airhead [ita]

airhead

 

 

Dovevo lottare per stare sveglia. Ma le palpebre erano sempre più pesanti, e la mia mente sembrava continuamente chiudersi su sé stessa. E sapevo che se avessi chiuso gli occhi per più di qualche secondo, sarei caduta in un sonno profondo. Ma non potevo farlo. Dovevo restare sveglia, dovevo per forza. Dipendeva il mio futuro, da quello.

 

Probabilmente avrei perso l’anno. I miei professori erano stati molto chiari, e non potevo farmi illusioni. Ormai erano quasi le lezioni erano quasi finite e le vacanze estive sarebbero cominciate presto. Recuperare sarebbe stato un vero miracolo. Qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettato da una come me.

Dopotutto non potevo proprio dargli torto. Non mi ero mai impegnata sul serio nello studio, ma anche se l’avessi fatto i miei risultati non sarebbero migliorati un granché. Non sarei mai stata al livello dei miei compagni di classe.

Non ero un tipo molto intelligente, sapevo che era così. Agli altri tutto veniva molto più semplice, di me dicevano solo che qualunque fosse la difficoltà l’avrei affrontata con il sorriso. Era una bella cosa da dire. Ma non so se stavolta ci sarei riuscita. Anche per i miei genitori era stata una brutta sorpresa.

 

Mi ero sempre comportata bene, e non avevano mai avuto motivo di dubitare di me. Avevo sempre tenuto i miei brutti voti nascosti, o avevo detto che ero andata meglio di quanto non fosse successo in realtà. Mentirgli mi faceva stare male, provavo sempre un senso di colpa tremendo. E ogni volta che prendevo un brutto voto, e che dovevo nasconderlo, promettevo a me stessa che d’ora in avanti mi sarei impegnata sul serio, e mi gettavo a fondo nello studio. Ma non durava mai a lungo. Mi distraevo con qualsiasi cosa. Guardando il telefono, pulendo gli occhiali, andando in bagno a farmi una doccia o semplicemente guardando una farfalla che apriva e chiudeva le ali, posata sul davanzale della finestra. Bastava davvero così poco per farmi andare la testa fra le nuvole.

Di conseguenza i miei voti erano un disastro, e non riuscivo a dimostrare ai professori che mi sarei rimessa in strada.

Per tutti ero una ragazza acqua e sapone, che a dispetto di ogni difficoltà trovava sempre la forza di sorridere. Ma la verità era che anche se mostarmi contenta non mi costava nessuna fatica dentro di me avrei voluto essere come tutti gli altri.

“Ragazza bolla di sapone”, era così che tutti mi conoscevano.

 

La mia camera era il luogo ideale per concentrarsi e studiare.

Non era molto grande, ma si trovava esposta su una piccola strada quasi sempre deserta, da cui si vedeva un panorama tranquillo, e il sole, anche se illuminava a lungo quella strada, non batteva mai direttamente oltre la finestra, così la luce non era mai troppo forte.

La mia scrivania era piccola, con due piante grasse sul davanzale e una lampada reclinabile, e sulla destra c’era una piccola libreria.

Non ero un tipo particolarmente ordinato, ma la libreria era sempre pulita e in ordine, forse perché non la toccavo spesso. Oltre ai libri di testo scolastici c’era qualche romanzo che avevo letto nella mia vita. Non ero neanche una lettrice accanita, ma qualcosa almeno mi piaceva. Concentrarmi mi riusciva difficile anche con le storie che mi appassionavano.

Alle spalle della scrivania c’era il mio letto, con un comodino di fianco. Di solito sulle coperte era sempre poggiato il laptop e il telefono e le grosse cuffie con cui ascoltavo la musica.

Non ero molto ordinata, e vestiti e mutandine non erano esattamente piegati e riposti nei cassetti. Almeno di solito.

Ma quando i professori mi avevano annunciato che probabilmente avrei perso l’anno, la prima cosa che feci tornata a casa, fu di mettere a posto.

Fu una reazione istintiva. E non sapevo neanch’io se sarebbe servita a qualcosa. Forse serviva davvero solo a sfogarmi. Comunque, ci impiegai come minimo un’ora, ma alla fine mi sentii meglio, e pensai: “Questo è il vero aspetto della mia camera”. In effetti sembrava luccicare. La luce del tramonto che entrava appena dalla finestra dava una sfumatura malinconica alle tende, alla scrivania…

In quel momento qualcuno bussò alla porta.

— Avanti, — dissi.

Mio padre aprì la porta. La luce del tramonto diede anche al suo viso, un’espressione malinconica.

 

Avrei preferito che si arrabbiassero. Ma i miei genitori non erano persone del genere, e più che dare la colpa a me preferivano darla a loro stessi.

— È colpa mia, — dissi.

Ma loro, più che sentirsi ancora più abbattuti di me, non riuscirono a fare altro.

Quando uscirono dalla mia camera, ormai era scesa la notte. Non entrava più luce dalla finestra, tranne quella dolce e tranquilla della luna. Mi piacevano le notti d’estate, dove la luna galleggiava nel cielo.

 

Presi una decisione risoluta, e mi misi bene in testa di impegnarmi sul serio. La “ragazza bolla di sapone” avrebbe stupito tutti, e sarebbe stata promossa sicuramente.

Ma all’inizio i risultati non furono incoraggianti, e il primo compito in classe migliorò appena i miei risultati, restando però sotto la sufficienza.

— Ma dai, che ti aspettavi, di migliorare tutta in una volta? — disse Chino.

In effetti lui era il tipo di ragazzo che avrebbe potuto farlo, intendo migliorare tutto in una volta. Anche se, intelligente com’era, aveva capito molto prima di me che era inutile darsi tanta pena nell’ultimo periodo. Invece, era molto meglio distribuire le forze senza grossi strappi, per non arrivare alla fine nelle mie condizioni.

— Sì. Grazie tante.

— Non te la prendere. Sono sicuro che l’hanno notato, che adesso ti stai impegnando.

— E come? Ho preso solo un voto più del normale, e comunque non è stato abbastanza.

— Si nota, — insisté lui, — perché adesso non la prendi più a ridere come prima, cara la mia ragazza bolla di sapone.

Quell’affermazione mi fece riflettere. Ma non riuscì a sollevarmi il morale. Fuori splendeva il sole. Ma non per me.

— Ci vediamo, — disse Chino, alzandosi. — Continua a impegnarti, e vedrai che ce la farai.

 

C’erano in programma abbastanza test per dimostrare almeno che mi stavo impegnando, così cominciai a mettermi sotto seriamente. Tornata a casa mi mettevo a studiare preparandomi qualcosa di veloce, che mangiavo in camera. All’inizio funzionò, e riuscii a studiare diversi giorni come avrei sempre dovuto fare, ma un pomeriggio mi addormentai sulla scrivania, e mi svegliai che ormai era sera tardi. Domani ci sarebbe stato un test importante, e non potevo permettermi di sbagliare. Ultimamente i miei voti erano migliorati, ma si mantenevano sulla sufficienza, senza mai riuscire a fare qualcosa di più. Che la prendessi, è vero, era un evento raro, ma non era per niente abbastanza. Avrei dovuto fare molto di più. Ma non ci riuscivo.

Cercai di mettermi a studiare di nuovo, ma la mia mente era incapace di sforzarsi oltre, era come se l’avessi già spremuta oltre le sue possibilità. Mi sentivo intorpidita, e stavo già perdendo sensibilità agli arti del corpo. Volevo poggiare la testa sul cuscino, su qualcosa di morbido, ma adesso che ci pensavo anche la scrivania andava bene…

 

Quando mi svegliai era mattina. Era ancora presto, è vero, ma non avevo fatto assolutamente a tempo a studiare. E ripassare prima del test era fuori discussione, non sarebbe servito a niente. Eppure…

Quando arrivai in classe erano già quasi tutti seduti, ma per fortuna il professore ancora non si vedeva da nessuna parte.

Chino era seduto accanto alla finestra, e si dondolava sulla sedia, guardandomi con aria divertita. Forse perché era la prima volta che entravo in classe immersa in un libro di testo.

Quando mi sedetti, Chino, seduto al banco dietro al mio, si sporse in avanti a sussurrarmi: — Sicura che vada tutto bene? È la prima volta che ti vedo studiare a questo modo.

— Per favore. Sto cercando di leggere, — dissi.

— D’accordo. Scusa. Non ti disturbo più.

Ma era tutto inutile. Ormai ero così tesa per quel test che non riuscivo più a concentrarmi. Chiusi il libro e sospirai.

— Puf. Visto? È sparita di nuovo, — disse Chino. — Come una vera bolla di sapone.

Già, quand’era stata la prima volta che mi avevano chiamata così?

 

Per il fatto che avevo avuto il seno molto presto, e che era cresciuto molto, non ero mai stata brava nemmeno negli sport. Infatti durante l’ora di ginnastica, di solito, me ne stavo sempre sugli spalti, a guardare gli altri giocare.

Chino invece negli sport era molto bravo. Era alto, dal fisico atletico, e anche se non si era mai concentrato su uno sport in particolare, ovunque provasse, riusciva bene con poco sforzo. Anche nella pallavolo, che era un gioco di gruppo, non pensava mai a sé stesso. Dal suo punto di vista era la squadra che veniva prima di tutto. Per questo non esagerava mai, non si dava arie e riusciva ad amalgamarsi adattando il proprio gioco al livello generale. Per questo era ammirato e ben voluto da tutti.

Le lezioni di ginnastica in palestra le ricordo sempre avvolte da una luce rosa. Non so perché, da dove arrivasse quella luce rosa, ma era lì, nei miei ricordi, ogni volta che ripensavo a quei momenti.

Come scuola dovevamo riferirci a un centro sportivo poco lontano, perché visto che gli studenti del nostro liceo erano più di settecento, una sola palestra non bastava a fare la rotazione. Di conseguenza gli studenti dal secondo anno in avanti andavano in quei campi a esercitarsi negli sport più diversi. Non c’era un obbligo di rotazione negli sport che sceglievi di praticare. Quello che andava bene alla classe, si faceva fino alla fine dell’anno, tanto di campi liberi ce n’erano sempre. Il professore era una persona molto gentile e tranquilla, anche se riusciva a farsi rispettare senza troppi problemi, forse proprio per quella sua natura così pacifica. Era un uomo anziano, basso di statura, che osservava gli studenti giocare seduto sugli spalti a bordocampo.

Di solito io mi sedevo sugli spalti, dalla parte opposta, e guardavo il professore e le due squadre che si affrontavano in quella luce rosa.

Un giorno, ero incantata a guardare Chino che giocava, Samantha mi disse: — Vedi? È già esplosa.

In quel momento mi riscossi e mi accorsi di lei. Samantha si era seduta accanto a me.

— La tua attenzione, — disse lei. — Visto? Ha la consistenza di una bolla di sapone. Basta poco e non esiste più.

Non sapevo cosa rispondere, così restai in silenzio.

— Scusa, — disse lei. — Non volevo offenderti. Ma sai, è proprio così. In fondo tu sei proprio così, una acqua e sapone, no? È per questo che mi è venuto in mente.

— Davvero? Pensi che lo sia? — dissi imbarazzata.

— È così che ti chiamano, — rispose lei scrollando le spalle. — Ma per me, più che una ragazza acqua e sapone, sei una bolla di sapone. Anche perché hai un seno enorme. In inglese le ragazze come te le chiamano airhead, teste piene d’aria. Ma non rende per niente l’idea.

— Non è una cosa molto carina.

— Guarda che non è mica un’offesa. Te l’ho detto, non rende l’idea. E comunque tu mi piaci.

— Davvero?

— Certo, — fece lei alzando le spalle. — Altrimenti perché sarei qui a parlare con te? I tipi come te non sono mica facili da trovare. Quelle invece, — e accennò agli spalti dall’altra parte del campo, dove le nostre compagne di classe chiacchieravano, — quelle da trovare sono una cavolata. E non mi piacciono per niente.

— Perché?

— Si sentono in dovere di esprimere giudizi sulla gente, si atteggiano con superiorità, in generale si credono meglio degli altri, — rispose lei sinteticamente.

— Ah.

— Tu invece sei diversa. Sei una ragazza buona, si vede subito. Per me è una grande qualità. E poi come dicevo, hai un seno enorme.

— Ma che c’entra il mio seno, scusa?

— Beh, è una qualità anche quella, no?

 

Non avrei saputo dire se lo fosse, ma in effetti scoprii che Samantha mi piaceva. I miei voti erano brutti anche in quel periodo, ma l’idea di dover ripetere l’anno non mi sfiorava neanche la mente, e vivevo le giornate con serenità. Non avevo mai avuto molti amici, ma con Chino ero in confidenza dal primo anno. E poco per volta cominciai ad aprirmi anche con Samantha.

Siccome lei mi chiamò “ragazza bolla di sapone” di fronte a Chino, lui ebbe la grande idea di diffondere il soprannome. Non era offensivo, e non mi sentii ferita, ma da quel giorno le persone cominciarono a chiamarmi così. Non poteva dirsi un soprannome, perché non era corto e facile da ricordare, quindi la gente mi chiamava a quel modo solo quando voleva provare qualcosa. Tipo quando andavo male in un test, o mentre altri parlavano e io mi distraevo e andavo nel mio mondo.

D’altronde non potevo farci niente. Le piccole cose mi attiravano e davano il via a una specie di reazione a catena che mi trasportava lontano. Delle foglie che dondolavano al vento, un gatto che si leccava la zampina, la polvere che volteggiava in un raggio di luce.

Non avrei mai creduto che sarebbe potuto diventare un problema. Anche se forse in cuor mio sapevo che date certe premesse ci sarebbero state inevitabili conseguenze. In cuor mio lo sapevo, eppure non avevo mai fatto nulla per cambiarlo.

 

Gli ultimi test andarono peggio del previsto.

I miei voti erano migliorati, erano impercettibilmente migliorati, ma non tanto da giustificare una mia promozione all’anno successivo. Avevo anche l’impressione che i professori se ne fossero accorti, visto che mi trattavano con gentilezza, quasi con tenerezza. Perché sapevano che mi stavo impegnando, ma purtroppo non potevano più far nulla per cambiare la situazione. Fino ad allora era dipeso sempre di me. E io avevo già gettato al vento troppe occasioni.

Quei giorni l’atmosfera a scuola era serena e allegra, e tutti rumoreggiavano dalla felicità. D’altra parte non potevo proprio dargli torto. Le vacanze estive sarebbero cominciate presto, e tutti discutevano su dove sarebbero andati in vacanza. Gli esami finali per noi del terzo anno erano ancora una realtà lontana, quindi aspettavano solo lo scadere della data stabilita per la fine delle lezioni.

La luce di un sole puro entrava dalle finestre, e tutto sembrava luccicare pieno di vita. Ma per me non avrebbe potuto essere più diverso di così.

Normalmente quell’atmosfera mi avrebbe reso felice, ma adesso era come se la luce splendesse per tutti tranne che per me. Non aveva nessun colore preciso, e non trasmetteva nessuna emozione precisa. Era la prima volta che me ne rendevo conto.

Quando suonò la campanella tutti tirarono indietro le sedie e si diressero chiacchierando verso l’uscita. Io infilai la roba nello zaino. Era tutto surreale. Avrei davvero perso l’anno. E ormai non potevo più farci niente.

— È scoppiata di nuovo? — disse Samantha.

In quel momento mi resi conto che era lì.

— Come sono andati gli ultimi test?

— Scusa.

— Di che ti scusi?

Ma io riuscii solo a scuotere la testa.

— Sei proprio senza speranza, cara la mia bolla di sapone, — disse Samantha. — Sai, non ti ho mai visto più triste di così. Non pensavo potessi esprimere queste emozioni così bene.

Samantha mi diede un fazzoletto pulito e mi abbracciò forte. — Verrò a trovarti sempre. Trascorreremo l’intervallo sempre insieme, okay? Sai che un sacco di geni sono stati bocciati?

— Chi? — chiesi.

— Adesso non mi viene in mente, — disse lei. — Ma ce ne sono di sicuro. Sono quel genere di storie che fanno sempre scalpore. Verrà anche il tuo momento, ne sono sicura.

Samantha sorrise. Senza volerlo sorrisi anch’io. Ma senza riuscire a fermare le lacrime.

 

Arrivò la sera. Il cielo aveva colori intensi, che si riflettevano sull’acqua del fiume. Mi trasmetteva la calma, quel fiume che scorreva lentamente. Da quando avevo cominciato il liceo era sempre stato lì, a qualche centinaio di metri da scuola. Ogni volta che andavo lì mi bastava guardare l’acqua del fiume per sentirmi tranquilla. Non ci voleva mai molto. Solo, non sapevo come tornare a casa. Cioè, sapevo come farlo, ma non volevo tornare.

A un certo punto vidi Chino che veniva verso di me. Doveva appena aver finito gli allenamenti di pallavolo, che un paio di volte a settimana gli occupavano il pomeriggio. Si sedette accanto a me.

— È la prima volta che ti vedo con quella faccia, — disse.

— Me l’hanno detto, sai? — e abbozzai un sorriso.

— Ero a colloquio con i professori, — disse Chino. — Gli ho parlato di te, della tua situazione, del fatto che ti sei impegnata tanto. Sembrerà strano ma se ne sono accorti anche loro.

— Gli hai parlato? E perché? — chiesi, il cuore che all’improvviso cominciò a battermi forte nel petto.

— Beh, non è ovvio? Volevo che ti dessero un’altra possibilità. Sai, sono piuttosto bravo io, a convincere la gente. È un talento naturale, direi.

— Loro cos’hanno detto?

— Che apprezzano gli sforzi fatti. Ma ti bocceranno comunque.

— Capisco.

Il mondo sembrò crollarmi di nuovo addosso. Solo, adesso molto più pesantemente.

— Questo a meno che nel test di domani tu non prenda il massimo dei voti, — continuò Chino.

Io alzai la testa. Non avevo capito quello che voleva dire.

— Ma dovrai prendere il massimo, non ci sono vie di mezzo. Questa è l’ultima possibilità, cara bolla di sapone. E devo dire che il merito è anche di mio padre, che è un grosso contribuente della scuola. È solo contento di non aver dovuto chiedere favori per me.

— Ma dici sul serio?

— Ti conviene studiare, ragazza sapone, — disse Chino, e abbozzò un sorriso. Poi sembrò pensarci su un momento, e disse: — Già che ci sono ne approfitto per dirti che a dire la verità mi piaci parecchio. Che ne dici di uscire quando tutto questo sarà finito?

Il mio cuore avrebbe potuto fermarsi in qualunque momento. Perché non sapevo nemmeno da dove cominciare a registrare tutte quelle informazioni. Sentii solo di dovermi alzare, lo feci senza pensarci, e corsi con lo zaino in spalla lungo il prato.

Poi mi voltai, e gli dissi: — Chino, grazie di cuore!

Lui alzò la mano per salutarmi. Feci per riprendere a correre, ma ci ripensai un’altra volta: — Chino?

— Sì?

— Anche tu mi piaci. Vorrei uscire insieme, se per te va bene.

Chino sorrise di nuovo.

— Ehm, Chino?

— Cosa c’è?

— Domani, il test… su che materia è?

 

Storia era in assoluto la materia in cui andavo peggio.

Ero un disastro a ricordarmi le date, i luoghi, gli avvenimenti precisi. Ma decisi di fare meglio che potevo, e bevvi un intero bricco di caffè per tenermi sveglia la notte.

La mia stanza era avvolta nell’oscurità, tranne la luce della lampada. Fuori cantavano i grilli. L’aria era tiepida, ma si stava bene anche in maglietta.

Studiai attentamente il programma, e stesi un elenco delle cose da imparare a memoria. Non avevo tempo per fare tutto in una notte, era fuori discussione. Non mi restava che cercare di organizzare il mio studio in modo da coprire le mie lacune. Forse mi sarebbe andata bene. No, sarebbe andata bene di sicuro.

Dovevo, dovevo farcela.

 

La luce della lampada era soffusa, e mi trasmetteva tranquillità. Mi resi conto di riuscire a studiare con continuità. Non era così difficile come avevo immaginato.

Se solo ripensavo a quel pomeriggio, alla luce grigia, che non riusciva a trasmettermi gioia, mi sentivo ancora più motivata a mettercela tutta. Era come se in una stanza piena di porte chiuse si fosse aperto uno spiraglio nel muro. E toccasse a me trovare il modo di uscire da quel piccolo spiraglio. E dall’altra parte c’era Chino, accucciato per trasmettermi quelle parole: “Quando tutto sarà finito, ti andrebbe di uscire con me?”

Ripensandoci mi sentii avvampare fino alla punta dei capelli, ma no, non potevo farmi distrarre.

— Giusto, devi impegnarti, — disse Chino, dal letto.

 

Per qualche motivo il fatto che potesse trovarsi nella mia stanza non mi colpì particolarmente. Tanto che gli dissi: — Sto cercando di studiare.

Solo dopo un po’ mi accorsi che non l’avevo mai invitato, e che non aveva nessun motivo di trovarsi lì.

Eppure era proprio sul mio letto, che si controllava la lunghezza di un ciuffo di capelli sulla fronte.

— Il motivo di tutto questo è che stai sognando, — disse Chino sorridendo.

— Sognando?

Lui annuì. — Ti sei addormentata. Hai lottato molto.

— Che ore sono?

— Le tre. Tra poco sorgerà il sole. Quello che potevi fare l’hai fatto.

— No, no! Non posso dormire! Devo svegliarmi!

Mi resi conto che le mie parole suonavano più sorde del normale, come se parlassi sott’acqua. Solo Chino lo sentivo bene, come se mi stesse parlando nel mondo vero.

— Quando qualcuno si rende conto del sogno, di solito si sveglia, — dissi.

— Tu però eri molto stanca. È stato un ultimo mese impegnativo.

— Devo svegliarmi, — dissi.

— Sei sveglia, — rispose Chino.

Aprii gli occhi.

 

Era mattina. Il sole era già alto. Sorgendo nella direzione opposta, di fronte a me era rimasto buio per via dell’ombra della casa. Mi alzai, tanto bruscamente che feci cadere il libro di storia.

Non ero riuscita a studiare. Non avevo memorizzato date sufficienti. Non ce l’avrei mai fatta.

Ma non avevo scelta, così mi vestii in tutta fretta e andai a scuola. Arrivai in tempo, ma l’atmosfera era troppo rilassata per quella di un test. Nessuno parlava di argomenti seri, e l’argomento erano come al solito le vacanze.

Samantha stava leggendo un libro, seduta al banco per conto suo, così andai da lei.

— Quale test? — chiese, abbassando il libro. — Oggi non c’è nessun test, bolla di sapone.

— Sì che c’è, — risposi io. Ma poi aggiunsi: — Ehm… sicura?

— Come la morte. Se ci fosse un test lo saprei. Chi ti ha detto una cosa del genere?

Non risposi. Ma Chino, in effetti, quel giorno, non si fece vedere a scuola.

 

Mi aspettò in riva al fiume.

Le lezioni erano già finite da diverse ore, ma il sole era ancora alto, e in cielo galleggiava solo qualche nuvola.

Dal fatto che era solo in maglietta e pantaloncini capii che doveva essere appena tornato dall’allenamento di pallavolo.

Mi sedetti accanto a lui. Per un po’ nessuno disse niente. Di fronte a noi passava solo qualche imbarcazione, ogni tanto, e ogni tanto qualche bici correva sulla pista ciclabile. Era un pomeriggio tranquillo.

— Perché mi hai detto del test? — chiesi. Non ero arrabbiata, ma me ne resi conto solo adesso che pronunciavo quelle parole.

— Tu sei così ingenua, cara la mia bolla di sapone. Compreresti un frigorifero al polo nord. — Chino sorrise, abbassando lo sguardo. Era più come se sorridesse a sé stesso. — Qualcuno doveva fartelo capire. Ma ora non succederà più. Niente più nottate passate a studiare all’ultimo momento. Non sarai più una bolla di sapone.

— Come fai a saperlo?

— Lo so e basta.

Chino scrollò le spalle e non aggiunse altro. Poi scese di nuovo il silenzio, interrotto solo dai rumori di quel tranquillo pomeriggio.

— Anche l’altra cosa era una bugia?

— Vuoi ancora uscire con me? — mi fece, e per la prima volta mi sembrò davvero sbalordito. — Ero sicuro che mi avresti odiato.

— Figurati. Come potrei? Sei troppo carino, per odiarti. E poi ho capito una cosa.

— Cosa?

— Che non sono molto intelligente. Ma qualche qualità ce l’avrò anch’io, no? Devo lavorare su questo. Forse, un giorno, troverò me stessa.

Dissi quelle parole e mi accorsi che risuonavano dentro di me. Come una pianta che assorbe i raggi di luce del pomeriggio. Come una farfalla, posata sulla punta di un fiore, che apre e chiude le ali prima di spiccare il volo.

 

 

Feci fatica ad abituarmi alla nuova classe.

Nuova classe, nuovi compagni di classe, nuove persone da conoscere che non conoscevano me. Non avevano nessuna idea di chi fossi.

— Come ti chiami? — mi chiese un giorno una ragazza, lei si chiamava Rebecca.

— Giunco, — risposi.

— Bel nome. — sorrise e si allontanò.

Guardai fuori dalla finestra. Presto sarebbe cominciato ottobre. Sarebbero cadute le foglie. Non so perché, ma quel pensiero riuscì a trasmettermi un’energia davvero straordinaria.

Sì, ce l’avrei fatta. In qualche modo, ci sarei riuscita sicuramente.

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