cedetti.

— Mi sono diplomato per un soffio. Credo che sia stata pura fortuna che l’ultimo anno non mi abbiano bocciato. O forse gli facevo pena. Comunque mi sono trasferito, sono andato all’università in un’altra città, ma le materie non mi piacevano, così…

— Frena, frena, — disse la ragazza skate. — Con calma, senza fretta. Guarda che non dobbiamo andare mica da nessuna parte. Te l’ho detto fin dall’inizio, no?

Sospirai. Ricominciai a raccontare come se dovessi spiegare le cose con chiarezza. — Studiavo lettere. Quando ero al liceo ero sempre stato convinto di voler fare quello, per qualche motivo. Forse perché in fondo, studiare non mi è mai dispiaciuto. In realtà ero piuttosto bravo. Non ero molto intelligente, quindi la capacità di concentrarmi e di imparare le cose a memoria era tutto quello che avevo, e comunque leggere non mi annoiava mai. Ero anche molto appassionato di romanzi. I miei preferiti erano i classici tipo Dickens, Poe, Hemingway… Comunque, appena ho messo piede alla facoltà di lettere, ho capito che non faceva per me.

— Perché?

— Nessun motivo particolare. Hai presente quando vuoi qualcosa ma in fondo al cuore sai che è sbagliato, che in realtà non lo vuoi veramente? Una cosa del genere. Ho retto due mesi, poi mi sono ritirato in anticipo, e mi hanno restituito parte della retta. Con quei soldi sono partito.

— Wooow! Dici davvero? Sembra tosto!

Naturalmente la ragazza skate conosceva la storia da cima a fondo. Il suo era solo un modo di prendermi in giro.

— Però mi sa che sono stato via troppo a lungo, o magari non è che avessi stretto chissà quali rapporti, perché quando sono tornato non avevo più nessuno.

— Avevi me, — disse la ragazza skate seria.

— Nessuno a parte te, voglio dire.

Lei sorrise, per un po’ camminò guardandosi la punta delle scarpe, poi disse: — Dì un po’, te lo ricordi quando ci siamo incontrati?

 

Usciti dal parco ci dirigemmo verso i grattacieli, e poi ancora più in là. Man mano che andavamo avanti, gli edifici diventavano più bassi, e anche l’illuminazione delle strade cominciò a diminuire. Era tutto molto più tranquillo.

Ogni tanto incontravamo ancora palazzine, ma anche in quelle l’illuminazione era molto più scarsa. Meglio così, almeno risparmiavano corrente elettrica.

La ragazza skate per un po’ andò avanti per conto suo. Anche se diceva di non essere un’esperta, in realtà con lo skate ci sapeva fare. Qualche volta anch’io avevo provato ad andarci, ma mi ero reso conto che era molto meno facile del previsto. Serviva tecnica e concentrazione anche per le cose più semplici, altrimenti rischiavi di cadere e di sbucciarti un ginocchio, come minimo.

Attorno a noi c’era silenzio. Solo il rumore delle ruote dello skate, quello dei nostri passi e qualche macchina che passava ogni tanto. Dovevamo esserci allontanati parecchio dal centro, o forse si era fatto tardi. Non ne avevo idea, non avevo con me orologio o cellulare.

— Siamo arrivati.

La ragazza skate si era fermata di fronte a un edificio basso e largo in mattoni rossi. Ci impiegai qualche istante a riconoscere il mio liceo.

 

La prima volta che l’avevo visto avevo quindici anni, e mi ero concentrato solo sugli scalini d’ingresso. Non volevo parlare a nessuno, e non volevo che nessuno parlasse a me. Da quel giorno era passato un secolo, eppure non era cambiato niente. Gli studenti sarebbero ancora entrati da quell’ingresso. Forse qualcuno si sarebbe concentrato solo sui gradini, proprio come avevo fatto io.

— Possiamo entrare di qua.

La ragazza skate era andata avanti, girando l’angolo dell’edificio. La seguii.

— Entrare, e dove?

— Dai, non dirmi che non te lo ricordi! Chissà se quella finestra si chiude ancora bene. Scommetto che non l’hanno mai cambiata.

Detto questo corse nel vicolo che correva lungo un lato dell’edificio. Lì le luci dei lampioni non arrivavano, e dopo qualche metro non si vedeva più niente.

— Aspetta!

Le corsi dietro. Non potevo lasciare che entrasse là dentro, era pericoloso. Se l’avessero beccata mentre si intrufolava a scuola? Se fosse caduta dalle scale facendosi male?

Quando arrivai in fondo lei era già dentro. La finestra era aperta, e la ragazza skate mi osservava dall’alto del pian terreno.

— Certo che sei davvero lento. Io vado avanti.

— Aspetta!

Ma niente, non mi ascoltò nemmeno. Sparì lungo il corridoio, dove non potevo più vederla.

Sospirai e cercai anch’io di entrare a scuola. Quella scena mi riportò alla mente quando io e la ragazza skate eravamo entrati lì di notte la prima volta.

 

Non ricordavo il mese preciso, ma doveva essere tarda primavera, perché lei indossava solo una maglietta e un paio di jeans.

“Possiamo entrare dalla finestra. Non si chiude bene, credo di essere l’unica a saperlo.”

“Che ti dicevo? È stato più facile del previsto, no?”

“Si dice che a scuola di notte si aggiri un fantasma. Tu che ne pensi? Tutte cavolate, giusto? Già, sono sicura che diresti così!”

Quando finalmente fui riuscito ad arrampicarmi, mi guardai bene attorno. Ma la ragazza skate non c’era da nessuna parte. Non la chiamai, perché se la scuola era ancora sorvegliata dal guardiano notturno avrei messo nei guai entrambi. Non ci tenevo a ripetere l’esperienza dell’altra volta.

Ora che ci pensavo in effetti era rimasto tutto lo stesso. I corridoi, le classi, i banchi e le sedie… era tutto identico.

Dove poteva essere andata?

Non ne avevo idea, ma piuttosto che prendere una direzione qualunque preferii pensarci su. Era successo tanto di quel tempo fa che non me lo ricordavo più.

Dov’eravamo andati quella volta?

 

“Vieni, possiamo andare di qui!” mi disse la ragazza skate.

“Eh? Che c’è da quella parte?”

“Dì un po’, tu non lo sai che questa scuola ha una piscina, eh?”

“Una piscina?”

“Eh, già. Proprio così. Ma l’hanno chiusa. Non indovini perché?”

“Non ne ho idea.”

“È stato un incidente. Parecchio tempo fa un ragazzino è annegato, e da quel giorno l’hanno chiusa. Ovviamente non si può fare il bagno, ma potrebbe essere divertente lo stesso. Allora, che ne dici? Ho attirato la tua attenzione, caro il mio ragazzo corvo?”

 

Scesi le scale per i sotterranei e percorsi il lungo corridoio. La porta però era chiusa: una vecchia porta di legno dall’aria malandata. Sembrava non essere più stata aperta, da allora. La scorsa volta la ragazza skate aveva tirato fuori una chiave e l’aveva girata nella serratura… non mi ero mai chiesto dove l’avesse presa, quella chiave. Cioè, più che altro non avevo fatto domande.

A ogni modo se era davvero là dentro non avevo altra scelta che entrare anch’io. Così presi una decisione risoluta, indietreggiai di qualche passo e la sfondai con una spallata. La porta cedette subito, ma fece un fracasso infernale, e mi feci male alla spalla, che mi strofinai dolorante. Niente di meglio di una spallata a una porta, per farti capire quanto sei dimagrito.

— Finalmente. Eccoti qui.

La ragazza skate era seduta sul bordo della piscina, e dondolava le gambe.

 

La piscina era immersa nella luce dei lampioni. La luce che entrava dalle finestre era di un azzurro chiaro, forse perché quasi ogni superficie era ricoperta di piastrelle azzurro chiaro. L’aria era polverosa, sembrava fosse rimasta immobile per un sacco di tempo.

“Mi sarebbe piaciuto venire qui all’ora di ginnastica.” dissi guardandomi attorno.

“Figurati. Scommetto che sei una schiappa a nuoto.”

“Per niente. Quando ero piccolo i miei mi facevano prendere lezioni.”

La ragazza skate scoppiò a ridere. “Scusa, ma che razza di risposta è? E poi, chi se ne vanterebbe? Al massimo potresti dire che partecipavi a gare di nuoto, no?”

“Hmm…”

“Comunque non c’è nessuna speranza che succeda. Quando muore qualcuno sai, è una cosa seria. Non si ripara tanto facilmente.”

“Senti, possiamo cambiare argomento? Mi sento a disagio, a parlare di queste cose qui.”

“Giusto”, rispose la ragazza skate. “E poi voglio approfittarne per spiegarti il motivo della nostra visitina. Oggi ti insegnerò ad andare sullo skate.”

“Qui? Adesso?” dissi io allibito.

“Qui e adesso”, confermò la ragazza skate. “Proprio così.”

 

— Alla fine non ho mai imparato ad andare sullo skate, — dissi, sedendomi accanto a lei.

— Una notte non è mica abbastanza. Serve allenamento, cosa credi? Pensavo che con tutto il tempo che studiavi non avresti avuto problemi, con duri allenamenti, giorno dopo giorno.

— Anche io lo pensavo, — ammisi.

— Ma le cose non vanno mai come vorremmo.

— Eh già.

Per un po’ restammo in silenzio. La ragazza skate continuò a dondolare le gambe nella piscina, poi disse: — Dì un po’, secondo te perché le luci degli uffici sono accese anche di notte? È da un bel po’ che me lo chiedo. Non ci pensano neanche un po’, allo spreco di corrente?

— Probabilmente per ragioni di sicurezza, in modo da vedere cosa succede nelle telecamere.

Avevo risposto senza pensarci. Come se in realtà l’avessi sempre saputo.

— Sbagliato. La sicurezza non c’entra niente, — disse.

Ma non aggiunse altro. A qualunque cosa servissero, se la tenne per lei.

 

Ci esercitammo tutta la notte. Lo skate era più divertente di quanto avessi immaginato.

“Mi piace.”

La ragazza skate sorrise felice. “Sono contenta, però adesso pausa, riposo, okay? Sono sfinita.”

“Okay.”

Ci sedemmo sul bordo della piscina.

“Sai che non conosco neanche una persona che sia morta?” disse dopo un po’. “Proprio strano, eh?”

“Già…”

“E tu, ragazzo corvo? Conosci qualcuno?”

Ci pensai su un po’. “Mio nonno”, risposi. “E il mio cane.”

“Non sapevo avessi un cane.”

“Si chiamava Grosso. Era un carlino.”

“Bel nome, per un carlino,” ridacchiò la ragazza skate. “Comunque, a chi eri più affezionato?”

“Che vuoi dire?”

“Al tuo cane o a tuo nonno?”

Era una domanda priva di tatto, ma ci pensai lo stesso un po’ su, poi risposi francamente: “Grosso.”

“Lo sapevo.”

“Che cosa, sapevi?”

“Parlami di Grosso. Cos’hai provato quando è morto?”

“Mi sentivo giù.”

“Qualcosa di più specifico?”

“Era come se mi fosse stato tolto qualcosa, qualcosa di davvero… importante. Perché Grosso era sempre stato con me. Cioè, non proprio sempre, ma capisci quello che voglio dire?”

“Certo. Gli volevi bene. Era lì per te quando ne avevi bisogno.”

“Già. Proprio così. Io gli volevo bene e adesso non c’era più.”

“Tu hai esperienza con la morte. Io invece non so niente di niente. E sai, la cosa mi spaventa un sacco. Non so cosa mi succederà quando capiterà anche a me. Non voglio neanche pensarci.”

Restò in silenzio. Poi disse: “Tu ragazzo corvo, non morire mai, okay? Sarebbe troppo brutto. Non voglio che succeda. Non voglio che muoia nessuno.”

“Prima o poi però succederà.”

“Non se smetto di frequentare tutti. Pensaci, se non conoscessi nessuno, se stessi sempre da sola, non morirebbe nessuno che conosca.”

“Non mi sembra un granché,” risposi io.

“Già. Mi sai che hai ragione.”

Per un po’ restammo in silenzio. Immersi nei nostri pensieri. Poi lei alzò la testa spaventata: “Dì un po’, l’hai sentito anche tu?”

 

— Quella volta il guardiano si è accorto di noi, — ridacchiò la ragazza skate. — Ma per fortuna non gli è venuto in mente che potessimo trovarci qua sotto.

— Pensi che verrà anche stavolta?

— Non credo proprio.

— Sembri sicura.

— Sesto senso femminile.

Trascorsero lunghi silenzi. Anche quella volta al liceo avevamo passato molto tempo senza parlare, ognuno immerso nei suoi pensieri. Ma non mi ero mai sentito nervoso o in imbarazzo. E neanche la ragazza skate, credo.

— Mi sa che è ora di tornare indietro, — disse dopo un po’.

Annuii, mi alzai e le tesi la mano per aiutarla, ma lei restò seduta. Scosse la testa. — Tu vai avanti, caro il mio ragazzo corvo. Io resto qui.

— Qui? In questo posto? — dissi.

— Qui, in questo posto, — rispose lei. — Proprio così.

 

Non capivo il senso delle sue parole. Ma la ragazza skate sembrava convinta di quello che stava dicendo.

— Questo posto è molto importante, per me. A volte i ricordi sono legati così fortemente a un luogo che non se ne separano più. Ma questo non vale per me.

Ancora non riuscivo a capire a cosa si riferisse.

— Che vuoi dire?

— Ti farei solo male. È meglio così, fidati. I ricordi non possono seguire per sempre le persone. Prima o poi devono prendere strade diverse. È così per tutti.

Perché mi diceva quelle cose? Se ne tava andando veramente? Dopo tutto quel tempo? Avevo un groppo alla gola. Riuscii solo a dire: — Ma dove andrai?

— È un segreto. Ma ti do un indizio: si fa skate tutto il tempo.

Non risposi. Scossi la testa, e rimasi lì senza riuscire a muovermi. Le mie gambe non riuscivano a compiere un solo passo.

Da qualche parte sentimmo un rumore. Al piano di sopra, qualcuno aveva tirato indietro un sedia: il custode si era accorto di noi?

— Esci di qui, io ti seguirò, — disse in fretta la ragazza skate. — Mi vedrai un’ultima volta, promesso. Però ora vattene, okay? E non guardarti indietro, è vietato. Queste sono le regole, va bene?

Annuii.

— Sbrigati, o ti beccherà!

Feci come mi diceva, e uscii dalla piscina. Percorsi il corridoio di corsa, salii le scale. Con un tonfo al cuore mi accorsi del guardiano. Riuscii a nascondermi in tempo. Lui mi passò accanto senza vedermi. Avevo il cuore in gola.

La finestra era aperta, e uscii di lì. Continuai a correre, allontanandomi dalla scuola. A quel punto avrei potuto riprendere a camminare, ma non riuscivo a fermarmi. Le mie gambe si muovevano per conto loro.

Ragazza skate, dove sei?

Mi fermai. Ansimavo. Dovevo riprendere fiato. Rividi di fronte a me il volto sorridente della ragazza skate. Ebbi l’impulso di tornare indietro, e stavo per farlo, quando mi ricordai delle sue parole: “Mi vedrai un’ultima volta, promesso. E non guardarti indietro!”

In quel momento vidi un taxi. L’impulso di tornare indietro era così forte che feci la prima cosa che mi venne in mente e lo chiamai con la mano. Il taxi mi raggiunse. Aprii la portiera e salii.

— Dove andiamo?

Gli diedi l’indirizzo di casa. La macchina si mise in moto e si allontanò da lì.

 

Sul cruscotto vidi finalmente l’ora. Erano le 4 di mattina. Non mancava molto all’alba. Dentro di me sapevo che se la ragazza skate non fosse riapparsa prima dell’alba, non l’avrei mai più rivista. Ero sicuro di quello.

Cominciò a battermi forte il cuore, ero in preda all’ansia. Continuavo a pensare di aver sbagliato qualcosa, forse dal momento in cui quella sera eravamo usciti insieme. Perché l’avevo fatto, perché l’avevo seguita? Adesso non l’avrei più rivista, e non le avevo nemmeno detto addio.

Forse avrei dovuto dire al tassista di fermarsi?

Forse avrei dovuto andare in un altro posto?

Mi resi conto che lacrime cadevano dagli occhi sul mento. Mi asciugai con la mano. Stavo per dirgli di lasciarmi lì quando guardai fuori dal finestrino. Le luci della città correvano tutte attorno a me, brillavano più di quanto avessi mai visto. Mi venne un groppo alla gola. Perché in quelle luci percepii la ragazza skate. Abbassai il finestrino e mi sporsi fuori. Sentii il vento freddo che mi scompigliava i capelli, le luci che giravano tutte attorno a me come se fossi il centro di qualcosa. Qualcosa di molto… molto importante.

“Ehi, ragazzo corvo!”

Sentii la sua voce. La ragazza skate, con le mani poggiate alla tettoia dell’auto, mi sorrideva.

Qui ci salutiamo.”

— Non sono pronto! Non lasciarmi! — dissi. — Ero io quello a non essere pronto! Perché sei morta, ragazza skate? Perché mi hai lasciato solo?

Continuai a singhiozzare.

“Guarda tutte queste luci. Lo sai perché le luci degli uffici non si spengono mai?”

Io scossi la testa. Non riuscivo a parlare.

“Perché tu le adori, ragazzo corvo. Ti piacciono un sacco, vero? Mentre passeggi a notte fonda. Senza quelle luci la città non sarebbe la stessa. Splendono solo per te, sul serio.”

La ragazza skate sorrise: “Continua a passeggiare di notte, ragazzo corvo. Passeggia anche per me, tieni vive quelle luci. Hanno bisogno di te. Me lo prometti?”

— Te lo prometto.

Quelle parole erano uscite spontaneamente da me.

La ragazza skate sorrise, e si abbassò tornando nell’abitacolo. Anche io tornai nell’abitacolo, ma quando feci per guardarla non c’era nessuno.

— Per favore, non si sporga a quel modo, — disse il tassista preoccupato. Visto che non risposi, scosse la testa: — La polizia poi multerebbe me, sicuro. Va sempre a finire così.

— Mi scusi, — dissi. — Mi scusi, davvero.

Il tassista con un gesto della mano disse che non faceva niente. Poi accese la radio, tenendola a volume basso. Continuai a guardare le luci che correvano fuori dal finestrino.

 

Tornato a casa mi sentivo sfinito, avrei voluto solo buttarmi a letto, ma mi resi conto che anche se il sole non si vedeva da nessuna parte, il cielo era già chiaro. Probabilmente l’alba era già arrivata. Si era già fatto giorno.

Diedi un’occhiata all’appartamento. Era da un bel pezzo che non lo pulivo. Anche l’odore non era dei migliori. C’erano un sacco di piatti da lavare, cose da buttare, ed erano giorni che la mia piccola pianta d’appartamento chiedeva acqua. Presi un bel respiro, mi rimboccai le maniche e cominciai a darmi da fare.

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