(everyone) who cares if you exist [ita]

(everyone) who cares if you exist

 

Stavamo parlando in soggiorno quando Rebecca si alzò e cominciò a correre. Di punto in bianco, senza nessun preavviso.

— Reb, fermati! Dove vai?

Ma nel frattempo lei era già uscita di casa, e non ebbi altra scelta che inseguirla. Scendemmo così tre interi piani di scale, lungo pianerottoli illuminati da una fredda luce bianca. Il portone al piano terra era già aperto, e Rebecca uscì fuori. Quando anch’io fui uscita lei stava correndo in strada sotto la luce dei lampioni.

— Reb, non riesco a starti dietro!

Ma sembrava che lei non mi sentisse nemmeno. Riuscivo solo a vedere i suoi capelli legati in una coda, che dondolavano a destra e a sinistra.

Rebecca attraversò un incrocio con il semaforo verde. Appena fu arrivata dall’altra parte il semaforo scattò sull’arancione e quando fu il mio turno era rosso… ma io non potevo fermarmi, non potevo!

Quando feci per attraversare le auto inchiodarono per non mettermi sotto. Un’auto sterzò e finì sul marciapiede. Mi spaventai tanto che il cuore sembrò esplodermi nel petto, ma non potei far altro che attraversare.

Dissi: — Mi scusi! Scusate!

Avevo combinato un casino, ma ormai era troppo tardi per tornare indietro, e quando arrivai dall’altra parte vidi qualcuno che s’infilava in un centro sportivo. Non ero riuscita a vedere chi fosse, ma era lei, ne ero sicura! Me lo diceva il mio cuore.

— Reb, aspettami!

La inseguii in mezzo agli enormi tendoni dei campi al coperto. Lei era troppo avanti, però, e riuscivo solo a vedere l’ombra che proiettava sui tendoni, appena prima che sparisse.

Io ero già allo stremo delle forze, avevo il fiato corto, e mi faceva male la milza. Avrei voluto fermarmi a riprendere fiato, ma sapevo che se l’avessi fatto lei sarebbe sparita per sempre dalla mia vita.

Quando finalmente la vidi di nuovo Rebecca stava entrando in un’ala del centro sportivo. Aprii il portone ed entrai anch’io. C’era un ampio corridoio con il pavimento tirato a lucido, foto alle pareti e persone che chiacchieravano fra loro in piedi con i borsoni. C’era parecchia gente, ma immaginai che Rebecca dovesse essersi diretta verso l’uscita, così mi diressi là, e la beccai fuori quando stava attraversando l’ingresso, diretta verso la strada. Vedendola attraversare a quel modo il custode si alzò, e fece per dirle qualcosa, ma io lo anticipai: — Mi scusi! Pagherò io!

Poi continuai a correre dietro a Rebecca.

 

Le auto di quelli al centro sportivo erano parcheggiate in fila sotto i lampioni, e le carrozzerie splendevano di una fredda luce bianca. Senza badarci Rebecca si diresse verso un piccolo parco giochi deserto, lo attraversò e continuò a correre. Ogni volta che passavo dov’era passata lei avevo l’impressione che la sua presenza fosse impressa a fondo in quei posti. Era come se avessero registrato il passaggio di Rebecca come non avrebbero mai fatto con me. Perché non era possibile.

Arrivammo a un incrocio tranquillo e con poche auto, e pochi negozi dalle insegne luminose. Rebecca entrò in uno di quei negozi spalancando la porta, e quando la seguii sentii il trillo del campanello d’ingresso.

Dentro c’era un ristorante. A parte i camerieri la gente era quasi tutta seduta ai tavoli, e quando si accorsero di me interruppero la cena e mi guardarono senza dire una parola. Ma io non potevo badargli. All’inizio camminai fra i tavoli, ma poi visto che nessuno mi fermava, ricominciai a correre.

Una porta d’acciaio in fondo al locale continuava ad aprirsi e chiudersi dopo essere stata spinta, Rebecca doveva per forza essere andata di là.

Entrai in cucina, ma il vapore che si gonfiava dalle pentole era così denso che facevo fatica a vedere davanti a me. Solo i riflessi dell’acciaio tirato a lucido dei fornelli apparivano chiaramente.

I cuochi mi guardarono in silenzio interrompendo a metà il loro lavoro. Non gli badai. In quel momento riuscii a vedere Rebecca che spingeva la porta e usciva dal retro, così attraversai la cucina in mezzo al vapore e uscii su un piccolo cortile dove gettavano l’immondizia.

Rebecca saltò su uno dei cassonetti, scavalcò la recinzione e andò dall’altra parte.

Io mi sentivo sfinita, non avevo la forza di muovere un altro passo, ma per qualche motivo le mie gambe continuavano a correre. Era come se Rebecca le stesse spingendo a farlo.

Mi arrampicai e mi lasciai cadere dall’altra parte. Avevo il cuore in gola, e la vista si faceva sempre più offuscata. La milza mi faceva male da morire. Ma la strinsi più che potevo e cercai di resistere.

Il vicolo era stretto, buio e umido, e dopo un po’ sbucai su un’ampia strada in mezzo a cui correva un’interminabile fila d’alberi. Soffiava un vento leggero, che faceva muovere dolcemente le foglie.

Rebecca attraversò la strada senza nemmeno guardare a destra o a sinistra. Io invece dovetti per forza fermarmi a guardare. Lei non guardava mai, era questo il problema. Era per questo che avevo paura per lei, per questo che volevo salvarla. Ed era lo stesso motivo per cui poco per volta si allontanava da me.

— Reb, non attraversare così, è pericoloso! — le gridai. Ma la mia voce non sembrava in grado di raggiungerla.

Arrivammo in una strada residenziale con tante piccole case. La strada sembrava tranquilla. Non c’era nessuno, ed era dolcemente illuminata dalla luce dei lampioni. Ma quel punto la milza sembrava scoppiarmi. Le gambe erano molli, non potevano fare un passo di più. Avevo il fiato corto, cercavo di respirare meglio che potevo, ma era tutto inutile, non ci riuscivo. Non ce la facevo più. Non ce la facevo davvero più…

Smisi di correre, e mi sedetti ansimando. Non avevo più fiato. Vedevo le cose più larghe, più strette del normale. Non potevo… non potevo più riuscirci. Mi presi la testa fra le mani. Perché stava succedendo? Perché proprio a me? Non riuscivo nemmeno a raggiungerla. Per quanto ci provassi, era tutto inutile. Lo sapevo.

Non so quanto tempo passò, ma quando alzai di nuovo lo sguardo Rebecca era in fondo alla strada, e mi guardava. Mi guardava, e basta. Senza volerne sapere di rimettersi a correre. Mi alzai e andai verso di lei. — Reb, io…

Ma appena feci per muovere un passo, lei corse via. Le mie gambe si rimisero in moto automaticamente. Senza pensarci. Come se non avessero aspettato altro da tutta la vita.

 

Rebecca scese scale di una metropolitana, da cui proveniva una debole luce. Doveva essere l’orario di punta, perché era pieno di gente, tanto che facevo fatica ad avanzare, non riuscivo a correre come avrei voluto.

Rebecca invece saettava in mezzo alla folla senza preoccuparsi troppo di spostare la gente con la mano. Loro imprecavano, alzavano la voce, le rivolgevano gestacci, ma lei sembrava non badarci per niente, e arrivata al tornello lo superò con un salto. L’uomo alla guardiola si alzò sbalordito, e fece per correrle dietro, ma quando anch’io saltai il tornello allo stesso modo, l’uomo disse: — Fermatevi! Dovete pagare il biglietto!

A me mancava il fiato, e non riuscii a dirgli che quando tutto fosse finito sarei tornata per pagare. Scesi le scale e seguii Rebecca alla fermata della metropolitana.

 

Io ero in cima alle scale, lei in fondo, e si diresse correndo dentro i vagoni del treno. Scesi le scale più in fretta che potevo reggendomi al corrimano per non cadere, ma quando arrivai all’ultimo gradino ci fu un annuncio dall’altoparlante, il treno fischiò e le porte cominciarono a chiudersi… io provai a raggiungerla, allungai la mano…

… riuscii a mettermi in mezzo!

Le porte per poco non mi affettarono a metà. Mi mancava il fiato.

— Ma che fai? È pericoloso! — disse uno tirandomi dentro.

— Scu…

No, non potevo parlare, non potevo perdere tempo. Individuai Rebecca e mi lanciai di nuovo all’inseguimento. Ma il vagone era pieno di gente, tutti erano schiacciati come sardine. Non riuscivo a passare. Era troppo difficile.

— Ehi, ma dove vuoi andare? — mi disse una donna.

Non avevo tempo di spiegare. Dovevo trovare Rebecca. Perché nessuno lo capiva?

— Adesso stai ferma! — disse la donna strattonandomi il braccio.

— La prego, mi lasci!

Mi liberai con più violenza del previsto. La donna perse l’equilibrio e cadde addosso ad altre persone, che finirono l’una addosso l’altra, in un effetto domino. Si scatenò il panico.

— Dio… mi disp…

No, quella era l’occasione giusta!

Ricominciai a correre. Ma la gente era troppa, troppo vicina, e quelli che avevano afferrato le maniglie per non cadere non volevano saperne di spostarsi. A un certo punto vidi Rebecca. Lei riusciva a passare in mezzo alla gente con più facilità. Non so come facesse, ma quando mi accorsi di quello come per magia anch’io riuscii a sgusciare meglio di prima. Era come se le persone non opponessero più tanta resistenza. O forse ero io a essere diventata un po’ meno densa.

Dopo un po’ raggiungemmo scompartimenti con meno gente. Rebecca sembrò rallentare, finché non fu proprio davanti a me. Tanto che allungai la mano per toccarla…

Il treno fischiò, rallentò, le porte si aprirono e Rebecca schizzò fuori.

Non riuscii a toccarla. Ma c’ero, c’ero quasi!

 

Rebecca salì le scale. A parte quando mi aveva guardata per qualche istante senza dire niente le avevo sempre guardato la schiena. Tutto attorno a noi cambiava, ma la sua schiena, i suoi capelli che dondolavano a destra e a sinistra, restavano gli stessi. Come se fossero il mio punto di riferimento. E niente a questo mondo fosse più stabile.

Salì le scale, saltò i tornelli. La seguii. Le scale mobili erano piene di gente, così scelse quelle normali, e riemergemmo in una zona molto più trafficata dove tutto era illuminato dalle luci al neon di negozi, da insegne e cartelloni pubblicitari.

Da qualche parte si sentivano i trilli di una sala giochi, e qualcuno che urlava vendendo roba da mangiare a una bancarella.

Rebecca continuava a correre spostando le persone, che reagivano irritate alzando le mani.

— Mi scusi. Scusatela! — dissi.

In mezzo c’era un enorme incrocio. Le lunghe strisce pedonali convergevano al centro di quell’incrocio, e le auto correvano proiettando fili di luce bianca.

— Reb, fermati… adesso basta! È pericoloso!

Ma lei non voleva starmi a sentire, e alla fine arrivammo di fronte a un enorme centro commerciale che esponeva decine di insegne luminose.

Rebecca salì le lunghe scale mobili sotto una tettoia di plastica ed entrò nel centro commerciale.

Dentro c’era ancora molta gente, nonostante l’ora. I pavimenti erano tirati a lucido, e la folla era divisa in file ordinate fuori dai negozi, che esponevano capi d’abbigliamento firmati.

Rebecca prese l’ennesima rampa di scale mobili. Guardai in alto. Le scale si alzavano come una serie infinita riflessa fra gli specchi. Dentro di me decisi che questa volta non mi sarebbe sfuggita. Dovevo esserne sicura. Altrimenti non ce l’avrei mai fatta. Ma non appena quel pensiero toccò la superficie della mia coscienza, mi resi conto che stavo piangendo. Piangevo, senza riuscire a controllarmi. Mi asciugai le lacrime, ma non volevano saperne di smettere. Non riuscivo a vedere bene. Era tutto troppo appannato. Riuscivo solo a distinguere la figura di Rebecca, che saliva le scale proprio davanti a me. Dovevo raggiungerla. Dovevo, dovevo farlo.

Qualcuno mi toccò la spalla. — Tutto bene?

— Sì. Scusate.

Salii le scale. Il piano dei vestiti, poi quello delle librerie, alla fine quello dei ristoranti.

Arrivata all’ultimo piano Rebecca sparì dietro a una porta. La seguii.

Dietro c’era un piccolo ufficio. Un uomo che lavorava alla scrivania alzò la testa a guardarmi. Un’altra porta. L’aprii. Delle scale che salivano fino a una piccola stanza bianca con altre tre porte chiuse. Senza nessun indizio su dove si fosse diretta. Non c’era nessuno. Ero sola.

 

— Reb, dove sei? — gridai. Non rispose nessuno. C’era silenzio. Un silenzio che avvolgeva i muri, il pavimento…

Sentivo solo il rumore del mio cuore, che batteva forte nel petto. Non avevo nemmeno più il fiatone. Non avevo più niente di niente.

— Ti prego, adesso basta correre! Sono stanca! — Continuavo a singhiozzare. — Senti, mi dispiace, okay? Mi dispiace! Non volevo che succedesse. Vorrei poter cambiare tutto. Lo sai che se potessi lo farei. Tu però devi parlarmi, okay? Basta correre, ti prego!

Non riuscii più a reggermi in piedi, e mi raggomitolai contro il muro. Non volevo più correre. Volevo solo dormire, e dimenticarmi di tutto quel mondo in cui vivevo.

 

Non so quanto tempo passò. So solo che a un certo punto sentii una porta che si chiudeva con un tonfo. Da qualche parte. A quel punto sollevai lo sguardo, mi alzai e aprii la porta davanti a me. C’erano delle scale che salivano. In fondo, una porta. L’aprii. Rebecca era in piedi di fronte al parapetto, dandomi di spalle. Il vento le agitava i capelli, e le luci dei grattacieli brillavano tutte attorno a lei. Le lacrime tornarono di nuovo agli occhi, senza che riuscissi a fermarle.

— Reb… ti prego. Parliamo. — singhiozzai.

Mi avvicinai. Mi resi conto che anche le sue spalle tremavano.

— Reb… — dissi.

Ma non la toccai. Non riuscii a farlo. Abbassai la mano, scossi la testa, continuai ad asciugarmi le lacrime. Mi raggomitolai di nuovo, aspettando che da qualche parte, in qualche momento, sorgesse il sole, che illuminasse il mondo di nuovo. Che facesse ricominciare tutto da capo.

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