a reason for being [ita]

a reason for being

 

Quel vagone, oltre a me, era vuoto. Non c’era nessuno. La mia unica compagnia era la luce della sera, che entrava dai finestrini. E le ombre dei pali, che scivolavano verso il fondo dello scompartimento. Non avrei voluto essere sola. Ma purtroppo non potevo farci proprio niente.

 

Il treno continuò a correre senza fermarsi. Sembrava davvero soltanto mio, diretto chissà dove. Magari non c’era nemmeno il capotreno, e stavo andando in qualche direzione che con la mia non c’entrava niente. Era anche possibile. E mi sarebbe andato bene lo stesso. Mi sarebbe andato bene anche se quella luce fuori dal finestrino non fosse mai cambiata. Un mondo sempre al tramonto, chissà se era davvero possibile. In cui ogni cosa viveva insieme alle altre. E niente esisteva veramente. Forse in un mondo come quello non avrei voluto andarmene via. Forse non avrei neanche avuto bisogno di piangere.

 

Il treno proseguì senza fermarsi. Fuori continuavano a correre i pali della luce. E la loro ombra continuava a scivolare verso il fondo dello scompartimento. Adesso che ci pensavo forse ero già dentro quel mondo. Perché il sole proprio non accennava ad abbassarsi. La luce era sempre uguale, tiepida e dolce, tanto che avrei potuto addormentarmi senza nemmeno accorgermene. Se solo mi fossi lasciata andare sono sicura che sarebbe successo. Ma non volevo addormentarmi, per il momento. Il perché, non lo so. Sentivo solo che era così.

Non avevo neanche voglia di alzarmi. Sapevo solo di dover restare seduta su quel treno finché non fosse arrivato a destinazione. Ovunque mi avesse portata.

 

– E se non fossimo diretti da nessuna parte?

Alzai lo sguardo. Chi aveva parlato? Avevo sentito la voce di qualcuno, ma come prima lo scompartimento era vuoto. Ero sola.

In quel momento mi resi conto che uno dei finestrini era aperto. In effetti da lì il rumore dei binari proveniva più netto e definito.

Mi alzai e raggiunsi il finestrino. Ma niente, non c’era nessuno.

– Non fare caso a me, – disse la voce. – Io sono solo il macchinista.

– Il macchinista?

– In questo momento sto guidando il treno. Non puoi vedermi, ma è così. Ti prometto che arriveremo a destinazione in orario.

A me sembrava tutto così strano. Perché la voce del macchinista mi arrivava proprio come se mi stesse parlando vicino all’orecchio. Come se fosse proprio accanto a me.

E poi adesso che ci pensavo era la voce di un ragazzo, un ragazzo all’incirca della mia età.

– Non ho molta esperienza, ma con questo treno non ci sarà nessun problema, – disse il macchinista.

– Perché?

– Andiamo sempre dritti senza fermarci. Nessuna curva, nessuno scambio. Un viaggio tanto tranquillo che puoi anche rilassarti leggendo una cosa. Proprio strano, eh?

In effetti era strano davvero.

Ma ora che ci pensavo anche un’altra cosa non tornava. Fino a poco prima mi sentivo così triste da poter sprofondare nel pavimento. Adesso era come se quel peso nel petto si fosse un po’ alleviato. Ero ancora triste, ma ero più o meno sicura che non sarei sprofondata nel pavimento. Almeno per il momento. Volevo solo sapere chi era il macchinista, così provai a sporgermi fuori dal finestrino…

… e lo intravidi!

Ma rimisi subito la testa dentro. Primo perché avevo paura che un palo della luce che arrivava a tutta velocità me la facesse saltare via. Secondo perché il macchinista era in controsole. Ero riuscita a vederne appena la figura abbozzata.

– Non dovresti sporgerti dal finestrino. È pericoloso. – mi ammonì il macchinista.

L’avevo visto sdraiato con le mani dietro la testa in cima al primo vagone. Di sicuro non era il posto di guida. Sembrava più qualcuno che era saltato su un treno in corsa. O magari era lì proprio dall’inizio.

– Posso salire? – chiesi.

– Non credo che ne saresti capace. E se dovesse arrivare un palo della luce a tutta velocità? Mi dici come faresti? Ti farebbe saltare la testa come il tappo di una bottiglia.

– È un’immagine tremenda.

– Davvero. Scusa. Comunque non venire, è pericoloso.

– Se è pericoloso tu allora perché sei lì?

– Ho fatto un corso. Anni di addestramento. Fidati, è così.

– D’accordo. Mi fido.

– Non hai il tono di voce di una che si fida.

Non risposi. Forse perché non sapevo come portare avanti quella conversazione. Non sapevo dove fosse diretto il treno, non ne avevo nessuna idea. Non sapevo neanche quanto ci avrebbe messo. E c’erano fermate intermedie? I bagni dov’erano? E dov’erano tutti? Perché c’ero solo io e quel giovane capotreno?

Tutte quelle domande senza risposta mi fecero tornare alla mente quel peso che avevo nel petto.

Era strano, ma avevo la sensazione che quel sole rosa, quella luce dolce, l’aria tiepida sembrassero combattere con tutte le loro forze con la sensazione fredda che provavo dentro di me.

– Vorrei solo parlare. Per favore, parliamo, – dissi a voce alta, quasi senza rendermene conto.

– Certo. Parliamo quanto vuoi, – rispose il macchinista.

– Davvero?

– Davvero. Abbiamo tutto il tempo del mondo.

Quella risposta mi rincuorò. Se avevo davvero tutto il tempo del mondo, avrei anche potuto aspettare. E se a un certo punto mi fossero mancati gli argomenti, o le parole per esprimerli, avrei aspettato. E se fosse toccato a lui restare in silenzio, io non avrei avuto fretta. Era bello, avere a disposizione tutto il tempo del mondo.

– Potresti raccontarmi qualcosa di te? – gli chiesi.

– Cosa vuoi sapere?

– Come ti chiami?

– Mi spiace, ma un nome io non l’ho mai ricevuto.

– Davvero?

– Davvero. Tu invece un nome ce l’hai?

– Certo. Mi chiamo…

Ma in quel momento mi resi conto che l’avevo dimenticato. Ero sicura di avercelo, sicura al 100%, ma adesso non mi veniva in mente. – Senti, lascia perdere, – dissi. – Facciamo a meno dei nomi. Tanto ci siamo solo noi due.

– Hai proprio ragione, – ridacchiò il ragazzo. – Anzi, sai che ti dico? Visto che ci siamo solo noi due, tu sarai il passeggero, io il capotreno. Che ne dici?

– D’accordo.

Trascorse qualche istante di silenzio. Poi il capotreno disse: – Passeggero, dì un po’, ti andrebbe di venire quassù?

– Certo!

Senza rendermene conto avevo risposto in maniera davvero entusiasta. Il capotreno ridacchiò. – D’accordo, allora salta su! Io ti tendo la mano e tu l’afferri.

– Okay.

Mi alzai dal mio posto e mi diressi verso il finestrino. L’aria che soffiava dentro lo scompartimento era tiepida, e profumava di una sera d’estate. La luce del sole a tratti brillava sulle superfici più lucide del treno, che comunque sembrava nuovo.

In quel momento ebbi paura.

E se un palo fosse arrivato alla velocità della luce?

E se mi fosse mancata la presa?

E se il capotreno mi avesse lasciato andare la mano?

Avrebbe voluto dire morte certa. E per di più una morta orribile. Rivelai le mie paure al capotreno e lui rise.

– Non si dovrebbe ridere se uno confessa i suoi sentimenti! – dissi arrabbiata. Ma in realtà non è che lo fossi davvero. Perché la risata del capotreno era molto allegra, e si vedeva che non aveva intenzione di prendermi in giro. In fondo che male c’era a trovare qualcosa divertente?

– Vieni. Ti prendo per mano.

La sua voce adesso sembrava rassicurante. La voce più rassicurante di tutto l’universo. Tanto che mi sentii arrossire.

Uscii dal finestrino. Un colpo di vento mi agitò tutti i capelli, che mi finirono sulla fronte. Stavo per perdere l’equilibrio quando una mano afferrò la mia. La presa era forte, la sua mano tiepida come raggi di sole.

– Ti ho presa!

Con forza il capotreno mi tirò su. Io con l’altra mano, con i piedi, cercavo di aggrapparmi a ogni superficie disponibile, e dando fondo a tutte le mie energie, riuscii a salire. Il cuore mi batteva da impazzire, ma l’aria era più fresca, la luce più viva. Quando mi guardai attorno, mi accorsi di essere in mezzo al cielo.

Il cielo era tutto attorno a noi. Si estendeva all’infinito, sembrava non avere confini, anche se naturalmente un orizzonte c’era. Solo che era così basso e regolare, con poche e basse colline, e qualche albero, che quasi non te ne accorgevi. Il treno procedeva dritto in mezzo al cielo. Era sicura di quello.

– Che te ne pare?

Il capotreno mi sorrise. Finalmente riuscii a guardarlo in faccia.

“Ti ho già visto da qualche parte”, pensai istintivamente. Ma quel viso aperto, quell’espressione sorridente, i capelli che si muovevano al vento… non ricordavo dove.

– Grazie per avermi aiutata. Senza di te non ce l’avrei mai fatta.

Il capotreno sorrise, ma restò in silenzio. In effetti anche io a quel punto non sentivo più tanto il bisogno di parlare. Poco per volta, impercettibilmente, scese la notte.

 

Il sole si abbassò del tutto dietro l’orizzonte. Le ombre si allungarono a dismisura, poi sparirono. Da qualche parte, in qualche momento, apparvero le stelle.

Le stelle all’inizio non erano molte, ma aumentavano man mano che avanzava la notte. Era come se il cielo si ritirava facesse affiorare le stelle che stavano appena sotto la superficie. Più il cielo si ritirava, più stelle affioravano. Finché non ne fu pieno, e le galassie lontane vorticavano lente come girandole.

– Credo di non aver mai visto un cielo così, – dissi. Poi aggiunsi: – Posso farti una domanda?

– D’accordo.

– Io il mio nome l’ho dimenticato. Ma tu… tu perché non l’hai mai ricevuto?

– Perché non hai mai avuto occasione di darmelo, – rispose il ragazzo. – È successo tutto all’improvviso. Tu sei salita su questo treno, e avevi bisogno di qualcuno che ti guidasse. Così sono salito io. Non ho avuto tempo di riceverlo, il bel nome che avevi in mente.

Per un momento non dissi niente. Riflettendo su quelle parole.

– Allora dove siamo diretti?

– Dove non c’è tramonto, – rispose il capotreno.

– Ci sono le stelle?

– No.

– La luna?

– Mi dispiace. Non ci sono né luna né stelle. Non c’è il tramonto, o addirittura il cielo. Non c’è nemmeno questo treno. Non ci sarò io e non ci sarai neanche tu. Scusami, non ci tengo proprio a fare la parte di quello drammatico, ma posso dirti solo le cose come stanno. Sei tu che hai voluto così.

– Mi stai dicendo che non ci sarà niente di niente?

– Sì. Niente di niente. Proprio così.

Ci pensai su un altro po’. Ma non riuscii ad afferrare bene il senso del discorso. Sentivo solo il rumore che il treno faceva sulle rotaie. Un rumore tranquillo, che ricordava un canzone mormorata da mia madre. Una canzone di molto tempo prima, che però avevo dimenticato.

Il capotreno tirò fuori un fazzoletto e mi asciugò le lacrime. Ma poi mi strinse semplicemente le spalle.

– Com’è, com’è che faceva quella canzone? – dissi. – Perché non me la ricordo più?

– Era la canzone che ti cantava tua madre prima di metterti a letto, e nel testo di quella canzone si trova anche il mio nome, – rispose lui. – Nel frattempo però tante cose sono cambiate. Tu sei cresciuta, e qualcosa che avevi dentro è cresciuto con te. Ma sai, quella cosa non è riuscita a toccarti proprio per niente. Sei rimasta così pura che quella canzone è ancora da qualche parte nei tuoi ricordi, e non te la dimenticherai mai più. È in ogni fibra del tuo corpo, davvero.

– C’era un piccolo treno, – dissi, senza riuscire a fermare le lacrime. Ma poi un groppo in gola mi impedì di parlare.

Il treno continuò a viaggiare verso la sua destinazione. Che era anche la mia.

 

– Fra poco sarà l’alba, – disse il capotreno. – Guarda, le stelle sono quasi tutte sparite.

Il cielo era quasi del tutto buio. Sembrava avvicinarsi sempre di più. Finché non avesse coperto ogni più piccola stella rimasta.

Le stelle, i pianeti, il tramonto lontano, le luci della città… non avrei visto più nulla di tutto quello. Come aveva detto il capotreno, dov’eravamo diretti non c’era più niente di niente. Ma mi andava bene. Quella cosa dentro di me non c’era più. Viveva dentro le mie lacrime, e adesso che le avevo piante tutte anche lei era caduta nell’oscurità. L’oscurità più completa della mia vita.

Non riuscivo a vedere più nulla, di fronte a me. Neanche il treno su cui ero seduta, tanto era denso quel buio. Riuscivo solo a percepirlo sotto il peso del mio corpo. Dondolava dolcemente, cullandomi tranquillo. Il capotreno invece continuava a tenermi per mano. Mentre scendeva l’oscurità, me l’aveva promesso: sarebbe stato con me fino alla fine. Fino all’ultimo istante.

Sentivo il rumore del treno sulle rotaie, ebbi l’impressione che accelerasse. Che accelerasse sempre di più.

Poi in fondo, nel centro esatto di tutto quel buio, apparve un punto luminoso. Un semplice punto bianco. Il treno era diretto fin dall’inizio verso quel punto bianco.

Il treno andava sempre più veloce e il punto bianco s’ingrandiva sempre di più. Avevo l’impressione che si ingrandisse sempre di più dentro di me. Lo sferragliare del treno ormai era assordante, e sentivo il vento che mi scompigliava tutti i capelli, quel vento freddo che mi dava l’impressione di essere viva.

Il punto bianco si allargò sempre di più. Strinsi la mano del capotreno e lui strinse la mia. Il punto bianco si allargò sempre di più, sempre di più… e io sapevo di doverlo fare. Ormai non avevo più paura di cadere.

 

Quando mi alzai, il capotreno si alzò con me.

– Sei pronta? – mi disse. Nella sua voce c’era anche il suono del vento.

– Sono pronta.

Appena il punto bianco arrivò proprio vicino a me, spiccai un salto e quel punto bianco mi afferrò il centro del petto, si allargò nel mio corpo e si diffuse a tutto quello che avevo visto, percepito, capito, ascoltato, provato in tutta la mia vita e in tutte le vite di tutti gli altri esseri viventi fin dal principio dell’universo. Un uomo che lavorava in un ufficio a tarda notte, un fiore che schiudeva i petali, un bambino appena nato, le fiamme blu di una stella lontana, delle foglie che cadevano.

E poi… quella canzone.

Qualcuno l’aveva cantata a qualcun altro. Per tenere lontani i brutti sogni. Augurandosi che avesse un sonno tranquillo.

3 thoughts on “a reason for being [ita]

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s