l i g h t s [i t a]

l   i   g   h   t   s

 

La stavo portando a casa in bici quando Rebecca mi disse di fermarmi. Mi andava di sedermi sul prato insieme a lei e parlare un po’? Risposi che mi andava, così ci sedemmo sul pendio della pista ciclabile. Di fronte a noi, nella notte, si vedevano le luci della città.

— Giunco, guarda tutte quelle luci. Ti fanno proprio pensare, eh?

— Che vuoi dire?

— Cioè… a te non viene mai voglia di mollare tutto?

Rebecca l’aveva detto come se niente fosse, ma sapevo che si teneva dentro quel discorso già da un bel pezzo. Erano diverse volte che faceva riferimenti di quel tipo, senza però andare a fondo con l’argomento. Durante l’ora di ginnastica, quando qualcosa non andava come voleva, quando prendeva un brutto voto in un compito in classe, o quando doveva ripetere un intero livello ai videogame. “Adesso mi sono veramente rotta. Giuro che mollo tutto!”

Era una formula che usava spesso. Ma non avevo mai capito a cosa si riferisse, di preciso. Perché Rebecca non era proprio il tipo che ti parlava di quello che le passava per la mente.

— Mollare… cosa? A che ti riferisci? — le chiesi.

— Tutto, tutto quanto, — rispose lei scuotendo la testa. Probabilmente avrebbe voluto chiuderla lì, ma io insistei: — Reb, che vuoi dire?

— Per esempio… non ti viene mai voglia di andartene?

— Andarmene? E dove?

— Un posto qualunque va bene… dai, dimmi sul serio che non ci hai mai pensato.

— Hmm, Reb, è ovvio che qualche volta ci ho pensato. Ma mica posso mollare tutto come dici tu e andarmene via.

— Perché?

— Beh, prima di tutto devo finire il liceo…

— Guarda che quello non è mica così importante.

— Figurati…

— Io parlo sul serio. Il liceo e la scuola in generale è per il 90% tempo buttato. Sono gli anni migliori della nostra vita, ma li passiamo chiusi in una classe a imparare a memoria date che un anno dopo ci saremo dimenticate lo stesso.

— Ma che scemenza…

— Guarda che anche tu detesti imparare date a memoria.

— È vero Reb, non mi fa impazzire. Ma la scuola non è solo imparare date a memoria, facciamo anche tante cose divertenti, giusto? E poi pensaci, se non fossi mai venuta a scuola non avresti mai incontrato me.

Non mi andava di giocare quella carta, ma Rebecca sembrava davvero abbattuta. Era come se anche solo pronunciare quelle parole le costasse fatica.

In effetti era da quel pomeriggio che l’avevo vista giù di corda, ma avevo solo dato per scontato che fosse stanca. Dopotutto erano gli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze estive. Eravamo tutti stressati per i continui compiti in classe, e dovevamo fare ogni giorno montagne di compiti. Non avevamo momenti liberi, in pratica. Rebecca non era il tipo a cui piaceva studiare, e ogni momento passato sui libri era una sofferenza. Fin dal primo giorno in cui l’avevo incontrata, ho capito subito che era quel genere di persona.

Peccato che Rebecca fosse un vero genio per tutto quello che non doveva imparare a memoria. Per esempio, le bastava seguire anche solo vagamente una lezione di matematica particolarmente complicata per saper svolgere senza sforzo anche gli esercizi più difficili. Al contrario sembrava che nella sua mente non ci fosse posto per tutto il resto, e quando non riuscivo a passarle le soluzioni durante i compiti in classe di lettere, o di storia, non riusciva mai ad arrivare alla sufficienza. I bei voti che riuscivo a prendere in quelle materie erano l’unica cosa di cui andassi un po’ fiera, ma in realtà le invidiavo la facilità con cui prendeva il massimo in matematica, fisica e chimica. Avrei voluto avere la sua mente, unita alla mia capacità di concentrazione.

Per me andare bene a scuola aveva sempre significato molto.

Forse perché avevo sempre visto la vita come una serie di ostacoli da superare. Gli ostacoli erano di difficoltà crescente, e per quanto sembrassero difficili non erano mai insormontabili. I miei genitori erano entrambi medici. Avevano sempre studiato un sacco, e alla fine erano stati premiati con un bel lavoro. Sapevo di non essere molto intelligente, quindi l’impegno era l’unica cosa su cui potessi contare.

 

— La verità è che tu sei così carina che ti basterebbe posare in costume da qualche parte, — disse Rebecca.

— Scusa, ma questo cosa c’entra? — risposi imbarazzata. — E poi scordatelo, quelle cose non le farò mai!

— D’accordo. Scusa, — rispose lei, abbozzando un sorriso. — Comunque sai, hai ragione, non so proprio come avrei fatto se non ti avessi incontrata.

— Che vuoi dire?

— In quel periodo ero giù. Non te l’ho mai detto prima perché non volevo deprimerti, ma mi sentivo la persona più inutile del mondo. Non avevo nemmeno una passione, e trascorrevo tutto il tempo di fronte ai videogame. Non avevo amici, e andare a scuola era una sofferenza. E poi era davvero dura senza nessuno che mi aiutasse durante i compiti in classe.

— Adesso capisco, — e mi finsi arrabbiata.

— Andavo anche dallo psicologo, ma non riuscivo ad aprirmi. Non capivo con che diritto volesse sapere le cose della mia vita. E poi mi dicevo che se anche gli avessi parlato, di sicuro non sarei riuscita a esprimermi come volevo, e alla fine non avrebbe capito. Magari mi avrebbe dato dei consigli su delle cose che con i miei problemi non c’entravano niente. Però poi ti ho incontrata, e quando ti parlavo capivo che non era così difficile. Poco per volta sono riuscita ad aprirmi anche con gli altri.

— Anche io non avevo molti amici. Cioè, ne avevo, ma visto che adesso non ne sento più nemmeno uno ti fa capire quanto tenessimo gli uni agli altri. Erano solo rapporti superficiali. Perché in classe, se non ti metti a frequentare qualcuno, vieni escluso. È una regola che vale sempre. Ci ho sempre pensato, sai? Quello è stato un brutto periodo. Perché sapevo di essere sola, ma non lo ero veramente, almeno in apparenza, di fronte agli altri, non lo ero.

— Già, quand’è che ci siamo parlate per la prima volta?

— Reb, insomma!

— Giusto, giusto. È stato quella volta che sono venuti in classe a farci vedere come si usavano i nuovi modelli di computer, vero? Alla fine era una vera rottura perché naturalmente tutti sapevano meglio di loro, come si usavano quegli stupidi rottami. E tu stavi disegnando… era uno dei tuoi gatti, scommetto…

Io annuii convinta, e poi risi: — In quel periodo disegnavo solo gatti.

— Non ti ho mai chiesto perché lo facessi.

— Il mio vecchio gatto, — risposi. — Un giorno è scappato di casa e non l’abbiamo più ritrovato. Ci ero rimasta davvero molto male.

— Quanti anni aveva?

— Era poco più di un cucciolo. Da quel giorno anche se mi hanno chiesto se ne volessi altri, io ho sempre detto di no. Mi mancava il mio gatto, gli volevo bene.

— Mi dispiace.

— Fa niente. Mi piace pensare che sia ancora da qualche parte. Sai che forte se dovessi rivederlo?

— Riusciresti a riconoscerlo, dopo tutto questo tempo?

— Oh sì, ne sono sicura, — risposi io.

Eravamo rimaste sedute un bel pezzo, sul pendio della pista ciclabile. Quel posto da dove si vedeva così chiaramente la città con i suoi grattacieli.

— Finito il liceo me ne andrò via, — disse Rebecca. — Il perché, non lo so. So solo che devo farlo, capisci? Altrimenti finirebbe per passare un sacco di tempo, e magari io non me ne accorgerei nemmeno. E un giorno mi chiederei: ti ricordi quando volevi partire? Che ne è stato di quella ragazza? Giunco, io non voglio diventare una di quelle persone che si fa una domanda del genere. Non voglio proprio diventarlo.

Scosse la testa più volte.

— Te ne andrai veramente? — chiesi. Lei annuì.

Quelle parole mi misero addosso un’indefinita tristezza. Forse perché dentro di me ero convinta che io e Rebecca saremmo rimaste sempre insieme, a dispetto di tutto. Ma le cose non restano mai le stesse. Lo sapevo. È parte della vita.

— Anche se dovessi partire io non ti dimenticherò mai, — dissi. — Anche se dovessero passare venti, trenta o quarant’anni, e dovessimo incontrarci da qualche parte nel mondo, io ti riconoscerei subito. Resterai sempre la mia migliore amica.

Rebecca sorrise: — Andrò in un posto dove le stelle si vedono bene come le luci della città, e quando lo scoprirò ti porterò a vederlo. Sarà la notte più magica della nostra vita.

— Ne sono sicura, — dissi, e tornai a guardare le luci della città, provando a immaginare il cielo stellato che un giorno mi avrebbe fatto vedere.

 

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